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martedì 14 gennaio 2020

Ricerche su Android, arriva la "libera scelta"

Forse non tutti sanno che circa un anno e mezzo fa Google è stata multata (oltre 4 miliardi di euro) dall'Antitrust europeo per "abuso di posizione dominante" in relazione al fatto che gli smartphone con Android usano Google come motore di ricerca predefinito; cioè, se io voglio usare un altro motore di ricerca, devo cercarmelo o scaricare l'app. In realtà, considerando che Android è un prodotto di Google, non è particolarmente sorprendente, tuttavia esistono delle leggi proprio per evitare che situazioni del genere diventino normali.
A questo punto temo che i più, leggendo ciò, abbiano pensato: "Ah perché, esistono altri modi per fare ricerche su internet?", il che la dice lunga sul perché Google detenga una quota di mercato del 95% tra i motori di ricerca...
Comunque sia, a seguito della multa (che, per quanto sembri alta, sono comunque bruscolini), Google ha acconsentito a fare in modo (in Europa, e dal 1 marzo) che il motore di ricerca predefinito venga scelto al momento della prima accensione di uno smartphone nuovo.

Evviva? Insomma...
La prima considerazione da fare è che evitando Google come motore di ricerca, non evitiamo tutti gli altri modi in cui veniamo tracciati in ogni nostra attività sullo smartphone; quindi in termini di privacy ci guadagnamo poco. L'unico vero vantaggio è che evitiamo che l'ordine nel quale appaiono i risultati, sulla base delle tracciature di cui sopra, sia "personalizzato" (da non confondere con gli annunci sponsorizzati, che spesso precedono i risultati veri e propri, e che comunque sono presenti anche negli altri motori).
Questa considerazione ne porta un'altra: chi volesse veramente evitare di farsi tracciare, non deve avere uno smartphone. L'unica alternativa ad Android è l'iPhone, che però è più costoso degli smartphone Android, e comunque le app più comuni sono di loro delle vere spione. Se poi consideriamo che il motore di ricerca predefinito di Apple è Google (che paga, per rimanerlo...), allora il quadro è completo.

In merito ai motori di ricerca tra cui scegliere, essi saranno Google (ma dai?) più altri 3, di cui due sempre uguali ed uno variabile per paese. Sapete come è stata fatta la scelta? Semplice: con un'asta. Chi paga di più, compare (pare che l'asta sarà ripetuta ogni 4 mesi); e le casse di Alphabet (la holding a cui appartiene Google) continueranno a riempirsi in ogni caso.


Se a qualcuno finalmente viene l'orticaria a scoprire queste cose, e prova a chiedersi se usare un altro motore di ricerca è ugualmente efficace, beh, la risposta non può essere un o un no. Chi è abituato, con Google, a non andare mai nei risultati dalla seconda pagina in poi, probabilmente non noterà nessuna differenza significativa; ma se invece capita che vada oltre la prima pagina, allora bisogna riconoscere che la qualità (intesa come numero di risultati e pertinenza) di Google è, al momento, imbattibile.

Consigli? Provare, solo così ci si potrà rendere conto che alternative esistono e magari sono valide. Personalmente, dei 3 motori di ricerca che verranno proposti in Italia ne ho provati 2: entrambi non basano il proprio business sulla profilazione degli utenti, uno è americano e l'altro è europeo, ed i risultati sono più o meno equivalenti.

domenica 5 gennaio 2020

L'infelice vicenda della #PasswordDiStato

Pur sovrastata dalle notizie giustamente più importanti sulle tensioni internazionali, non è passata sotto silenzio (almeno tra gli addetti ai lavori), anzi ha suscitato un discreto putiferio, l'intervista radiofonica della ministro dell'innovazione in cui proponeva una "password di stato" per ogni cittadino, utile non solo per l'autenticazione verso i servizi online della Pubblica Amministrazione, ma anche per tutti gli altri. Putiferio che è stato seguito da due precisazioni via social della stessa ministro, e dalle prese di posizione più o meno autorevoli da parte della stampa e della politica.
Premetto che (spiegherò tra poco il perché) ho seguito poco il putiferio, le precisazioni e le prese di posizione; ma quel poco che ho sentito si annovera maggiormente nel calderone delle "poche idee ma ben confuse". E quindi non potevo esimermi dal dire la mia.

Conoscere la "proposta"
Per iniziare, consiglio l'ottimo riassunto della vicenda, che include anche i leciti dubbi che comunque ogni buon informatico deve porre, di Paolo Attivissimo.
Vale la pena anche questo breve articolo che la stessa ministro ha postato su Linkedin.

Cosa ho capito io
Personalmente, ho sentito per la prima volta parlare di questa vicenda con una segnalazione della (prima?) precisazione, per cui per me la questione si era già parzialmente sgonfiata. Per farla breve, a me è sembrato che la prima reazione all'intervista radiofonica abba indotto molti, sentendo l'espressione "password di stato", a pensare che si trattasse di un sistema di autenticazione unico, fornito dallo Stato, in cui la password viene impostata dallo Stato stesso e non è modificabile da noi. La posizione (dopo il chiarimento) della ministro fa riferimento invece al potenziamento dell'utilizzo della SPID anche verso servizi non necessariamente relativi ai pubblici servizi o alla pubblica amministrazione.

Glossario minimo
Prima di passare alle mie opinioni, bisogna capire di che stiamo parlando.

L'autenticazione, nel mondo informatico, è quel processo che verifica l'identità di un utente. Nella stragrande maggiornanza dei casi, ciò avviene attraverso l'inserimento di due  parametri: il nome utente (che non è segreto), che lo identifica; e la password (segreta) che lo conferma. Il sistema funziona solo e soltanto se l'utente è l'unico a conoscere la sua password. Per ovviare a tutti i problemi che questo sistema ha, sono stati implementati altri sistemi come l'autenticazione a 2 fattori (oltre alla password si richiede un ulteriore codice di verifica legato ad un oggetto posseduto, come lo smartphone) e la biometria (impronte digitali, riconoscimento facciale).

La SPID è un sistema di autenticazione che prevede una verifica preventiva dell'identità reale dell'utente e sia ad essa collegata a tutti i fini di legge, per cui ogni operazione effettuata tramite la SPID è riconducibile ad un preciso cittadino italiano (in realtà essendo un'implementazione italiana di una direttiva europea, la SPID è utilizzabile anch in tutti i paesi UE e gli equivalenti sono utilizzabili in Italia). Attualmente la SPID è gestita da 9 operatori privati per conto dello Stato, ed è gratuita (per i primi due anni). Molti servizi pubblici centrali la richiedono (INPS, Agenzia delle Entrate, etc) mentre molti servizi locali ancora no.

La mia opinione
  1.  È evidente che l'espressione "password di stato" sia stata infelicissima; ciò nonostante, ritengo che l'idea di una password imposta dallo Stato fosse così balzana che nemmeno i nostri più scriteriati amministratori della cosa pubblica potessero concepirla, e che essa sia frutto solo delle più becere propagande ideologiche e politiche che infestano i media italiani ed i social
  2. Chiarito che si parla della SPID, l'idea di un suo utilizzo per i servizi online più disparati pone una serie di problematiche ben descitte da Attivissimo nell'articolo precedentemente segnalato, per cui la ritengo poco praticabile
  3. Tuttavia, se l'alternativa alla SPID (sempre per i servizi online non pubblici) è quella di utilizzare sempre la stessa password, o peggio le credenziali di Facebook, Google, Twitter o Linkedin, allora siamo alla demenza più totale: meglio mille volte il nostro Stato, per quanto malandato (sotto tutti i punti di vista), piuttosto che privati colossi esteri bramosi di raccogliere e rivendere al miglior offerente tuttle le informazioni possibili su di noi
  4. Quanto appena detto vale esclusivamente se con "Stato" intendiamo le istituzioni al servizio del cittadino, e non organizzazioni private legate a doppio filo a questo o quel partito (per essere chiari: Casaleggio)
  5. Il paventato pericolo che dall'uso della SPID lo Stato raccolga informazioni su di noi che non avrebbe avuto altrimenti, è reale; ma non è nemmeno un automatismo, tecnicamente svincolare completamente il processo di autenticazione da ciò che avviene dopo è fattibile; ed il legame (questo sì, inevitabile) che rimane tra ciò che facciamo e la nostra identità può essere regolato correttamente secondo la normativa europea sui dati personali (da notare che il ministro stesso su Linkedin fa riferimento alla necessità di interpellare il Garante, come previsto dalla legge ma mai avvenuto in casi precedenti...)
  6. Fatto salvo tutto questo, il problema ultimo che nessuno sembra voler affrontare è che la maggioranza della popolazione italiana, semplicemente, non è in grado di capire ed utilizzare gli strumenti che gli vengono messi a disposizione; finché sarà così, a mio parere parlare di "innovazione" (soprattutto da parte di chi non ha le competenze per capire cosa significhi) è totalmente inutile.

venerdì 25 ottobre 2019

Computer quantistici, rivoluzione presunta

Pochi giorni fa, Google ha annunciato di aver raggiunto la supremazia quantistica, ossia di aver fatto funzionare un computer quantistico per effettuare in 200 secondi un calcolo che un computer tradizionale avrebbe fatto in 10000 anni.
Non voglio qui spiegare cos'è un computer quantistico (è comunque una tecnologia di cui si parla da decenni), ma analizzare le conseguenze del suo avvento (che, sia chiaro, non è poi così imminente: siamo ancora in fase di prototipi, la commercializzazione per i comuni mortali è ancora lontana).

