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sabato 20 ottobre 2018

Tutta colpa dell'Algoritmo

"Facebook cambia algoritmo", "Algoritmo impazzito", "Twitter sconfessa l'algoritmo": sono solo alcuni (estratti di) titoli di notizie recenti che hanno a che fare il mostro dei nostri tempi: l'algoritmo. Pochi giorni fa, ad un convegno in tema di privacy, una stimatissima professoressa di Diritto ha confessato che deve farsi aiutare dai tecnici a capire cosa vuol dire che "si è perso il controllo dell'algoritmo". Ne ha ben ragione: non ne ho idea neanch'io, di cosa vuol dire. Ma alla fine, cos'è 'sto algoritmo?
Dal Dizionario della lingua Italiana di De Mauro:
matematica: insieme di regole per la risoluzione di un calcolo numerico; gener., procedimento matematico
informatica: insieme di regole che forniscono una sequenza di operazioni atte a risolvere un particolare problema
Le parole su cui bisogna soffermarsi sono: regole, procedimento, risoluzione. Lo scopo di un algoritmo è trovare la soluzione di un problema; è composto da un procedimento e delle regole. Tutto qui; ma per capire meglio, guardiamolo un algoritmo (ho scelto quello che era mitico all'università, il bubble sort, che è il più efficiente tra i procedimenti di ordinamento):



In pratica, presa una sequenza di elementi, si procede a scambiare ripetutamente quelli che non rispettano l'ordinamento, finché non si arriva alla sequenza ordinata. Facile no?
In realtà, quello che mi preme sottolineare è che un algoritmo non è altro che un procedimento logico per risolvere un problema. Niente di più. Un frutto dell'ingegno umano. Che poi deve diventare qualcosa di realmente utilizzabile, tipicamente un programma software: il che vuole dire che qualcuno, che non è quasi mai chi ha "inventato" l'algoritmo, lo traduce in un linguaggio di programmazione, diventando, appunto, il programma (o parte di esso). In realtà, vale anche il viceversa: ogni programma non è altro che l'implementazione di uno o più algoritmi, che magari esistono solo nella testa del programmatore.
Ovviamente niente vieta che un algoritmo possa essere sbagliato (cioè non risolve correttamente il problema), o che lo sia il corrispondente programma (cioè il software non fa quello che prevede l'algoritmo); ma se si effettuano i dovuti controlli, la questione è marginale.
Che c'azzecca tutto ciò con gli algoritmi che impazziscono? Niente, appunto. Un algoritmo (o il computer attraverso il programma) fa ciò che gli viene detto. Il risultato è sbagliato se l'algoritmo (o il corrispondente programma) è sbagliato. Punto. A parte questo, non esistono algoritmi buoni o cattivi: buono o cattivo è lo scopo, o il risultato, dell'algoritmo.

Fin qui la teoria; la pratica è un po' più complicata. Perché gli algoritmi che, secondo alcuni, impazziscono, sono enormemente più complessi dell'esempio che ho proposto; ed è piuttosto comune (mi rifiuto comunque di considerarlo normale) che i suoi errori siano evidenziati in situazioni estreme, tipicamente dati enormi o molto diversi da quelli attesi da chi ha sviluppato l'algoritmo.
Gli algoritmi sono diventati famosi, uscendo dalle buie stanze dei nerd, con l'informatizzazione di massa, e da quando hanno iniziato ad avere effetti sulla vita dell'uomo comune: oggi vanno per la maggiore quelli che, a seconda dello scopo (o meglio, della tipologia di scopo) prendono il nome di Big Data, Intelligenza Artificiale, Machine Learning, e compagnia bella. Tutta roba bellissima per chi la studia, un po' meno per chi la subisce. Intanto perché l'abuso di questi algoritmi ci limita la libertà di scelta (vedi i risultati dei motori di ricerca: quelli che dovrebbero essere i più pertinenti sono scelti in base a criteri che non possiamo controllare); e poi perché molte volte nemmeno è chiaro come e perché si usano queste tecniche avanzatissime.

