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mercoledì 4 settembre 2019

#AbbandonoChromeos La conversione

Qualcuno dei miei lettori ricorderà la serie di post con cui ho raccontato la scelta di abbandonare Windows e di passare a ChromeOS, anche se con una buona aggiunta di Linux. Orbene, tutto andava benissimo (vabbé, diciamo abbastanza bene), quando a luglio mi appare l'avviso che il mio ChromeBox non avrebbe più ricevuto aggiornamenti perché erano passati i canonici (per Google) 5 anni rispetto all'uscita del modello. E l'integrazione delle applicazioni Linux, che aspettavo da 3 anni???

A questo punto, non potendo restare senza aggiornamenti di sicurezza (le basi!!!), scelta obbligata: visto che l'hardware è ancora buono (è pur sempre un i7), si passa ad un Linux tout court. A dire la verità, non me la sono sentita di sovrascrivere definitvamente ChromeOS, perché non si sa mai... ho preferito il dual boot. Quale distribuzione? Semplice: a fine giugno è stata rilasciata la versione 3 di GalliumOS, una distribuzione Linux fatta apposta per i Chromebook, che ora è basata su Xubuntu 18.04, cioè esattamente la distribuzione che uso sul laptop di lavoro. Ciò significa stesse applicazioni, stessi aggiornamenti, stesso tutto.

Quindi una sera dello scorso weekend, tra una partita di pallavolo ed un altra, sono partito con l'installazione. Premesso che avevo già partizionato la SD card, scaricato e scritto l'immagine della distribuzione su una USB, in 1 (una) ora ero operativo. 40 minuti di installazione/aggiornamenti e 20 per installare le applicazioni (poche, in verità... molte erano pre-installate, essendo opensource, mica come Windows!) e fare qualche configurazione (tipo l'import dei favoriti del browser). E indovinate quante volte si è riavviato durante l'installazione? Beh, una, alla fine dell'installazione. E quante licenze da accettare, permessi per la privacy, configurazioni varie mi ha chiesto? Beh, una: lo username e password. Anche il fuso orario aveva indovinato.


In realtà era una cosa che avrei voluto fare prima, quella di passare ad un Linux vero; ma mi bloccavo perché GalliumOs era fermo ad una vecchia versione, e comunque quando era strettamnte necessario avevo il laptop a disposizione. Perché il sistema ChromeOS + Linux in chroot, alla fine, aveva dei limiti, tipo che per colpa dei driver della scheda video non riuscivo a vedere i filmati FullHD a pieno schermo: ora invece sì.
E poi adesso ho potuto approfittare anche per un'altra prova: usare Firefox come browser principale invece di Chrome (che non ho nemmeno installato, finora). Un primo, timidissimo passo di emancipazione da Google (ma ci vuole molto tempo e molta volontà per farlo sul serio).

Le alternative esistono. Basta provarle.

mercoledì 28 febbraio 2018

Lo nero periglio che vien dal web: i pirati informatici!

L'avete capito il titolo? No? Male, malissimo! Fà il verso a un episodio di uno dei capolavori assoluti della commedia italiana, L'armata Brancaleone (di Mario Monicelli, 1966), nell'originale "lo nero periglio" veniva dal mare e non dal web, ed erano i pirati saraceni (saracini, nel film). Tutto questo per introdurre il tema del post, ossia il pirata informatico, e più precisamente l'uso della parola con cui viene comunemente indicato, ossia hacker.

Quando l'informatica era roba rinchiusa nelle università o in qualche azienda agli albori dell'innovazione digitale, il significato di Hacker era ben diverso da quello che poi la prassi (sbagliata!) gli ha affibbiato. Esso non era il pirata informatico, ma colui che, grazie ad una conoscenza estremamente approfondita delle tematiche digitali, era in grado di inventarsi nuove tecnologie o utilizzi di quelle esistenti. La connotazione del termine era assolutamente positiva, mentre il pirata informatico aveva un nome diverso, cracker, ossia colui che "rompe" (crack), cioè danneggia, i sistemi informatici. In realtà, i due termini si differenziavano non tanto per le capacità tecniche, che possiamo considerare identiche, ma per lo scopo per cui venivano utilizzate: creare innovazione, nel caso di hacker, contro delinquere, nel caso di cracker. Per certi versi, entrambi i generi hanno portato il loro contributo alla rivoluzione digitale di inizio millennio, perché combattere i cracker ha profondamente sviluppato il concetto di sicurezza informatica. Volendo portare un esempio di hacker secondo questa accezione "antica", non posso che citare Linus Torvalds, ossia colui che, insoddisfatto dei sistemi operativi proprietari della galassia Unix, nonché dei primi tentativi di creare degli Unix gratuiti in campo didattico, creò Linux, che oggi è il sistema operativo più famoso ed utilizzato al mondo.