La prima e più evidente conseguenza riguarda le nostre "amate" password: se oggi, con i pur potentissimi computer moderni, le password da 8 caratteri (purché non banali) sono considerate abbastanza sicure, l'avvento dei computer quantistici le renderà sostanzialmente inutili perché indovinabili in pochi secondi.


In pratica, per mantenere lo stesso livello di sicurezza di una password da 8 caratteri, bisognerà passare a una da 13 o 14 caratteri. Sopravviveremo.

Una seconda considerazione invece deriva dal fatto che dovrebbero diventare molto più veloci quei calcoli che oggi sono i più complessi: le simulazioni.
Le simulazioni servono principalmente per fare previsioni: a partire da quelle del meteo (o del clima), e via via dinamiche varie, da quelle delle traiettorie dei corpi celesti, all'evoluzione sociale umana, etc. Il vero problema delle simulazioni non è però la quantità di calcoli necessaria: è la conoscenza reale del fenomeno che si vuole simulare, e la capacità di trasformarla in un modello matematico.
Primo esempio: le leggi che governano l'evoluzione dell'universo sono ormai acclarate con un buon grado di certezza; in questo caso, la capacità di calcolo dei nuovi computer permetterà sicuramente di andare oltre le nostre capacità attuali, permettendo nuove scoperte.
Secondo esempio: l'evoluzione del clima è probabilmente il problema con complessità più elevata che si affronti ai nostri giorni; ma al contrario di quello che la narrativa mediatica racconta, le dinamiche ed i fattori che la regolano sono note con estrema approssimazione (cioè: nessuno ne capisce ancora quasi nulla). Se i modelli di oggi falliscono nel fare previsioni accurate, il computer quantistico che userà gli stessi modelli permetterà di avere sì previsioni a più lungo termine, ma ancora più inaccurate ("propagazione dell'errore").

Ad onor del vero, la possibilità di aumentare i calcoli eseguibili permetterà di eliminare le approssimazioni che vengono volutamente introdotte nei modelli proprio per limitare il tempo necessario all'esecuzione dei calcoli; quindi un vantaggio, com'era prevedibile, si ha comunque.

Ma in ogni caso, senza l'intelligenza umana, anche il computer quantistico rimane un inutile ammasso di (costosissima) ferraglia.

AGGIORNAMENTO: IBM contesta la misura della prestazione rispetto ad un computer tradizionale, cioè lo stesso calcolo che il computer quantistico di Google ha fatto in 200 secondi, un computer di IBM lo avrebbe eseguito in circa 2 giorni e mezzo, invece di 10000 anni. Una bella differenza, che comunque non sminunisce il salto tecnologico; personalmente non sono in grado di giudicare chi abbia ragione, semplicemente la posizione di IBM mi sembra più plausibile.

AGGIORNAMENTO 2: un altro interessante articolo (anche se abbastanza tecnico), sostiene che in pratica il "calcolo" eseguito da Google non ha una reale utilità; ma la parte interessante è che pare che al momento i computer quantistici non siano programmabili nel senso tradizionale del termine. Questo vuol dire che finchè non sarà superato questo limite (se mai lo sarà), il computer quantistico sostanzialmente non serve a nulla! Lunga vita al computer tradizionale... ed ai programmatori.

sabato 29 giugno 2019

Guerre virtuali, attacchi reali

La notizia è passata sui giornali quasi come fosse solo una curiosità: Trump ferma i bombardieri  diretti in Iran e invece ordina l'attacco cybernetico. Pieno successo, dicono gli americani; nessun danno, dicono gli iraniani: certo, il campo di battaglia è virtuale, come possiamo noi sapere veramente cos'è successo? Oltretutto le infrastrutture attaccate erano militari, quindi il segreto è d'obbligo. Comunque nessuno si è fatto male e siamo tutti contenti.

Resta il fatto che la guerra digitale, forse per la prima volta, è stata preferita a quella tradizionale. Buona notizia, senz'altro: ma non così buona come potrebbe sembrare ai meno attenti. Bene ha fatto il Generale Rapetto a rimarcarlo immediatamente.

Analizziamo la situazione. La guerra totale (cioè quella che coinvolge la popolazione civile per fiaccare la volontà di resistenza di una nazione o popolo) ha raggiunto il suo massimo nella seconda guerra mondiale, ma non è certo una novità del secolo scorso. Strategicamente parlando, per costringere una nazione alla resa devi fiaccarla economicamente (distruggendo le industrie e la produzione alimentare) e socialmente (attraverso sofferenze così atroci da rendere preferibile qualsiasi altra cosa, incluse le condizioni imposte per la resa). Gli strumenti sono stati per secoli bombardamenti, violenze, fame,  distruzioni indiscriminate.

Il problema è che ora gli stessi scopi possono essere raggiunti attraverso strumenti virtuali che però hanno conseguenze estremamente reali: semplicemente perché ormai tutta l'economia e la società si è digitalizzata. Non ci credete? Qualche esempio, ispirato da episodi reali.

Industrie, ospedali, trasporti bloccati per giorni da un virus (informatico, s'intende).
Sistemi di controllo di impianti idraulici accessibili via internet (pensate a cosa succederebbe aprendo completamente, all'improvviso, le chiuse di una diga).
Conti correnti e risparmi spariti cancellando i database delle banche.
Grandi flussi di notizie fasulle e contraddittorie sui social ma anche sui giornali "ufficiali".
Blackout energetico indotto da attacchi "denial of service".
Esami diagnostici modificati o cancellati.

Finché tutto ciò è episodio singolo e sporadico causato da un gruppetto di hacker, poco male (si fa per dire); ma se invece una nazione attaccasse deliberatamente un'altra con azioni coordinate e simultanee effettuate da esperti? L'effetto potrebbe essere che una mattina ci troviamo senza luce, gas, telefonia, coi campi agricoli allagati, i trasporti bloccati, impossibilitati a pagare nei supermercati (ammesso che siano aperti), soccorsi impantanati nella mancanza di comunicazioni, tutti senza sapere cosa sta succedendo ed in balia delle voci che girano incontrollate. Una situazione in cui i morti non li troveresti tutti insieme sotto le macerie dei bombardamenti; li troveresti nelle strade, a poco a poco, mano mano che il caos ed il panico si espande.

Fantascienza? Trama di film catastrofici? Pensare che quello appena descritto sia uno scenario impossibile è semplicemente da criminali (o stupidi, se preferite), tanto è vero che l'Unione Europea ha varato una Direttiva (la 2016/1148, detta "NIS") che impone agli stati membri di individuare i gestori di infrastrutture critiche, che a loro volta, sulla base del loro livello di criticità, devono dotarsi di misure di sicurezza (sia tecniche che organizzative) contro gli attacchi informatici. Anche la vicenda Huawei può essere presa ad esempio (anche se in questo caso credo prevalgano gli aspetti economici): se gli USA basassero le loro infrastrutture critiche su dispositivi fabbricati in Cina, si esporrebbero all'enorme rischio di subire attacchi del genere appena descritto che vengono veicolati in modo nascosto proprio attraverso quei dispositivi.