Facciamo un altro esempio, e lo prendiamo dal mondo dello sport, in particolare dalla pallavolo (chi mi conosce non ne resterà stupito). Esiste da anni la "moviola" in campo, per diverse situazioni; per stabilire la palla dentro o fuori, esistono in realtà due tecniche, una "reale" (telecamere ad alta velocità e risoluzione poste in corrispondenza alle linee) ed una "virtuale" (ricostruzione tridimensionale della traiettoria del pallone, lo stesso metodo usato nel tennis, cosiddetto occhio di falco).

 

Nessun dubbio che l'algoritmo alla base di "occhio di falco" sia corretto; tuttavia, basandosi sulla ricostruzione della traiettoria nello spazio a partire dalle immagini riprese da apposite telecamere che coprono tutto il campo (una tecnica, chiamata motion tracking, usata da più di 20 anni nel cinema, per esempio così fu generato Gollum nella trilogia del Signore degli anelli), richiede un'attentissima calibrazione e posizionamento per garantire precisione. Ma se hai una tecnica più semplice, e che non ti lascia nessun tipo di dubbio, perché usare un artificio, per quanto bellissimo e precisissimo? Eppure la prima viene utilizzata nelle competizioni italiane, e la seconda in quelle internazionali, ormai da diversi anni!

In conclusione, fermo restando che non sono gli algoritmi ad impazzire (è sempre e solo l'intelligenza umana a venire meno), è la dipendenza da essi il vero male della nostra società iperconnessa. Dove non portino effettivo beneficio per la comunità, è nostro dovere difenderci rifiutandoli, invece di lamentarci o, peggio, adeguandoci passivamente.

N.B. Il post è nato da un'idea di qualche giorno fa, ma non è un caso che sia stato scritto il giorno della finale del campionato mondiale femminile di pallavolo... serviva anche a smaltire la delusione della sconfitta (che non ha avuto nulla a che fare con decisioni arbitrali).

martedì 18 settembre 2018

La maggiore età online è 14 anni (forse)

Forse non tutti sanno che 2 settimane fa è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale (e quindi sta entrando in vigore) un decreto legislativo che complementa la normativa Europea sulla privacy (il Regolamento UE 679/16, meglio noto come GDPR). Tra i tanti tecnicismi del decreto, c'è un elemento che interessa gli adolescenti ed i loro genitori: è stata fissata a 14 anni (invece dei 16 come da Regolamento) l'età dalla quale i minori possono esprimere autonomanente il consenso per il trattamento dei loro dati personali nei servizi online. Poiché mi è capitato di leggere interpretazioni fuorvianti in passato, cercherò di fare chiarezza sul significato e le conseguenze di questa norma.

Il consenso è uno dei 6 presupposti su cui è possibile basare un trattamento lecito di dati personali; gli altri 5, dal punto di vista dei comuni cittadini, rappresentano tutti quei casi in cui il trattamento è indispensabile o comunque non lesivo dei nostri diritti. Quindi il consenso è l'unico caso in cui, sostanzialmente, abbiamo la possibilità di scegliere se accettare il trattamento o no. Nel mondo online è il presupposto più utilizzato, perché i servizi online (sembra incredibile, vero???) non sono indispensabili alla nostra vita. Poiché il consenso ha ovviamente un valore anche legale, sarebbe indispensabile la maggiore età per poterlo esprimere, ma in questo caso il legislatore ha tenuto in debito conto la realtà, cioè il fatto che i minori sono tra i maggiori utilizzatori di questi servizi, e quindi ha abbassato l'età per poter esprimere il consenso, prevedendo contemporaneamente alcune tutele aggiuntive, tra cui che la relativa informativa sul trattamento dei dati sia particolarmente chiara e concisa.
Cosa succede prima dei 14 anni? Semplicemente che è necessario il consenso (o l'autorizzazione) anche di chi esercità la responsabilità genitoriale. La norma prevede anche che il gestore del servizio verifichi l'età del minore e l'identità del genitore (evidentemente anche a Bruxelles hanno capito che accà nisciun è fess!).

Su quest'ultimo argomento voglio spendere altre due parole. Google ha trovato un metodo ingegnoso per verificare che il consenso accessorio dei genitori sia effettivo: richiede di utilizzare una carta di credito a nome del genitore su cui viene effettuata una pre-autorizzazione di un centesimo, che poi, dopo l'autorizzazione, viene restituito. Bene benissimo, se non fosse che (hoplà) Google ha ottenuto i dati di una carta di credito valida (non che faccia addebiti fraudolenti, intendiamoci!).