Come si diceva all'inizio, oramai il termine hacker ha assunto valenza negativa, tant'è vero che è stata coniata una terminologia diversa per designare gli hacker "buoni": gli ethical hacker, ossia gli hacker che hanno motivazioni etiche. Letteralmente, almeno secondo l'accezione correntemente in uso, gli ethical hacker sono coloro che vanno alla caccia di vulnerabilità dei sistemi informatici e che, invece di sfruttarle a loro esclusivo vantaggio (questi sono gli hacker "normali", cioè cattivi), le rivelano direttamente e solo alle aziende produttrici (nel caso dell'hardware) o sviluppatrici (nel caso di software) perché vengano corrette. In qualche caso ci guadagnano qualche soldino, perché le aziende pagano ricompense a chi scova queste vulnerabilità (evidentemente gli costa meno di un efficiente sistema di qualità interna...), ma per lo più ciò che guadagnano è la fama che poi si trasforma in un lavoro strapagato. Eh sì, perché gli hacker (quelli veramente bravi) sono pochi, e per combattere un hacker, ci vuole un hacker (non si contano quelli che hanno saltato la barricata, cioè che dopo essersi guadagnati la fama a suon di attacchi ben riusciti, sono stati assunti da aziende che si occupano di sicurezza).

In realtà, gli hacker "buoni" (o quanto meno, non cattivi) possono annoverare un paio di altre categorie, sempre legate allo scopo delle loro azioni, piuttosto che alle loro capacità. C'è chi usa queste capacità per motivi politici, tipicamente cercando di svelare ciò che i governi (tutti, democratici e non) cercano di tenere segreto; il caso forse più famoso è Julian Assange, il fondatore di Wikileaks. Altri, al contrario, sono utilizzati proprio dalle agenzie governative per scopi di spionaggio o controspionaggio (tipo le presunte ingerenze russe nelle ultime elezioni presidenziali americane).

sabato 17 febbraio 2018

Il digitale a scuola; ed a scuola di digitale?

Tra i tanti temi relativi all'uso degli strumenti digitali, uno dei più critici e dibattuti è quello degli adolescenti e la scuola. Qualche giorno fa, ho letto un interessante articolo riguardante un esperimento di didattica in una scuola di Palermo tramite un popolare social: vale la pena di leggerlo.

L'articolo è stato segnalato su Twitter dalla community, formatasi pochi mesi fa, @GenitoriDigitali, che ha anche lanciato un piccolo sondaggio, a cui ho partecipato anch'io, non in quanto genitore, ma in quanto aspirante divulgatore di educazione digitale e temi affini (per leggere tutti i contributi alla discussione basta guardare il tweet). Al di là del mio contributo, colgo l'occasione per esporre in maniera più sistematica il mio punto di vista, per quanto limitato dal fatto che non ho (ancora) esperienze più o meno dirette rispetto al contesto di cui stiamo parlando (scuola e adolescenti).

Il digitale (con tutto ciò che consideriamo parte di questa definizione) è uno strumento, e come tutti gli strumenti può essere usato per il bene o per il male. L'acqua, elemento fondamentale della vita, può essere anche strumento di morte; d'altra parte, le bombe nucleari, che attentano alla sopravvivenza stessa del genere umano, potrebbero un giorno salvarci dai pericoli che provengono dallo spazio (no, niente extraterrestri: parlo di asteroidi e comete). Questi due esempio estremi servono a dimostrare che qualsiasi cosa può contribuire al bene, sempre ché ne valutiamo e controlliamo i rischi che possano al contrario contribuire al male.

Nel caso specifico, lo scopo didattico era, a mio parere, ottimo: commentare un libro non attraverso il solito compito personale, ma stimolando una discussione condivisa, in cui (e qui la grande potenza dei social) è intervenuta anche l'autrice.
Quindi tutto bene? Ovviamente no. L'articolo stesso racconta che gli studenti che non avevano lo smartphone o l'account sul social sono stati inclusi nel progetto dai professori, che hanno "prestato" le loro risorse: bravi, ma ciò non può essere la norma, se si volesse rendere metodi didattici del genere la normalità. D'altra parte, ritengo estremamente sbagliato obbligare gli studenti a possedere smartphone o tablet, ed ancora di più ad avere un account su qualsivoglia social (oltretutto viene fuori la questione dell'età: l'articolo non ne parla, ma ricordo che esiste per legge un limite inferiore di età, 16 anni, per poter aprire account online, che è abbassabile non oltre i 13). Problemi in realtà che si potrebbero superare facilmente (dimenticando la questione dei costi associati) pensando di utilizzare attrezzature (computer) e servizi (social) appartenenti alla scuola, invece di servizi pubblici (e spesso poco rispettosi della privacy).