L'era dei bunker antinucleari è finita da un pezzo: inizia ora quella della cybersecurity.

martedì 18 settembre 2018

La maggiore età online è 14 anni (forse)

Forse non tutti sanno che 2 settimane fa è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale (e quindi sta entrando in vigore) un decreto legislativo che complementa la normativa Europea sulla privacy (il Regolamento UE 679/16, meglio noto come GDPR). Tra i tanti tecnicismi del decreto, c'è un elemento che interessa gli adolescenti ed i loro genitori: è stata fissata a 14 anni (invece dei 16 come da Regolamento) l'età dalla quale i minori possono esprimere autonomanente il consenso per il trattamento dei loro dati personali nei servizi online. Poiché mi è capitato di leggere interpretazioni fuorvianti in passato, cercherò di fare chiarezza sul significato e le conseguenze di questa norma.

Il consenso è uno dei 6 presupposti su cui è possibile basare un trattamento lecito di dati personali; gli altri 5, dal punto di vista dei comuni cittadini, rappresentano tutti quei casi in cui il trattamento è indispensabile o comunque non lesivo dei nostri diritti. Quindi il consenso è l'unico caso in cui, sostanzialmente, abbiamo la possibilità di scegliere se accettare il trattamento o no. Nel mondo online è il presupposto più utilizzato, perché i servizi online (sembra incredibile, vero???) non sono indispensabili alla nostra vita. Poiché il consenso ha ovviamente un valore anche legale, sarebbe indispensabile la maggiore età per poterlo esprimere, ma in questo caso il legislatore ha tenuto in debito conto la realtà, cioè il fatto che i minori sono tra i maggiori utilizzatori di questi servizi, e quindi ha abbassato l'età per poter esprimere il consenso, prevedendo contemporaneamente alcune tutele aggiuntive, tra cui che la relativa informativa sul trattamento dei dati sia particolarmente chiara e concisa.
Cosa succede prima dei 14 anni? Semplicemente che è necessario il consenso (o l'autorizzazione) anche di chi esercità la responsabilità genitoriale. La norma prevede anche che il gestore del servizio verifichi l'età del minore e l'identità del genitore (evidentemente anche a Bruxelles hanno capito che accà nisciun è fess!).

Su quest'ultimo argomento voglio spendere altre due parole. Google ha trovato un metodo ingegnoso per verificare che il consenso accessorio dei genitori sia effettivo: richiede di utilizzare una carta di credito a nome del genitore su cui viene effettuata una pre-autorizzazione di un centesimo, che poi, dopo l'autorizzazione, viene restituito. Bene benissimo, se non fosse che (hoplà) Google ha ottenuto i dati di una carta di credito valida (non che faccia addebiti fraudolenti, intendiamoci!).

Il problema è che molti gestori, soprattutto extraeuropei (leggi: USA), se ne fregano e utilizzano un metodo molto più semplice: fissano nelle proprie condizioni di utilizzo l'età minima per iscriversi a 16 anni per tutti, così nessuna verifica è necessaria (la norma, infatti, per i maggiori di 16 anni non prevede verifiche di età). Tagliando di fatto fuori i minori proprio da tutti quei servizi che invece vanno tanto di moda, ma dall'altra parte confidando sul fatto che tanto il modo di iscriversi lo trovano lo stesso, come peraltro avvenuto finora, potendo così trattare dati personali di minori come se fossero maggiorenni.

Cari genitori, come vedete la legge non intende impedire le pratiche diventate ormai di uso quotidiano anche tra i giovanissimi, però è necessario che partecipiate alla vita online dei vostri figli, e non solo al momento dell'iscrizione al social: controllando loro, ovviamente, ma controllando anche come i diversi gestori di servizi utilizzano i vostri dati, e facendo di conseguenza le opportune scelte consapevoli. Lo ribadisco ancora una volta: utilizzare quella particolare chat "perché ce l'hanno tutti" è stupido, le alternative esistono e potete imporle, vedrete che piano piano diventeranno di uso comune; altrimenti, non cambierà mai nulla.

giovedì 30 agosto 2018

Lasciami il tuo computer e diventerà mio

Nel lontanissimo (in termini tecnologici) anno 2000, un certo Scott Culp della Microsoft scrisse un articolo in cui definiva le 10 immutabili leggi della sicurezza; la numero 3 recita:
Se una persona disonesta ottiene accesso fisico illimitato al tuo computer, quello non è più il tuo computer.
Nel mio lavoro, ma anche nell'ambito privato, ho notato che questo tema sia particolarmente ostico agli utenti digitali "normali", probabilmente perché le pratiche basilari di sicurezza (tipicamente: la password, ed i permessi sui file) sono considerate sufficienti ed un fastidio già considerevole. In questo post cercherò di spiegare il senso pratico della legge sopra riportata e perché lasciare incustodito il proprio computer è sempre una pessima idea, al di là dei danni economici di un possibile furto.

Prima di tutto spieghiamo cosa intende dire la suddetta legge. Accesso fisico illimitato significa che la persona disonesta ha la possibilità di toccare "con mano" il computer e farci quello che vuole senza che nessuno lo ostacoli; non è più il tuo computer significa che, se riotterrai la disponibilità del computer, potresti trovarlo in qualsiasi condizione (vedremo dopo cosa significa) e soprattutto tutti i tuoi dati potrebbero essere stati violati e/o distrutti. Anche se le tecniche sono un po' diverse, quanto detto vale anche per smartphone e tablet, mentre nel seguito mi riferirò solo ai computer tradizionali (fissi, portatili, server), quelli con mouse e tastiera, per intenderci.

Veniamo a cosa posso fare se ho il "tuo" computer a mia completa disposizione.
Per prima cosa, posso spegnerlo: ho la possibilità di staccare l'alimentazione e, nel caso di portatili, di togliere la batteria (se è interna, è solo questione di un po' di tempo in più). Questo già significa che se il computer stava facendo qualcosa di importante, ti causo un disservizio.

Una volta spento, potrei staccare il disco fisso interno e quindi leggerlo o sovrascriverlo utilizzando un altro computer. Infatti, con un altro computer tutti i permessi eventualmente impostati sui file possono essere banalmente modificati dall'amministratore (che non sei più tu); e questo indipendentemente dal fatto che tu abbia utilizzato o no una buona password.

In realtà, non è nemmeno necessario staccare il disco, può tranquillamente rimanere dov'è: infatti io farò ripartire il "tuo" computer utilizzando però un mio drive USB con un sistema operativo alternativo di cui io sono l'amministratore. A quel punto ciò che posso fare è, semplicemente, tutto. Qualche esempio?
  • Posso cambiare le password (senza bisogno di conoscerle) del "tuo" sistema operativo, così posso poi riavviare il computer ed impersonare te o l'amministratore;
  • Posso leggere o modificare i file, indipendentemente dai permessi presenti sul "tuo" sistema operativo;
  • Posso clonare l'intero disco (ogni singolo bit), con una tecnica che praticamente è quella usata per le indagini giudiziarie, così potrò poi leggere i tuoi file con calma e senza che tu nemmeno lo sappia;
  • Posso collegarmi ad internet con il tuo provider e commettere atti illegali che risulteranno essere stati commessi da te;
  • Posso sostituire completamente il sistema operativo e tutti i dati, così che dopo non riuscirai più ad utilizzare il "tuo" (ex) computer;
  • Posso inserirti programmi (tipicamente, malevoli per te) a mio piacimento.

È bene precisare che quando dico "leggere i tuoi dati", mi riferisco, anche in questo caso, a tutto: password, numero della carta di credito, la cronologia della navigazione internet, i file che hai scaricato, le tue foto più intime... Evito di spiegare cosa succede se tra le password trovo quelle dei tuoi servizi internet (posta, social, disco remoto, etc): diciamo che anche quelli diventano non più tuoi.

Inoltre, il drive USB che citavo prima non è roba da hacker "cattivo": esso conterrebbe esattamente gli stessi strumenti che uso da anni per cercare di risolvere i malfunzionamenti dei computer. Non sono gli strumenti ad essere buoni o cattivi, ma l'uso che se ne fa.