Il problema è che molti gestori, soprattutto extraeuropei (leggi: USA), se ne fregano e utilizzano un metodo molto più semplice: fissano nelle proprie condizioni di utilizzo l'età minima per iscriversi a 16 anni per tutti, così nessuna verifica è necessaria (la norma, infatti, per i maggiori di 16 anni non prevede verifiche di età). Tagliando di fatto fuori i minori proprio da tutti quei servizi che invece vanno tanto di moda, ma dall'altra parte confidando sul fatto che tanto il modo di iscriversi lo trovano lo stesso, come peraltro avvenuto finora, potendo così trattare dati personali di minori come se fossero maggiorenni.

Cari genitori, come vedete la legge non intende impedire le pratiche diventate ormai di uso quotidiano anche tra i giovanissimi, però è necessario che partecipiate alla vita online dei vostri figli, e non solo al momento dell'iscrizione al social: controllando loro, ovviamente, ma controllando anche come i diversi gestori di servizi utilizzano i vostri dati, e facendo di conseguenza le opportune scelte consapevoli. Lo ribadisco ancora una volta: utilizzare quella particolare chat "perché ce l'hanno tutti" è stupido, le alternative esistono e potete imporle, vedrete che piano piano diventeranno di uso comune; altrimenti, non cambierà mai nulla.

mercoledì 25 aprile 2018

Privacy, la rivoluzione silenziosa

Manca solo un mese all'applicazione del Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati Personali, che andrà di fatto a sostituire le normative nazionali attuali (in Italia il Codice Privacy del 2003). Ne avevo parlato in un post circa 6 mesi fa, quando avevo appena iniziato ad occuparmi di questo tema (che ora sta diventando il mio lavoro), evidenziando le poche, anche se significative, novità dal punto di vista dei cittadini. Oggi, dopo mesi di studio, lo faccio di nuovo, con una prospettiva diversa: quella della vera rivoluzione che riguarda più coloro che lo devono mettere in pratica (aziende, associazioni, enti), che però avrà notevoli effetti sui tutelati, cioè tutti noi.

Rivoluzione, dicevamo: quella per cui si passa da un normale insieme di obblighi più o meno uguali per tutti, al principio di responsabilizzazione di chi tratta i nostri dati personali. Infatti, il senso ultimo del Regolamento si potrebbe riassumere in questo modo:
A te, azienda/associazione/ente che legittimamente li utilizzi, i dati personali vengono affidati dai legittimi proprietari, a condizione che tu li custodisca al meglio delle tue possibilità.
La pratica, senza entrare troppo nei dettagli, è che ogni titolare deve autonomamente decidere, entro i limiti dettati della norma, come trattare i dati personali che raccoglie e detiene. Ma ciò che ritengo più interessante è invece un altro aspetto: il legislatore cerca di imporre la visione per cui le persone che hanno i poteri decisionali nelle aziende devono immedesimarsi nelle persone di cui trattano i dati, valutandone le legittime aspettative, ed adoperandosi di conseguenza; anche in considerazione del fatto che chi in un contesto rappresenta colui che usa i dati personali, in altri è invece colui a cui appartengono. Spingendomi probabilmente oltre le reali intenzioni, è quasi come se venisse applicato all'uso dei dati personali l'insegnamento evangelico: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

Lo scopo è chiaramente l'effettiva tutela di quello che è considerato uno dei diritti fondamentali dell'uomo, tant'è vero che la norma non si applica solo ai cittadini europei, ma anche a coloro che temporaneamente ricadono sotto la giurisdizione europea; e contemporaneamente, si applica anche ai soggetti extra-UE che forniscono servizi ai cittadini europei, indipendentemente da dove essi si trovino fisicamente.