Nella discussione su twitter è stato toccato un altro tema, ossia la competenza digitale degli operatori scolastici, insegnanti in primis. Essa è fondamentale per valutare correttamente i rischi, quali quelli che ho appena cercato di proporre (per ora ignorando la questione generale della sicurezza informatica, particolarmente importante visto che ci sono minori coinvolti), nell'utilizzare gli strumenti digitali nei progetti didattici. Non a caso il tema è comune a quello che ha portato alla formazione della community dei genitori, dopotutto sono due aspetti relativi al divario generazionale tra gli adolescenti figli/studenti e gli adulti genitori/insegnanti. Personalmente ritengo che sia proprio la scuola il luogo  più adatto a diffondere nel modo più capillare possibile la formazione necessaria per gli adulti che ne hanno bisogno. Così come gli istituti scolastici permettono alle società sportive di utilizzare le palestre per le loro attività, auspico che in modo simile le aule possano essere utilizzate per queste attività di formazione, in orari adatti allo scopo (tipicamente il tardo pomeriggio).

Ma la vera domanda è: quanto interesse c'è, o ci sarebbe, verso queste iniziative? Inutile organizzarle, se poi vanno deserte. La mia personale sensazione, basata su ciò che vedo tra le mie frequentazioni e su ciò che sento attraverso i media, è che l'interesse sia molto limitato, e che la sensibilizzazione non produca effetti significativi. Parlo del fatto che vedo professionisti molto attivi sui social che hanno un seguito che quantitativamente è migliaia di volte inferiore a sportivi e personaggi dello spettacolo, i quali spesso limitano la loro attività social ad autoincensarsi. La situazione sembra quella classica in cui nessuno fa niente finché non arriva la tragedia (infatti, qualcosa si muove solo riguardo il cyberbullismo).
La situazione può migliorare solo se alle iniziative dal basso (cittadini) si unisce il supporto dall'alto (istituzioni). Ma non dimentichiamo che anche le istituzioni sono fatte di cittadini. 

giovedì 21 dicembre 2017

#AbbandonoWindows Parte terza: l'ottimizzazione

L'ultima volta che scrivevo del mio nuovo corso informatico (casalingo) era fine luglio, poco prima delle vacanze estive; in prossimità di quelle natalizie, è ora di raccontare i progressi fatti.

Il primo risultato è stato capire il problema della qualità del video, in particolare dei font: spulciando nel web, ho trovato notizie che effettivamente ChromeOS non va d'accordo con le risoluzioni non standard; unica soluzione, cambiare il monitor. Detto, fatto, a settembre ho preso un nuovo monitor TV e ci ho guadagnato anche nel poter vedere i canali in FullHD e anche il picture in picture (cioè posso vedere la tv in un riquadro sopra il desktop, ma anche viceversa).

Altro problema era quello che, contrariamente a quanto avevo trovato dichiarato, non riuscivo a fare il boot da USB di un altro sistema operativo. Una giorno mi ci sono messo d'impegno ed infatti in un quarto d'ora il problema era risolto: bastava fare l'aggiornamento del firmware, limitatamente alla sezione (tecnicamente: payload) relativo appunto all'emulazione di un normale BIOS. Fatte un paio di prove con un paio di drive USB, ho fatto un ulteriore passo avanti: provare a mettere una distribuzione Linux "normale" a fianco di ChromeOS. Scoperto che è stata sviluppata una distribuzione ottimizzata per i Chromebook/Chromebox (chiamata GalliumOS e derivata da Ubuntu) ho deciso di provarla, ma nel farlo ho commesso un'errore strategico: utilizzare la scheda SD su cui risiede la distribuzione Debian in chroot (vedere articolo precedente). Ovviamente ho fatto il backup, prima... e l'ho anche testato, ma dimenticandomi  un parametro fondamentale (lo scoprirò poi). Nel giro di mezza giornata, GalliumOS era funzionante, con installati i software fondamentali, in comunicazione con GoogleDrive, in grado di stampare (cosa che con Debian ancora non riuscivo a fare) e addirittura con i giusti driver per la scheda video, per cui ero in grado di vedere un filmato in FullHD in modo assolutamente fluido: insomma, un'ulteriore vittoria!