Vuoi difenderti? Beh, intanto dovresti utilizzare una password anche nel BIOS (anche se ora si chiama UEFI) per avviare il computer, o anche solo per far avviare un sistema operativo diverso; ma comunque io sarò in grado di resettare il BIOS/UEFI e quindi cancellarti la password. Comunque non è banale e quindi è una misura semplice ed efficace per moltissimi casi.
Poi dovresti evitare di far ricordare le password dei vari servizi al browser e agli altri programmi... lo so, è tanto comodo, ma anche per i disonesti! E si, dovresti uscire tutte le volte e reinserire la password tutte le volte; oppure usare l'autenticazione a 2 fattori (il riconoscimento biometrico, invece, può non essere una buona soluzione).

Ma se vuoi davvero difenderti, ci sono solo 2 tecniche efficaci: la crittografia ed il backup. Con la prima ti proteggi dalla lettura dei dati che reputi "sensibili" (cioè, quelli che non vuoi far conoscere agli altri), con il secondo dalla distruzione dei dati. Ovviamente, per essere veramente efficaci queste 2 tecniche devono essere utilizzate con le giuste modalità. Per fare qualche esempio: la crittografia è inutile se la chiave si può trovare sullo stesso disco dove si trovano i dati protetti; la copia di backup (aggiornata!) deve trovarsi dove il malintenzionato non possa realmente accedere. Ma su questi argomenti ho già scritto (prova anche a vedere la sezione Suggerimenti) e continuerò a scrivere, vista la loro importanza.

Tutto chiaro, no? La sicurezza fisica dei computer non è secondaria a quella logica, su cui tanti spesso si soffermano, perché se è vero che è meno probabile (davvero?) venga violata per via della necessità dell'accesso, appunto, fisico, è anche vero che le conseguenze della violazione sono potenzialmente molto peggiori.

AGGIORNAMENTO: mi sono imbattuto in questo articolo che mina pure le certezze sulla crittografia come arma fondamentale contro i furti di dati; in realtà confermando anche il fatto che se la chiave è a disposizione "da qualche parte" che non sia la mia testa, un modo per recuperarla lo trovano sempre...

mercoledì 25 aprile 2018

Privacy, la rivoluzione silenziosa

Manca solo un mese all'applicazione del Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati Personali, che andrà di fatto a sostituire le normative nazionali attuali (in Italia il Codice Privacy del 2003). Ne avevo parlato in un post circa 6 mesi fa, quando avevo appena iniziato ad occuparmi di questo tema (che ora sta diventando il mio lavoro), evidenziando le poche, anche se significative, novità dal punto di vista dei cittadini. Oggi, dopo mesi di studio, lo faccio di nuovo, con una prospettiva diversa: quella della vera rivoluzione che riguarda più coloro che lo devono mettere in pratica (aziende, associazioni, enti), che però avrà notevoli effetti sui tutelati, cioè tutti noi.

Rivoluzione, dicevamo: quella per cui si passa da un normale insieme di obblighi più o meno uguali per tutti, al principio di responsabilizzazione di chi tratta i nostri dati personali. Infatti, il senso ultimo del Regolamento si potrebbe riassumere in questo modo:
A te, azienda/associazione/ente che legittimamente li utilizzi, i dati personali vengono affidati dai legittimi proprietari, a condizione che tu li custodisca al meglio delle tue possibilità.
La pratica, senza entrare troppo nei dettagli, è che ogni titolare deve autonomamente decidere, entro i limiti dettati della norma, come trattare i dati personali che raccoglie e detiene. Ma ciò che ritengo più interessante è invece un altro aspetto: il legislatore cerca di imporre la visione per cui le persone che hanno i poteri decisionali nelle aziende devono immedesimarsi nelle persone di cui trattano i dati, valutandone le legittime aspettative, ed adoperandosi di conseguenza; anche in considerazione del fatto che chi in un contesto rappresenta colui che usa i dati personali, in altri è invece colui a cui appartengono. Spingendomi probabilmente oltre le reali intenzioni, è quasi come se venisse applicato all'uso dei dati personali l'insegnamento evangelico: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

Lo scopo è chiaramente l'effettiva tutela di quello che è considerato uno dei diritti fondamentali dell'uomo, tant'è vero che la norma non si applica solo ai cittadini europei, ma anche a coloro che temporaneamente ricadono sotto la giurisdizione europea; e contemporaneamente, si applica anche ai soggetti extra-UE che forniscono servizi ai cittadini europei, indipendentemente da dove essi si trovino fisicamente.

Quindi tutto bene? Sicuramente no. Chi normalmente dimostra di non avere rispetto dei diritti altrui non ne avrà nemmeno in questa occasione; in questo caso, si spera che siano le salatissime sanzioni previste a fare giustizia. La speranza, però, è che questo principio faccia breccia nelle persone oneste ed abbia l'effetto di motivare coloro che, pur nel pieno rispetto della legge, ritengono la protezione dei dati personali, così come altri temi, solo un altro adempimento burocratico a cui dare il minimo dell'importanza possibile.
Ancora una volta, non è la legge da sola a poter cambiare le cose: serve che il tema della privacy venga, prima di tutto, sentito da tutti come uno dei diritti irrinunciabili.

L'importanza del Regolamento viene anche dimostrata da come le grandi aziende del web stanno affrontando l'adeguamento (secondo alcuni con timore): le nuove privacy policy stanno iniziando a farsi vedere, ma per un'analisi dettagliata vi rimando ad un futuro post.

sabato 11 novembre 2017

A maggio 2018 "cambia" la normativa privacy

Nel mondo commerciale informatico è periodo di gran fermento perché incombe una scadenza: a maggio prossimo entra in vigore il nuovo Regolamento dell'Unione Europea sulla protezione dei dati personali delle persone fisiche (che contestualmente abroga le normative precedenti degli stati membri), e un po' tutte le aziende devono adeguarsi alle nuove norme. Basta che fate una ricerca per GDPR (l'acronimo che identifica la nuova normativa, anche se ufficialmente è nota come 2016/679) e ve ne renderete conto. E forse vi renderete conto che tra i risultati difficilmente troverete qualcosa che spiega cosa cambia per i cittadini, invece che per le aziende. Poiché anch'io mi sto occupando della faccenda, ed avendo letto tutta la normativa, mi sento intitolato fare un po' il punto della situazione per il punto di vista del popolo.

Diciamo subito che rispetto alla normativa italiana vigente, per il cittadino cambia poco: i principi generali sono gli stessi. Però, avendoli letti, devo dire che, nella teoria, sono piuttosto buoni, nel senso che al privato cittadino sono garantiti diritti e libertà notevoli. In verità eccezioni a questi diritti e libertà non mancano, però mi sento di dire che hanno ragion d'essere: queste eccezioni tutelano gli interessi generali degli stati, la ricerca scientifica e medica, le finalità statistiche e di conservazione storica, le questioni giudiziarie, etc. La novità più rilevante è che la protezione europea si applicherà sostanzialmente anche quando i nostri dati finiscono in realtà fuori dai confini europei (esempi concreti? Google, Facebook, Apple, Microsoft, Instagram, Twitter...  praticamente il 99% dei nostri dati!).

Quindi? Tutto bene? Possiamo stare tranquilli? Beh, no, perché c'è il solito "però".
Il "però" in questione in realtà non è tra le novità, è un principio già presente da parecchi anni, ed è questo: tutte le protezioni della normativa si applicano a meno che non ci sia stato esplicito consenso a che i nostri dati venissero trattati in una data maniera. Per dirla in concreto: se un qualche call center vi perseguita al telefono per offrirvi imperdibili opportunità di risparmio, quasi certamente non sta violando nessuna norma, perché il vostro numero di telefono, insieme al consenso ad essere chiamati alle ore più improbabili, glielo avete dato voi accettando le condizioni (che non avete letto) per scaricare qualche nuova fantastica app o per la tessera punti del supermercato.