Quindi tutto bene? Sicuramente no. Chi normalmente dimostra di non avere rispetto dei diritti altrui non ne avrà nemmeno in questa occasione; in questo caso, si spera che siano le salatissime sanzioni previste a fare giustizia. La speranza, però, è che questo principio faccia breccia nelle persone oneste ed abbia l'effetto di motivare coloro che, pur nel pieno rispetto della legge, ritengono la protezione dei dati personali, così come altri temi, solo un altro adempimento burocratico a cui dare il minimo dell'importanza possibile.
Ancora una volta, non è la legge da sola a poter cambiare le cose: serve che il tema della privacy venga, prima di tutto, sentito da tutti come uno dei diritti irrinunciabili.

L'importanza del Regolamento viene anche dimostrata da come le grandi aziende del web stanno affrontando l'adeguamento (secondo alcuni con timore): le nuove privacy policy stanno iniziando a farsi vedere, ma per un'analisi dettagliata vi rimando ad un futuro post.

sabato 9 settembre 2017

La forza del pizzino

In principio fu l'SMS. Quando ancora i cellulari non erano smartphone, portarono la grande rivoluzione della messaggistica istantanea, anche se limitata nel numero di caratteri. Bisognava scriverli con la tastiera numerica, il mitico sistema T9; e fu necessario imparare a trovare negli involontari strafalcioni il senso realmente voluto. Ma il punto vero era poter inviare e ricevere brevi messaggi testuali in mobilità, cioè ovunque fossimo, purché avessimo con noi il telefono cellulare. Era la prima alternativa alla telefonata, che costava ancora parecchio. E poi grazie agli MMS, addirittura ci si poteva trasmettere foto o filmati (pessimi).

Poi arrivò lo smartphone perennemente connesso ad internet, ed il principio degli SMS e MMS si trasferì nelle chat, intanto perché gratuite, e poi perché mano mano si arricchivano di nuove possibilità (messaggi vocali, conversazioni di gruppo, le emoticon grafiche...).

Il rovescio della medaglia arrivò quando si iniziò a scoprire che le chat venivano usate dalle organizzazioni terroristiche per organizzare attentati, oltre a tenere i "normali" contatti tra gli affiliati. Cosa, peraltro, che ha permesso alle forze dell'ordine di poter tenere sott'occhio i criminali ed a sventare chissà quanti possibili colpi, od a scoprire i colpevoli in seguito.

Già, ma allora perché i mafiosi continuano ad utilizzare i "pizzini"? Risposta breve: i mafiosi non sono stupidi.

Il pizzino è ormai preistorico, eppure continua ad essere usato perché evidentemente i pregi superano i difetti. Difetto è che, essendo fisico, e non virtuale come un SMS, ha bisogno di essere spostato da qualcuno o qualcosa; d'altra parte, se questo qualcuno è fidato, si ha la certezza che il pizzino non finisca nelle mani sbagliate o venga visto da occhi estranei. Si può dire altrettanto per le nostre chat? Beh, la virtualità ci permette di ottenere il risultato voluto ignorando molti aspetti che nel caso della fisicità del pizzino sono invece fondamentali: per esempio, la posizione del ricevente, e la fiducia nel corriere. Il corriere, attenzione, non è "internet", concetto in realtà estremanente astratto: è il molto più concreto fornitore del servizio di messaggistica, il quale ha un centro elaborazione dati, dei dipendenti, una sede legale, un conto in banca e degli azionisti spesso con ben pochi scrupoli. Però ha anche l'obbligo di fornire tutto il supporto necessario alle forze dell'ordine quando gli viene richiesto (questa cosa è esplicitata nelle privacy policy, basta leggerle...); quindi ecco che il corriere, nel caso dei mafiosi, non è fidato. E i terroristi di cui sopra? Mi sa che non hanno la stessa intelligenza...

Lasciamo perdere i criminali di ogni sorta e torniamo a noi. Che non abbiamo (spero!) nulla da temere dalle forze dell'ordine, ma abbiamo i nostri piccoli segreti da mantenere tali. Prima di affidarli alle chat, dovremmo chiederci cosa potrebbe succedere se venissero portati a conoscenza di estranei o (peggio) proprio delle persone a cui non vogliamo farli conoscere. Una volta che il messaggio (in realtà, qualsiasi dato) ha lasciato il nostro dispositivo ed è in viaggio attraverso internet, ne perdiamo il controllo: non sappiamo chi ne ha accesso, quante copie ne vengono fatte, dove vengono memorizzate, etc; ma soprattutto, il ricevente legittimo potrebbe a sua volta reinviare il nostro messaggio verso altri, o semplicemente farlo leggere, e così via, in un inarrestabile processo. Nulla di diverso, in realtà, da quanto succedeva da ragazzi quando confidavamo al nostro migliore amico un "segreto", con l'impegno di non dirlo a nessuno... ma almeno, potevamo sperare che col tempo venisse dimenticato!

giovedì 20 aprile 2017

Social o utenti: di chi la responsabilità?