Tanta la foga nell'usare e configurare GalliumOS, che devo aver fatto qualcosa senza la necessaria attenzione, per cui il giorno dopo non partiva più. Senza farla troppo lunga: ho ripristinato la chroot di Debian, scoprendo che non avendo usato il maledetto parametro avevo i file con la proprietà all'utente sbagliato, risultato nemmeno Debian partiva (smanettando un po' ci sono poi riuscito). Memore però della buona impressione ricevuta da GalliumOS, ho riutilizzato crouton per installare una seconda chroot, questa volta con Ubuntu, che dopo una veloce personalizzazione è diventata il mio ambiente di lavoro primario, mentre ChromeOS lo uso quasi esclusivamente per la navigazione web.


Problemi rimasti? Beh, un paio si: lo scanner della stampante multifunzione non viene riconosciuto, e LibreOffice non va ancora molto d'accordo con i documenti che provengono da Office. Poi sicuramente riproverò GalliumOS, questa volta con la dovuta attenzione.

Le considerazioni finali sono queste. Rispetto a qualche anno fa, le distribuzioni Linux hanno raggiunto una certa maturità che permettono di essere configurate, in termini di applicazioni, praticamente come, ed in modo molto più veloce, rispetto a Windows, con però la notevolissima eccezione di una suite simile a Office, dalla quale purtroppo è difficile prescindere. L'utilizzo giornaliero è ormai prossimo ad essere alla portata di tutti, mentre la fase di installazione e risoluzione dei problemi richiedono comunque un grado di cultura informatica superiore a quella comunemente posseduta (peraltro, lo stesso vale per Windows, nonostante ci vogliano nascondere ciò dietro le preinstallazioni... peccato che prima o poi Windows vada installato ex novo!). Ma quello che secondo me rimane il grande ostacolo è il cambio di paradigma che si ha passando da Windows a Linux: rispetto al primo, usare il secondo significa avere le idee chiare su ciò che si vuol fare e come, in modo da indirizzare opportunamente le proprie scelte in fase di configurazione, data la miriade di diverse opzioni disponibili. Un esempio concreto riguarda proprio la prima scelta da operare, cioè quale distribuzione usare: ne esistono a centinaia, ognuna con le sue specificità, e "migliore" o "peggiore" non è un parametro oggettivo, ma soggettivo, proprio in base alle proprie esigenze. Purtroppo le proprie esigenze è un concetto oscuro per molti utenti...

sabato 16 settembre 2017

Proteggiamo i nostri dati: la cifratura

Ogni storia di spionaggio che si rispetti prevede che i protagonisti si scambino messaggi attraverso codici, intellegibili solo agli interessati. Il caso più famoso, anche perché venuto alla ribalta in tempi relativamente recenti, riguarda Enigma, cioè la macchina utilizzata dalla marina militare tedesca durante la seconda guerra mondiale, e lo sforzo intellettuale e tecnico degli inglesi per decifrare i messaggi.

Forse non tutti sanno che il risultato di questo sforzo fu quello che viene considerato il primo computer della storia. Dal che si deduce che il computer è nato proprio per questa funzione: cifrare e decifrare.

Mantenere segrete informazioni era una volta prerogativa delle questioni militari e politiche ; poi sono arrivate le questioni economiche; ed ai tempi di internet la cosa può, anzi deve, riguardare tutti noi (inclusa, ahimé, la questione dei ransomware!). In definitiva, tutto si riduce a questo: un soggetto interessato a sapere cosa fa un altro soggetto, perché sapendolo ne ricava un qualche vantaggio. Concentrandosi solo sul caso di noi utenti digitali, il soggetto interessato è chiunque voglia utilizzare i nostri dati personali a fini commerciali: lo abbiamo ribadito più volte. Le leggi sulla privacy ci tutelano solo fino ad un certo punto (per usare un eufemismo...), e comunque per usufruire dei servizi internet, siamo costretti a fornire tutta una serie di dati (di cui al 90% non siamo nemmeno consapevoli); ma tutto ciò è inevitabile. Tuttavia ci sono altri dati che non siamo costretti a divulgare (per fortuna), e che dall'altra parte sono oggetto della infinita "curiosità" della rete. Qualche esempio? Gli estratti conto del nostro conto corrente bancario (che contengono dati sensibilissimi: il nostro saldo, o al contrario il nostro debito; l'ammontare delle nostre entrate e la distribuzione delle nostre uscite). Oppure le nostre foto private (che nel caso delle celebrità, finiscono immancabilmente per essere pubblicate). Ma per tutti questi casi, basta ricorrere alla cifratura "fai da te".