Ma poiché non ho scritto questo post per puntarvi il dito contro (ovviamente anch'io non sono senza peccato...), vediamo cosa possiamo fare grazie alla normativa.
In primis, tra i vari diritti riconosciuti agli "interessati" (cioè: i proprietari dei dati personali) c'è quello della revoca del consenso; ovviamente la revoca, e le sue conseguenze (quasi sicuramente la perdita del diritto ad usufruire del servizio), hanno effetto solo dal momento della revoca, in modo non retroattivo.
Poi c'è il cosiddetto "diritto all'oblio", che dovrebbe permettere la cancellazione totale dei dati, sia dal titolare che li ha originariamente acquisiti, ma anche da tutti quelli a cui sono stati trasmessi. Però (daje!) dobbiamo fare i conti con la potenza e quindi l'ingovernabilità del web: pensare di far sparire tutte le le copie esistenti di una foto o un video imbarazzanti è pura utopia. Basta che qualcuno (un privato, non un'azienda) abbia scaricato una copia e poi la riproponga su qualche altro sito, social, o che ne so io... e addio oblio, senza che nessuna autorità possa farci nulla!
C'è anche la "portabilità" dei dati: è un concetto simile a quello per il numero di telefono quando passiamo da un operatore all'altro, in questo caso sembrerebbe voler consentire una roba tipo portare i propri dati da un servizio verso un altro, per esempio potremmo "spostare" una casella di posta elettronica da un provider ad un altro; pensando invece ad un social, sinceramente non capisco proprio come ciò possa accadere, se non altro perché ogni social ha le sue specificità e mal si adatta a prendere in carico dati "pensati" per un altro.
Altra importantissima questione riguarda il trattamento automatico, spesso noto come profilazione, nei casi che questo comporti una significativa conseguenza all'interessato (pensiamo per esempio alla concessione o meno di un prestito, o al calcolo del premio di un'assicurazione): ora (cioè, da maggio) sarà possibile opporsi a questi tipi di trattamento, oppure richiedere l'intervento umano.
Infine, nel caso malaugurato di compromissione dei dati personali, è fatto obbligo al titolare del trattamento di informare l'interessato, che può poi rivolgersi all'autorità giudiziaria per l'eventuale risarcimento del danno (le sanzioni pecuniarie sono state decisamente inasprite: per i casi limite può arrivare a 20 milioni di euro o il 4% del fatturato annuo!).

A parte i diritti, una novità che ritengo importante è come viene rivisto l'obbligo di fornire le informazioni relative al trattamento (la cosiddetta informativa): essa deve essere concisa, trasparente, intelligibile per l'interessato e facilmente accessibile; occorre utilizzare un linguaggio chiaro e semplice, e per i minori occorre prevedere informative idonee. Speriamo che questo obbligo venga veramente rispettato, soprattutto nel suo condivisibilissimo spirito, però è tutto inutile se poi noi non facciamo la nostra parte: l'informativa va letta, capita e sulla base di essa dobbiamo effettuare la scelta libera e consapevole se concedere o no il nostro consenso, che è quello che lascia mano libera al titolare di fare tutto quello che vuole (basta che l'abbia scritto). Ci saranno, è inevitabile, delle informative che ci porranno davanti ad una sorta di ricatto: o il consenso, oppure niente servizio. Essere cittadini consapevoli e liberi significa avere il coraggio di saper dire No.
L'informativa deve anche contenere i contatti del titolare del trattamento (e, ove nominato, del responsabile della protezione) a cui è possibile fare le richieste riguardanti tutti i propri diritti.

Infine, voglio spendere 2 parole per la protezione di dati dei minori. Il regolamento prevede che il consenso sia valido a partire dai 16 anni; sotto questo limite, è necessario il consenso dei genitori. Ricordo anche che normalmente l'iscrizione ai social network, a parte quelli specificatamente dedicati ai bambini, è possibile solo a partire dai 13 anni, ma sento dire da più parti che questa regola (di buon senso, prima che formale) è deliberatamente ignorata da alcuni genitori.
A questo proposito, anche se usciamo dall'ambito del Regolamento in quanto siamo nell'ambito della vita privata, segnalo questa recente sentenza sul fatto che le foto dei figli possono essere pubblicate solo se entrambi i genitori sono d'accordo. Il che a maggior ragione contrasta con il diffuso malcostume di pubblicare foto che ritraggono anche figli di altri, senza chiedere nessun permesso. Non è inutile sottolineare che l'analfabetismo digitale è un problema soprattutto per gli adulti che hanno responsabilità educative!

Per chi volesse approfondire gli argomenti relativi alla privacy, segnalo il sito dell'Autorità Garante italiana, che trovo ottimo dal punto di vista dei contenuti (magari è un po' vintage nell'aspetto...).

sabato 4 novembre 2017

Il voto digitale: si può fare!

Nelle settimane scorse ha fatto capolino in Italia un nuovo modo di raccogliere la volontà popolare (😂): in realtà in due modi molto diversi, nonostante li accomuni l'uso del digitale. Nella fattispecie, il Movimento 5 Stelle ha utilizzato quello che potremmo definire il voto online, cioè attraverso internet, e comodamente da casa; la regione Lombardia invece ha utilizzato quello che potremmo definire voto elettronico, sostituendo nei seggi le schede cartacee con un tablet ("voting machine", facilmente traducibile come apparecchio per il voto) che raccoglieva e registrava i voti. In entrambi i casi non sono mancate le polemiche sulle modalità e poi sui risultati (operativi) del voto, ma purtroppo in Italia non abbiamo la possibilità di avere un racconto veramente imparziale e veritiero di come sono andate le cose, per cui, non avendo avuto esperienza diretta in nessuno dei due casi, mi astengo da ogni commento; quello che però voglio sottolineare è che tutti i guai che sono apparsi sui giornali sono plausibili, cioè tecnicamente possibili. E partendo da questi, colgo l'occasione per fare le mie riflessioni sull'argomento, il quale inevitabilmente, ed auspicabilmente, diventerà un tema per il futuro del nostro paese (o forse, speriamo, già lo è).

La questione va affrontata sotto diversi aspetti.

Per primo affrontiamo quello della modalità del voto.
Rifacciamoci a quanto detto prima: si potrebbe votare da casa, quindi usando internet, o rimanere ancorati ai seggi, ancorché digitali. I vantaggi della prima modalità sono evidentemente la comodità per il cittadino (in particolare, non essere vincolati ad un luogo specifico, cioè la residenza anagrafica) e l'immediatezza dei risultati, d'altro canto i problemi di sicurezza (vedi sotto) sarebbero amplificati, in particolare per la verifica dell'identità. La seconda avrebbe enormi vantaggi in termini di sicurezza, evitando che vengano utilizzati dispositivi insicuri come sono i nostri computer e smartphone, a scapito della necessità di provvedere agli apparati e al personale necessario per ogni seggio.
Personalmente ritengo che l'opzione "online" sia assolutamente l'obiettivo a cui puntare, ma anche il seggio digitale sarebbe una prima rivoluzione comunque positiva.
Inoltre, c'è da considerare l'aspetto "operativo": cioè come il cittadino effettivamente esprime il voto, aspetto tutt'altro che secondario in un Paese dove le competenze digitali sono mediamente disastrose. Ma, contrariamente a quanto potrebbero aspettarsi i 2 o 3 assidui lettori, questo non lo considero un problema: infatti immagino un sistema di voto la cui "user experience" (espressione che è difficile rendere in italiano, ma che potrebbe suonare "come l'utente interagisce con il sistema") sia talmente semplice da non richiedere nessun tipo di preparazione, esattamente come avviene oggi con il voto cartaceo. Possibile ciò? Certo, basta che chi sviluppa il sistema di voto sia opportunamente indirizzato e controllato (e capace).

Il secondo aspetto è quello della sicurezza, vista anche la delicatezza del tema.
Partiamo da un presupposto: tutte le tecnologie necessarie a garantire un voto secondo i principi della nostra Costituzione, esistono già. Purtroppo non sono in grado di dire se possano portare ad un effettivo risparmio, poiché esse sono, in generale, molto costose, e non è secondario ricordare che sono in mano ad aziende per lo più straniere, quindi di fatto le spese andrebbero ad innalzare il PIL di qualcun altro. Comunque sia, ecco i rischi di irregolarità che io riesco a prevedere:

  • Impersonificazione fraudolenta
  • Voti multipli
  • Interferenze nella trasmissione dei dati (cioè: modifica del dato, o impedimento della trasmissione)
  • Registrazione non anonima
  • Modifica dei voti successiva alla registrazione
  • Elaborazione errata dei risultati

Certamente, di tutti in punti, il primo è il più delicato, ed il più difficile da impedire nella modalità "online"; e inevitabilmente, dovendo aumentare i livelli di sicurezza a livelli ultra-paranoici, entra in gioco la collaborazione attiva del cittadino, e quindi la sua consapevolezza dei rischi e delle modalità con cui deve proteggere la sua identità digitale. Quindi, se volete votare da casa o dallo smartphone, fatevene una ragione: serve imparare!