Credo tutti abbiano sentito la notizia dell'assassinio casuale di anziano afroamericano da parte di un altro afroamericano, che ha ripreso e poi postato il video su Facebook (asserendo tra l'altro di aver commesso altri omicidi, ma al momento non ho sentito conferme, per fortuna). Ebbene, nella tragedia sembra che un po' tutti i giornali abbiano dato particolare risalto al ritardo di Facebook nel cancellare il video in questione, che è stato visto e condiviso da un certo numero di persone.

Prima di andare avanti faccio una doverosa premessa: non sono su Facebook per scelta, perché non mi piace come viene utilizzato dagli utenti e gestito dai suoi manager; ma in questa vicenda mi sembra faccia un po' da capro espiatorio, anche nei confronti degli altri social network, per cui il mio ragionamento è in realtà totalmente applicabile anche a questi ultimi.

L'avvento dei social network è stato un cambiamento dirompente nella società umana: ormai chiunque è in grado di produrre contributi (scritti, video, audio, immagini, etc) e di condividerli potenzialmente con il mondo intero. I genitori postano le foto dei loro bambini; i fotografi le loro migliori opere; gli adolescenti le loro emozioni; i blogger i loro articoli; e via dicendo. Ma il mondo non è solo fatto di genitori, fotografi, adolescenti e blogger: è fatto anche di ladri, terroristi ed assassini. E così succede che i ladri postino le loro malefatte, i terroristi le loro rivendicazioni e gli assassini i loro omicidi. Quindi che questi atti criminali finiscano sui social, a mio parere non deve sorprendere nessuno. Per fortuna, in un certo senso: così aiutano le forze dell'ordine a identificarli.
E non deve nemmeno sorprendere che vengano rimossi: in definitiva, i social nascono con ben altri scopi, non certo quello di aiutare i criminali. Quindi nessuna sorpresa se il video in questione è stato rimosso. Il problema sono i tempi. 3 ore, dicono i giornali: troppi, perché nel frattempo il video è stato visto e condiviso, probabilmente anche commentato. A me 3 ore non sembrano molte, anzi mi sembrano poche. Bisogna considerare i tempi tecnici per cui arrivano le prime segnalazioni (tra le moltissime che arrivano in continuazione), venga presa visione dai responsabili, che probabilmente devono contattare la polizia, etc... infine la rimozione vera e propria.

Io, invece, vorrei andare a chiedere uno ad uno (indipendentemente da quanti siano) a coloro che hanno visto il video, l'hanno condiviso o hanno messo un "mi piace": ma cosa c'hai nella testa al posto del cervello? Quale putrida ed inutile materia? Perché accidenti l'hai fatto? Purtroppo mi do anche una risposta da solo: immagino che molti mi risponderebbero che semplicemente hanno pensato fosse un video fasullo, magari molto ben fatto, e che mai avrebbero pensato potesse essere reale. Beata ingenuità!

Ecco che torniamo quindi allo stesso tema che già viene affrontato con le fake news (o bufale per dirla all'italiana): ossia la non capacità da parte di molti utenti di riconoscere la finzione dalla realtà, soprattutto sui nuovi media che viaggiano su internet; la non consapevolezza dei meccanismi che stanno dietro questi atti; e soprattutto la mancata presa di responsabilità per evitare che si diffondano e ripetano. E la soluzione, palesemente semplice: l'educazione.

Oggi, su questo episodio, difendo Facebook, che ha avuto la sola colpa di essere il più diffuso e quindi il più appetibile per il criminale di turno. Domani difenderò gli altri social, pur con tutti i loro difetti, per episodi simili (ce ne saranno, purtroppo...). D'altra parte, pur riconoscendo che i social sono principalmente destinati al diletto, non difenderò mai chi li utilizza spegnendo il cervello.

lunedì 30 gennaio 2017

A proposito di bufale

Visto che sul web impazza il dibattito sulle bufale, mi sento in dovere di dire anche la mia.

