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martedì 18 settembre 2018

La maggiore età online è 14 anni (forse)

Forse non tutti sanno che 2 settimane fa è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale (e quindi sta entrando in vigore) un decreto legislativo che complementa la normativa Europea sulla privacy (il Regolamento UE 679/16, meglio noto come GDPR). Tra i tanti tecnicismi del decreto, c'è un elemento che interessa gli adolescenti ed i loro genitori: è stata fissata a 14 anni (invece dei 16 come da Regolamento) l'età dalla quale i minori possono esprimere autonomanente il consenso per il trattamento dei loro dati personali nei servizi online. Poiché mi è capitato di leggere interpretazioni fuorvianti in passato, cercherò di fare chiarezza sul significato e le conseguenze di questa norma.

Il consenso è uno dei 6 presupposti su cui è possibile basare un trattamento lecito di dati personali; gli altri 5, dal punto di vista dei comuni cittadini, rappresentano tutti quei casi in cui il trattamento è indispensabile o comunque non lesivo dei nostri diritti. Quindi il consenso è l'unico caso in cui, sostanzialmente, abbiamo la possibilità di scegliere se accettare il trattamento o no. Nel mondo online è il presupposto più utilizzato, perché i servizi online (sembra incredibile, vero???) non sono indispensabili alla nostra vita. Poiché il consenso ha ovviamente un valore anche legale, sarebbe indispensabile la maggiore età per poterlo esprimere, ma in questo caso il legislatore ha tenuto in debito conto la realtà, cioè il fatto che i minori sono tra i maggiori utilizzatori di questi servizi, e quindi ha abbassato l'età per poter esprimere il consenso, prevedendo contemporaneamente alcune tutele aggiuntive, tra cui che la relativa informativa sul trattamento dei dati sia particolarmente chiara e concisa.
Cosa succede prima dei 14 anni? Semplicemente che è necessario il consenso (o l'autorizzazione) anche di chi esercità la responsabilità genitoriale. La norma prevede anche che il gestore del servizio verifichi l'età del minore e l'identità del genitore (evidentemente anche a Bruxelles hanno capito che accà nisciun è fess!).

Su quest'ultimo argomento voglio spendere altre due parole. Google ha trovato un metodo ingegnoso per verificare che il consenso accessorio dei genitori sia effettivo: richiede di utilizzare una carta di credito a nome del genitore su cui viene effettuata una pre-autorizzazione di un centesimo, che poi, dopo l'autorizzazione, viene restituito. Bene benissimo, se non fosse che (hoplà) Google ha ottenuto i dati di una carta di credito valida (non che faccia addebiti fraudolenti, intendiamoci!).

Il problema è che molti gestori, soprattutto extraeuropei (leggi: USA), se ne fregano e utilizzano un metodo molto più semplice: fissano nelle proprie condizioni di utilizzo l'età minima per iscriversi a 16 anni per tutti, così nessuna verifica è necessaria (la norma, infatti, per i maggiori di 16 anni non prevede verifiche di età). Tagliando di fatto fuori i minori proprio da tutti quei servizi che invece vanno tanto di moda, ma dall'altra parte confidando sul fatto che tanto il modo di iscriversi lo trovano lo stesso, come peraltro avvenuto finora, potendo così trattare dati personali di minori come se fossero maggiorenni.

Cari genitori, come vedete la legge non intende impedire le pratiche diventate ormai di uso quotidiano anche tra i giovanissimi, però è necessario che partecipiate alla vita online dei vostri figli, e non solo al momento dell'iscrizione al social: controllando loro, ovviamente, ma controllando anche come i diversi gestori di servizi utilizzano i vostri dati, e facendo di conseguenza le opportune scelte consapevoli. Lo ribadisco ancora una volta: utilizzare quella particolare chat "perché ce l'hanno tutti" è stupido, le alternative esistono e potete imporle, vedrete che piano piano diventeranno di uso comune; altrimenti, non cambierà mai nulla.