L'ultimo aspetto, che in realtà è il problema dei problemi, e riguarda gli ultimi tre punti della lista, è il controllo. Qualunque sia la modalità di voto scelta, fare un software che raccolga, registri ed elabori i voti in modo corretto, è certamente possibile. Ma come possiamo esserne sicuri? Qui la faccenda si complica: è necessario un organismo che verifichi il software, non solo nel momento dello sviluppo, quando il codice (sorgente) è umanamente comprensibile, ma anche e soprattutto nel momento in cui è in esecuzione, per evitare che qualcuno possa sostituire i file con altri modificati che nascondano funzionalità o comportamenti diversi da quelli voluti. Inoltre, è necessario controllare anche i tecnici che devono gestire il sistema informatico, per impedire che interferiscano, in virtù dei loro "poteri" su di esso, sulla regolarità delle operazioni (vedi sopra). Ma dove lo troviamo in Italia un organismo del genere che sia realmente indipendente? E se anche riuscissimo a trovarlo, sarebbe dotato dei poteri necessari in caso di problemi? Purtroppo temo che ad un certo punto saremo comunque costretti a fidarci di qualcuno, analogamente a come in realtà accade oggi con il voto tradizionale.

Infine, e per puro diletto, propongo un approccio architetturale per la base dati che ovviamente deve occuparsi di mantenere i dati. Personalmente, la dividerei in due parti. La prima dovrebbe esclusivamente raccogliere i voti, così come sono stati espressi, senza nessun tipo di elaborazione. Insieme ai programmi che la gestiscono, se ben progettata potrebbe di fatto mantenersi praticamente immutabile nel tempo, poiché basterebbe per ogni elezione inserire solo i dati delle liste, dei candidati, dei collegi, etc. La seconda parte, invece, sarebbe quella dedicata all'elaborazione dei risultati delle votazioni; data la fastidiosa tendenza dei nostri governanti di cambiare legge elettorale ad ogni starnuto, dovrebbe essere progettata per essere estremamente flessibile, o addirittura essere modificata ad ogni elezione, per rispettare le nuove regole. Questa seconda parte avrebbe il privilegio esclusivamente di lettura (non modifica) sulla prima base dati, magari solo per quelli della singola votazione. Ma non sono io ad occuparmi di questa questione, quindi...

Aggiornamento: a riprova della delicatezza della questione sicurezza dell'identità, in questo articolo (in inglese) viene raccontato ciò che sta succedendo in Estonia, e viene anche citato il fatto che l'identità elettronica viene utilizzata per il voto.

sabato 9 settembre 2017

La forza del pizzino

In principio fu l'SMS. Quando ancora i cellulari non erano smartphone, portarono la grande rivoluzione della messaggistica istantanea, anche se limitata nel numero di caratteri. Bisognava scriverli con la tastiera numerica, il mitico sistema T9; e fu necessario imparare a trovare negli involontari strafalcioni il senso realmente voluto. Ma il punto vero era poter inviare e ricevere brevi messaggi testuali in mobilità, cioè ovunque fossimo, purché avessimo con noi il telefono cellulare. Era la prima alternativa alla telefonata, che costava ancora parecchio. E poi grazie agli MMS, addirittura ci si poteva trasmettere foto o filmati (pessimi).

Poi arrivò lo smartphone perennemente connesso ad internet, ed il principio degli SMS e MMS si trasferì nelle chat, intanto perché gratuite, e poi perché mano mano si arricchivano di nuove possibilità (messaggi vocali, conversazioni di gruppo, le emoticon grafiche...).

Il rovescio della medaglia arrivò quando si iniziò a scoprire che le chat venivano usate dalle organizzazioni terroristiche per organizzare attentati, oltre a tenere i "normali" contatti tra gli affiliati. Cosa, peraltro, che ha permesso alle forze dell'ordine di poter tenere sott'occhio i criminali ed a sventare chissà quanti possibili colpi, od a scoprire i colpevoli in seguito.

Già, ma allora perché i mafiosi continuano ad utilizzare i "pizzini"? Risposta breve: i mafiosi non sono stupidi.

Il pizzino è ormai preistorico, eppure continua ad essere usato perché evidentemente i pregi superano i difetti. Difetto è che, essendo fisico, e non virtuale come un SMS, ha bisogno di essere spostato da qualcuno o qualcosa; d'altra parte, se questo qualcuno è fidato, si ha la certezza che il pizzino non finisca nelle mani sbagliate o venga visto da occhi estranei. Si può dire altrettanto per le nostre chat? Beh, la virtualità ci permette di ottenere il risultato voluto ignorando molti aspetti che nel caso della fisicità del pizzino sono invece fondamentali: per esempio, la posizione del ricevente, e la fiducia nel corriere. Il corriere, attenzione, non è "internet", concetto in realtà estremanente astratto: è il molto più concreto fornitore del servizio di messaggistica, il quale ha un centro elaborazione dati, dei dipendenti, una sede legale, un conto in banca e degli azionisti spesso con ben pochi scrupoli. Però ha anche l'obbligo di fornire tutto il supporto necessario alle forze dell'ordine quando gli viene richiesto (questa cosa è esplicitata nelle privacy policy, basta leggerle...); quindi ecco che il corriere, nel caso dei mafiosi, non è fidato. E i terroristi di cui sopra? Mi sa che non hanno la stessa intelligenza...

Lasciamo perdere i criminali di ogni sorta e torniamo a noi. Che non abbiamo (spero!) nulla da temere dalle forze dell'ordine, ma abbiamo i nostri piccoli segreti da mantenere tali. Prima di affidarli alle chat, dovremmo chiederci cosa potrebbe succedere se venissero portati a conoscenza di estranei o (peggio) proprio delle persone a cui non vogliamo farli conoscere. Una volta che il messaggio (in realtà, qualsiasi dato) ha lasciato il nostro dispositivo ed è in viaggio attraverso internet, ne perdiamo il controllo: non sappiamo chi ne ha accesso, quante copie ne vengono fatte, dove vengono memorizzate, etc; ma soprattutto, il ricevente legittimo potrebbe a sua volta reinviare il nostro messaggio verso altri, o semplicemente farlo leggere, e così via, in un inarrestabile processo. Nulla di diverso, in realtà, da quanto succedeva da ragazzi quando confidavamo al nostro migliore amico un "segreto", con l'impegno di non dirlo a nessuno... ma almeno, potevamo sperare che col tempo venisse dimenticato!

lunedì 31 luglio 2017

Per chiudere Il Cerchio...

Qualche giorno fa un amico (il solito, ma ho saputo non più unico, assiduo lettore di questo blog) mi ha chiesto se avevo visto il film "The circle", dicendomi: è un film per te. Non sapendo nulla del film, gli ho chiesto quale fosse l'argomento, e lui, senza spoilerarmi rivelarmi nulla, mi ha detto quel tanto da incuriosirmi, concludendo: "è inquietante".

Bene, adesso l'ho visto anch'io. Ora, cercando ovviamente nei limiti del possibile di non spoilerare rivelare nulla a mia volta, non posso fare a meno di commentarlo. Comunque, chi volesse avere notizie supplementari riguardo al film, può trovarle qui.

Il contesto è quello di una grande azienda di servizi informatici per il grande pubblico, riconducibile, neanche velatamente, ad un'azienda reale (basta vedere il logo...) ma con contaminazioni anche delle altre grandi della Silicon Valley e affini; e dell'uso pervasivo che viene fatto dei social network, della condivisione dei dati e della privacy. Ebbene, il ritratto che ne viene fuori l'ho trovato un pelo esagerato; ma appunto, solo un pelo. In pratica, buona parte di quello che viene raccontato attraverso le vicende personali della protagonista sono riconducibili, mutatis mutandis, a situazioni reali, che toccano quotidianamente tutti noi. Ma la cosa più interessante del film è il modo in cui queste situazioni inquietanti vengono presentate come se fossero invece miglioramenti della nostra vita; ed il fatto che la maggior parte delle persone, crede, ed accetta, che sia così. La protagonista, manco a dirlo (è pur sempre un film) riesce ad uscire da questa logica, e con un magistrale colpo di scena finale ribalta tutta la situazione.
Non è certo un film memorabile, ma nell'ottica dell'educazione al mondo digitale lo ritengo un ottimo modo di presentare ai giovani, ed anche ai meno giovani, ciò che succede dietro le quinte dello sfavillante mondo iperconnesso, in una maniera certamente meno noiosa che non leggere i pipponi del sottoscritto.

martedì 25 luglio 2017

La partizione smarrita (breve storia quasi felice)

Lo scorso sabato ero alle prese con le ultime attività prima della conclusione dell'operazione #AbbandonoWindows; in particolare, sul disco principale, quello da estrarre e mettere in un box USB, avevo deciso di eliminare una partizione che conteneva dati ormai inutili (vecchie immagini di Windows, e comunque salvate sul disco esterno) per allargarne un'altra in sofferenza di spazio. Il problema è che dopo l'operazione le partizioni eliminate erano 2: l'altra era, guardacaso, quella con tutti i miei dati. E sono assolutamente certo di non aver selezionato per sbaglio anche l'altra partizione, anche perché non era permesso.
Non mi sono fatto prendere dal panico, anche perché io non predico bene per razzolare male: i backup, li faccio! Per cui mi sono potuto lasciare andare ad una semplice inc*******a epocale (se una certa sede di Seattle non è crollata sotto i miei accidenti, vuole dire che è costruita proprio bene... 😁).