Iniziamo da un doverosa precisazione: distinguiamo le "Bufale" dalle "bufale".
Ecco le prime:

Argomento quanto mai interessante, con il dualismo tra Mondragone e Battipaglia, e gli esperimenti caseari extraterritoriali, un po' in tutta Italia; ma ahimè, questo è un blog che parla di informatica. Per cui parleremo delle seconde:

A esempio di questa categoria, ho scelto una bufala che più di altre mi ha fatto divertire, ma in realtà ne potevo scegliere tra migliaia...

Tornando seri: l'argomento delle "fake news", come dicono gli anglofoni, è balzato agli onori della cronaca grazie ai recenti risultati elettorali inglesi (referendum sull'uscita dall'Unione Europea, o "Brexit"), americani (elezioni presidenziali) e parzialmente anche italiani (referendum costituzionale); poiché si teorizza che false notizie, infiltrate ad arte, abbiano in qualche modo influenzato gli elettori nelle loro scelte. Non entro nel merito, faccio solo notare che di bufale sul web (e non solo) ne girano già da tempo, senza che nessuno, se non pochi arditi, se ne occupassero. Ora, nell'analizzare i casi poc'anzi ricordati, molti si sono posti il problema della generazione di queste false notizie, ma pochi quello della loro diffusione: ed è su questo che mi voglio concentrare.

Sì, perché che qualcuno abbia interesse a generare false notizie, non dovrebbe sorprendere nessuno; ma a diffonderle, ed a farle diventare popolari, non è "qualcuno", siamo noi! Attraverso i social, naturalmente.
Chiediamoci: qual'è normalmente il nostro atteggiamento davanti ad una notizia? Possiamo definirlo "critico"? Ovvero, ci poniamo, anche solo per un attimo, quasi automaticamente, queste domande:
  • La notizia è particolarmente sorprendente, per quelle che sono le mie conoscenze?
  • L'ente o la persona che la pubblica, la ritengo degna di fiducia?
  • Sono citate in modo chiaro le fonti della notizia?

Se le risposte che ci diamo lasciano un margine di dubbio, allora la prima cosa da fare è non diffondere a nostra volta la notizia, dopodiché abbiamo due strade: o lasciamo cadere nel vuoto la notizia (dal nostro punto di vista), oppure cercare conferme, ovviamente in modo serio. Certo, se partiamo dal presupposto che i giornali più istituzionali siano tutti al soldo dei "poteri forti" al solo scopo di renderci cittadini amorfi, beh, difficilmente accetteremo delle smentite... vero che anche il giornalismo sta vivendo una sua crisi, dovuta alla necessità di sopravvivere alla rivoluzione di internet, però ricordiamoci che dall'altra parte esistono testate e personaggi che inventano qualsiasi panzana pur di vendere una copia in più di un libro, o per attirare qualche visita in più al loro sito, per non parlare dei delinquenti che speculano sulla salute promettendo cure miracolose.
Esistono anche casi intermedi, cioè siti o giornali in cui le notizie, magari vere, vengono presentate in modo esagerato o provocatorio, sempre per i motivi suddetti, cioè la necessità di attirare i lettori; personalmente cerco di evitare questi siti, però devo dire che in alcuni, particolarissimi casi li trovo utili perché offrono anche i "dati grezzi" (penso principalmente al meteo), che per un appassionato della materia risultano assolutamente interessanti.

Vengono in nostro soccorso anche quelli che in termine inglese si chiamano "debunker": cioè giornalisti o divulgatori che a tempo perso e per vocazione effettuano le ricerche necessarie a controllare la veridicità o meno di una notizia. Non voglio qui suggerire quelli che seguo io, semplicemente faccio presente che quelli seri pubblicano le loro indagini con numerosi dettagli, proprio allo scopo che possiate a vostra volta controllare.

Ecco che con poco, un po' d'attenzione e senso critico, possiamo evitare di diffondere le false notizie, qualunque sia il loro scopo; questo dovrebbe essere uno dei doveri degli onesti cittadini digitali.