sabato 9 settembre 2017

La forza del pizzino

In principio fu l'SMS. Quando ancora i cellulari non erano smartphone, portarono la grande rivoluzione della messaggistica istantanea, anche se limitata nel numero di caratteri. Bisognava scriverli con la tastiera numerica, il mitico sistema T9; e fu necessario imparare a trovare negli involontari strafalcioni il senso realmente voluto. Ma il punto vero era poter inviare e ricevere brevi messaggi testuali in mobilità, cioè ovunque fossimo, purché avessimo con noi il telefono cellulare. Era la prima alternativa alla telefonata, che costava ancora parecchio. E poi grazie agli MMS, addirittura ci si poteva trasmettere foto o filmati (pessimi).

Poi arrivò lo smartphone perennemente connesso ad internet, ed il principio degli SMS e MMS si trasferì nelle chat, intanto perché gratuite, e poi perché mano mano si arricchivano di nuove possibilità (messaggi vocali, conversazioni di gruppo, le emoticon grafiche...).

Il rovescio della medaglia arrivò quando si iniziò a scoprire che le chat venivano usate dalle organizzazioni terroristiche per organizzare attentati, oltre a tenere i "normali" contatti tra gli affiliati. Cosa, peraltro, che ha permesso alle forze dell'ordine di poter tenere sott'occhio i criminali ed a sventare chissà quanti possibili colpi, od a scoprire i colpevoli in seguito.

Già, ma allora perché i mafiosi continuano ad utilizzare i "pizzini"? Risposta breve: i mafiosi non sono stupidi.

Il pizzino è ormai preistorico, eppure continua ad essere usato perché evidentemente i pregi superano i difetti. Difetto è che, essendo fisico, e non virtuale come un SMS, ha bisogno di essere spostato da qualcuno o qualcosa; d'altra parte, se questo qualcuno è fidato, si ha la certezza che il pizzino non finisca nelle mani sbagliate o venga visto da occhi estranei. Si può dire altrettanto per le nostre chat? Beh, la virtualità ci permette di ottenere il risultato voluto ignorando molti aspetti che nel caso della fisicità del pizzino sono invece fondamentali: per esempio, la posizione del ricevente, e la fiducia nel corriere. Il corriere, attenzione, non è "internet", concetto in realtà estremanente astratto: è il molto più concreto fornitore del servizio di messaggistica, il quale ha un centro elaborazione dati, dei dipendenti, una sede legale, un conto in banca e degli azionisti spesso con ben pochi scrupoli. Però ha anche l'obbligo di fornire tutto il supporto necessario alle forze dell'ordine quando gli viene richiesto (questa cosa è esplicitata nelle privacy policy, basta leggerle...); quindi ecco che il corriere, nel caso dei mafiosi, non è fidato. E i terroristi di cui sopra? Mi sa che non hanno la stessa intelligenza...

Lasciamo perdere i criminali di ogni sorta e torniamo a noi. Che non abbiamo (spero!) nulla da temere dalle forze dell'ordine, ma abbiamo i nostri piccoli segreti da mantenere tali. Prima di affidarli alle chat, dovremmo chiederci cosa potrebbe succedere se venissero portati a conoscenza di estranei o (peggio) proprio delle persone a cui non vogliamo farli conoscere. Una volta che il messaggio (in realtà, qualsiasi dato) ha lasciato il nostro dispositivo ed è in viaggio attraverso internet, ne perdiamo il controllo: non sappiamo chi ne ha accesso, quante copie ne vengono fatte, dove vengono memorizzate, etc; ma soprattutto, il ricevente legittimo potrebbe a sua volta reinviare il nostro messaggio verso altri, o semplicemente farlo leggere, e così via, in un inarrestabile processo. Nulla di diverso, in realtà, da quanto succedeva da ragazzi quando confidavamo al nostro migliore amico un "segreto", con l'impegno di non dirlo a nessuno... ma almeno, potevamo sperare che col tempo venisse dimenticato!