In realtà, mi sono subito posto l'obiettivo di recuperare la partizione, poiché i dati ed il filesystem non erano stati toccati: bastava ripristinare la tabella delle partizioni. Per far ciò, in prima istanza mi sono affidato ad un programma per Windows, in Trial ma che prometteva funzionalità completa: vero per la scansione, ma per il ripristino pretendeva l'acquisto della licenza (modalità legittima, ma estremamente fastidiosa...); e comunque avrei potuto solo copiare i file da un'altra parte. Allora mi sono affidato a linux: è bastato il primo risultato della ricerca per trovare lo strumento adatto (TestDisk) e scoprire che era disponibile in SystemRescueCD, che avevo già pronto sul drive USB per le emergenze. Detto, fatto: avviato, lanciato, fatta la scansione veloce, ma i parametri trovati non mi convincevano; con la scansione completa, anche se durata 3 ore, trovo i parametri giusti, et voilà, la partizione è tornata magicamente al suo posto con tutti i dati dentro.

Le morali della storia sono:
  • Serve Linux per far funzionare o sistemare Windows;
  • In ogni caso, serve lo strumento giusto, specializzato, e non un megarisolutore galattico di tutti i guai informatici;
  • Recuperare situazioni apparentemente disperate qualche volta è possibile, e neanche troppo difficile, a condizione che sia abbiano le giuste competenze ed informazioni.
Voglio tornare su quest'ultimo punto per rimarcare che sono riuscito a riconoscere i parametri giusti da ripristinare solo perché avevo ben chiara quella che doveva essere la situazione corretta: se non fosse stato così, avrei avuto altissime probabilità di sbagliare, e fare un disastro (avrei perso l'intero disco). Se invece che al mio disco fosse successo a qualcun altro, avrei potuto certamente indicare lo strumento da utilizzare, ma non avrei mai, se non in casi semplicissimi, riconoscere la situazione corretta da ripristinare, semplicemente perché questa è giocoforza conoscenza esclusiva del proprietario del disco. Ma ahimé, sono certo che nel 99% dei casi il proprietario del disco non avrebbe nemmeno saputo di che stavo parlando, e si sarebbe aspettato da me il miracolo. Purtroppo non è così che funziona.

giovedì 29 giugno 2017

Dati, oltre persone e cose

Da qualche giorno sulle televisioni gira uno spot pubblicitario di una catena di supermercati, il cui "racconto" è questo: il direttore del negozio, dopo la chiusura, trova tra le corsie una bambola, si mette a controllare i filmati del circuito di sorveglianza, identifica a chi appartiene la bambola e tornando a casa la riconsegna alla sua piccola proprietaria.

Ora, la pubblicità serve per colpire, attrarre, stupire; non è certo esempio di aderenza alla realtà (non per niente spesso è definita ingannevole), e quindi mi è venuto spontaneo pensare agli elementi poco plausibili dello spot stesso. Eccoli qua:
  • Il direttore che è l'ultimo ad uscire
  • che trovando la bambola, gli venga in mente di restituirla
  • che si metta a cercare la proprietaria
  • che si scorra i filmati dell'intera giornata
  • che riconosca la proprietaria e ne conosca l'indirizzo.

Poco da dire sui primi 3 elementi: persone così sono mosche bianche, ma per fortuna esistono. Ma gli ultimi 2 sono più interessanti.

Riguardo ai filmati registrati di sorveglianza, non credo siano così facilmente accessibili, ancorché dal direttore del negozio: per motivi di privacy dovrebbero essere visionati solo dall'autorità giudiziaria, che ovviamente interviene solo in caso di necessità (tra cui escludo possiamo inserire lo smarrimento di una bambola!). In ogni caso, la realtà è che ogni giorno finiamo filmati, senza rendercene conto, da decine di camere, per cui praticamente ogni nostro passo può teoricamente essere ricostruito. Personalmente non lo ritengo un problema a patto che i filmati stessi siano effettivamente utilizzabili solo da chi di dovere (il che include anche che i dati siano opportunamente protetti da accessi fraudolenti); ma è indispensabile che ne siamo informati e coscienti.

Ma l'indirizzo di casa? Come accidenti farebbe a conoscerlo, il buon direttore? Escludendo il caso fortunato che siano persone conosciute personalmente , e sufficientemente bene da sapere dove abitano, bisognerebbe pensare che è solo finzione. Ahimè, non è così: dentro la borsa della mamma c'è quasi certamente la tesserina punti di quel supermercato, che ha ottenuto solo dopo aver compilato un modulo in cui si è identificata con nome, cognome, indirizzo, probabilmente persino il telefono. Ed il vero problema è che a quella tesserina sono associati (cioè raccolti e registrati) una marea di dati, come giorni ed orari di utilizzo, la forma (ed i relativi dettagli) di pagamento utilizzata, i prodotti acquistati, i premi vinti, etc... tutto allo scopo di profilarci (in modo ed allo scopo totalmente equivalente, per di più introdotto in un'era precedente, a quanto fanno i vari servizi internet; ne parlai nel post sulla privacy). Basta combinare l'ora del passaggio della tessera in cassa, anche questa sicutìramente presente nei filmati, con i dati stessi delle tessere, et voilà: nome, cognome ed indirizzo saltano comodamente fuori!

Due domande sorgono spontanee:
  1. E se lo scopo del direttore, o di qualsiasi altra persona, non fosse quello di fare un gesto di gentilezza?
  2. E soprattutto, non poteva telefonarle?

mercoledì 17 maggio 2017

NO, I DON'T WANNA CRY!!!

Spero almeno questa volta che tutti sappiano di cosa parliamo: il famigerato virus soprannominato WannaCry ("voglio piangere": un premio all'inventore del nome), che ha creato scompiglio negli ultimi giorni in un po' tutto il mondo.

Cosa è successo, è stato abbondantemente raccontato, anche se coi consueti toni sensazionalistici e più o meno grandi inesattezze, anche dai giornali generalisti: il virus cifra tutti i file importanti dei computer (rigorosamente Windows, questa volta) rendendoli inservibili, richiedendo un riscatto per decifrarli; la diffusione avviene via rete grazie ad un errore presente nell'implementazione di un servizio, peraltro noto e risolto lo scorso marzo.

Ciò che voglio sottolineare è che al di là dei già citati toni sensazionalistici, ciò che dominava nelle notizie era la sorpresa: come è potuto succedere una cosa del genere? Inaudito! Peccato che non a tutti la cosa suona come nuova: per esempio, in questo interessante post dello scorso dicembre, più o meno tutto veniva preannunciato, sottolineando come i ransomware (la classe di virus a cui appartiene WannaCry) sono, già da qualche anno, il più grosso pericolo che circola nella Rete mondiale (il fatto che l'autore del post sia il sottoscritto è, ovviamente, puramente casuale... 😊).

I più attenti dei miei 7 o 8 lettori noteranno che non avevo previsto tutto: per esempio, non avevo previsto lo sfruttamento del baco (ma già citavo la possibilità di infezione da computer a computer via rete). In effetti un errore l'avevo commesso: tra le raccomandazioni che già ponevo alla vostra attenzione, non c'era quella di tenere aggiornato il sistema operativo; ed in effetti, confesso di essere stato io per primo mancante (nessuno è perfetto). Ma il punto fondamentale di questa storia non è nemmeno questo, o il baco, o il ruolo dell'NSA, o chissà cos'altro: è invece il fatto che il punto di ingresso dell'infezione, nei sistemi di un particolare ente, era il servizio accessibile da chiunque nel mondo, perché esposto su internet! La base di tutte le protezioni informatiche è il filtraggio delle connessioni di rete (soprattutto quelle pubbliche, cioè attraverso internet, tramite un sistema chiamato firewall), impedendo tutte quelle non indispensabili. Scommetto che molti non sanno di cosa sto parlando; e scommetto pure che si stupirebbero, scoprendo che sul router che avete installato a casa per la connessione internet, il firewall è presente; e scommetto anche che nella stragrande maggioranza dei casi, è disattivato. Se tutto ciò è vero, di che che potete lamentarvi? Il virus ve lo me-ri-ta-te!

Finita la filippica, passiamo ora ai consigli. Lo faccio attraverso un esempio molto pratico, cioè quello che abbiamo fatto (io e soprattutto i miei collaboratori) in azienda.
Ovviamente avevamo un firewall; ovviamente non avevamo quel servizio esposto fuori della rete aziendale; ovviamente avevamo i sistemi operativi che si aggiornano automaticamente; ovviamente avevamo gli antivirus aggiornati; ovviamente avevamo i backup giornalieri. Tuttavia, la sicurezza assoluta non esiste. Il virus poteva infettare un computer portatile aziendale mentre si trovava fuori dalla nostra rete, durante il fine settimana; una volta rientrato in azienda lunedì, poteva infettare tutto l'infettabile, cioè quei sistemi per cui gli aggiornamenti, per un motivo o per un altro, non si erano installati o non erano ancora applicati. Per cui abbiamo speso la mattinata a fare ulteriori (rispetto al consueto) controlli a tappeto sugli aggiornamenti dei sistemi operativi, dell'antivirus, dei backup, dei firewall dei portatili, etc. Risultato: non proprio tutto tutto era a posto (ora lo è), ma abbiamo avuto la fortuna che niente è successo; ad ulteriore dimostrazione che bisogna sempre pensarci prima. Anche perché se questa volta sono stati utilizzati questi veicoli di infezione, la prossima volta sarà qualcos'altro; ed il rischio concreto è di scoprirlo quando è troppo tardi. Purtroppo, nulla va trascurato, bisogna ridurre i rischi al minimo possibile in ogni momento.

Ricapitolando:
  • mantenete aggiornati i sistemi operativi e l'antivirus
  • attivate le protezioni di rete (firewall) ovunque possiate
  • non vi fidate degli sconosciuti (sì, esattamente come quando eravate bambini), ancorché digitali
  • fate (e mantenete aggiornati) i backup
  • e soprattutto, informatevi!

P.S. Odio avere sempre ragione.

mercoledì 10 maggio 2017

L'effetto di seguire questo blog: breve storia tristissima

Questa è la storia, assolutamente vera, di un mio amico, l'unico assiduo lettore di questo blog di cui sia a conoscenza (e che meriterebbe un applauso solo per questo). Egli ha trovato ispirazione dal mio post sui backup, e rendendosi conto dei rischi a cui i suoi dati erano sottoposti, ha deciso di intervenire (altro applauso).
La sua situazione era quella di avere i suoi dati sparsi su chiavette USB, computer, servizi cloud, un po' senza criterio e comunque senza copie di backup. Per cui, ha preso un drive USB (di un'ottima ed affidabilissima marca, che ovviamente non citerò) ed ha iniziato a spostare, da tutte queste fonti, i suoi file, in modo da riunirli ed organizzarli opportunamente, operazione che gli avrebbe permesso poi di fare facilmente le opportune copie (standing ovation). Inoltre, visto che questa operazione la effettuava da vari dispositivi fisicamente posti in luoghi diversi, ha pure cifrato il drive in questione con il programma in dotazione (nominaton all'Oscar dell'Informatica).
E proprio quando il lavoro era alla sua conclusione, il drive si è rotto. Fisicamente. Con l'unica copia di tutti i suoi dati.
Ora il drive viene sottoposto da un'azienda specializzata ad un'analisi in camera bianca per verificare se è possibile recuperarlo... tenendo presente che la cifratura comporta l'impossibilità del recupero parziale dei file, e soprattutto costi aggiuntivi.

Perché la racconto (ovviamente con la sua autorizzazione)? Non per ridere alle sue spalle... ma per riflettere ancora una volta sul fatto che i backup vanno sempre fatti prima (e bene)!

giovedì 20 aprile 2017

Social o utenti: di chi la responsabilità?

Credo tutti abbiano sentito la notizia dell'assassinio casuale di anziano afroamericano da parte di un altro afroamericano, che ha ripreso e poi postato il video su Facebook (asserendo tra l'altro di aver commesso altri omicidi, ma al momento non ho sentito conferme, per fortuna). Ebbene, nella tragedia sembra che un po' tutti i giornali abbiano dato particolare risalto al ritardo di Facebook nel cancellare il video in questione, che è stato visto e condiviso da un certo numero di persone.

Prima di andare avanti faccio una doverosa premessa: non sono su Facebook per scelta, perché non mi piace come viene utilizzato dagli utenti e gestito dai suoi manager; ma in questa vicenda mi sembra faccia un po' da capro espiatorio, anche nei confronti degli altri social network, per cui il mio ragionamento è in realtà totalmente applicabile anche a questi ultimi.

L'avvento dei social network è stato un cambiamento dirompente nella società umana: ormai chiunque è in grado di produrre contributi (scritti, video, audio, immagini, etc) e di condividerli potenzialmente con il mondo intero. I genitori postano le foto dei loro bambini; i fotografi le loro migliori opere; gli adolescenti le loro emozioni; i blogger i loro articoli; e via dicendo. Ma il mondo non è solo fatto di genitori, fotografi, adolescenti e blogger: è fatto anche di ladri, terroristi ed assassini. E così succede che i ladri postino le loro malefatte, i terroristi le loro rivendicazioni e gli assassini i loro omicidi. Quindi che questi atti criminali finiscano sui social, a mio parere non deve sorprendere nessuno. Per fortuna, in un certo senso: così aiutano le forze dell'ordine a identificarli.
E non deve nemmeno sorprendere che vengano rimossi: in definitiva, i social nascono con ben altri scopi, non certo quello di aiutare i criminali. Quindi nessuna sorpresa se il video in questione è stato rimosso. Il problema sono i tempi. 3 ore, dicono i giornali: troppi, perché nel frattempo il video è stato visto e condiviso, probabilmente anche commentato. A me 3 ore non sembrano molte, anzi mi sembrano poche. Bisogna considerare i tempi tecnici per cui arrivano le prime segnalazioni (tra le moltissime che arrivano in continuazione), venga presa visione dai responsabili, che probabilmente devono contattare la polizia, etc... infine la rimozione vera e propria.

Io, invece, vorrei andare a chiedere uno ad uno (indipendentemente da quanti siano) a coloro che hanno visto il video, l'hanno condiviso o hanno messo un "mi piace": ma cosa c'hai nella testa al posto del cervello? Quale putrida ed inutile materia? Perché accidenti l'hai fatto? Purtroppo mi do anche una risposta da solo: immagino che molti mi risponderebbero che semplicemente hanno pensato fosse un video fasullo, magari molto ben fatto, e che mai avrebbero pensato potesse essere reale. Beata ingenuità!

Ecco che torniamo quindi allo stesso tema che già viene affrontato con le fake news (o bufale per dirla all'italiana): ossia la non capacità da parte di molti utenti di riconoscere la finzione dalla realtà, soprattutto sui nuovi media che viaggiano su internet; la non consapevolezza dei meccanismi che stanno dietro questi atti; e soprattutto la mancata presa di responsabilità per evitare che si diffondano e ripetano. E la soluzione, palesemente semplice: l'educazione.

Oggi, su questo episodio, difendo Facebook, che ha avuto la sola colpa di essere il più diffuso e quindi il più appetibile per il criminale di turno. Domani difenderò gli altri social, pur con tutti i loro difetti, per episodi simili (ce ne saranno, purtroppo...). D'altra parte, pur riconoscendo che i social sono principalmente destinati al diletto, non difenderò mai chi li utilizza spegnendo il cervello.