Cifrare i propri file non è operazione difficile: esistono diversi modi e molti programmi a disposizione tra cui scegliere. Però è necessario capire bene alcuni concetti fondamentali.
  1. Il dato cifrato è illeggibile a chiunque, compreso il proprietario del dato.
  2. La cifratura però è reversibile, cioè dal dato cifrato si può tornare all'originale.
  3. Perché la reversibilità sia possibile solo al legittimo proprietario del dato, si deve utilizzare una chiave che per definizione deve essere in possesso solo del proprietario.

In pratica: qualsiasi metodo utilizziamo per cifrare i nostri dati, dobbiamo scegliere una chiave che sia conosciuta esclusivamente da noi. Questo perché chiunque sia in possesso di quella chiave, è in grado di decifrare i dati. Normalmente la chiave è una parola (cioè una password), ma in realtà può anche essere il contenuto di un file. Badate bene: in quest'ultimo caso, il file può anche essere pubblico; ma poiché al mondo esistono miliardi di miliardi di file diversi, la vera informazione da tenere riservata è quale sia questo file. Va da sé che perdere o anche solo modificare il file comporta l'impossibilità di decifrare i dati...

I programmi di cifratura usano 2 modalità principali: o cifrano il singolo file (il che corrisponde anche a poter differenziare la chiave per ogni file da cifrare), oppure fare un unico contenitore dove mettere tutti i file che vogliamo (in questo caso basta una sola chiave). Personalmente preferisco la seconda modalità.

Qualcuno potrebbe chiedersi (o chiedermi): ma a che scopo tutta 'sta fatica? Beh, l'utilizzo principale che io vedo è quello di poter utilizzare con tranquillità i servizi cloud: anche se qualcuno riuscisse a evitare tutti i controlli ed ad accedere alla mia area privata (ricordate che il cloud altro non è che il computer di qualcun altro), dovrebbe ancora trovare il modo di decifrare i dati. Oppure, in caso di computer condiviso, si evita di lasciare leggibili i nostri dati a tutti gli altri utilizzatori. Non serve essere spie o malviventi per proteggere i nostri dati!

lunedì 12 giugno 2017

La giungla delle licenze d'uso

Eccola, l'ennesima rottura di scatole: ogni installazione di un programma che si rispetti ha una maledetta pagina in cui si chiede di leggere e accettare la licenza. Addirittura, ora che i software sono diffusi in praticamente qualsiasi dispositivo quotidiano (inclusi i frigoriferi, gli antifurto, le bambole, i televisori, le automobili...), l'accettazione della licenza è un passaggio d'obbligo prima di iniziare ad utilizzarli! E siccome abbiamo sempre fretta, nessuno legge cosa accetta (alzi la mano chi lo fa).

A questo punto i soliti 7/8 lettori si guarderanno scambiandosi sguardi di vergogna. Oppure alzeranno gli occhi al cielo... eccolo di nuovo a pontificare su cose che non ci interessano!

Ma se qualcuno, per puro caso, si chiedesse perché vale la pena di discutere di un argomento così noioso, ecco la risposta. Questa maledetta paginetta è importante per 2 buoni motivi:
  1. Dichiara le regole che devono essere rispettate per concedere il permesso di utilizzo.
  2. Ha valore legale.
Fermi tutti! Cosa vuol dire permesso di utilizzo? Forse non tutti sanno che i beni immateriali sono quasi sempre tutelati dal diritto d'autore, cioè che l'ingegno profuso dall'autore nel creare qualcosa di originale, benché immateriale, venga remunerato e protetto (principio, in realtà, ineccepibile). Ciò vale per la musica, il cinema, il teatro, i libri ed anche per il software.
Normalmente (ed erroneamente) si è propensi a dichiarare "caro" un disco contenente una delle suddette opere, quando il puro disco vuoto costa pochissimo (ed ecco automaticamente che ci si sente in qualche modo giustificati a copiare il contenuto del disco stesso). Non è questa la sede per discutere se il costo commerciale del disco sia sempre giustificato dalla qualità dell'opera (certamente non lo è sempre, ma nemmeno mai), comunque sia l'avvento di internet ha cambiato lo scenario: i supporti stanno scomparendo, e tutto ciò che precedentemente veniva veicolato sui supporti fisici arriva ora attraverso la rete, rendendo di fatto l'opera ancora più immateriale, e contemporaneamente mettendo allo scoperto il fatto che non si paga il supporto, ma il suo contenuto. Con un grossissimo "però": il pagamento non è l'acquisto di un bene (una copia fisica), ma appunto l'autorizzazione (o licenza) ad usufruire di quel contenuto. E come se non bastasse, questa autorizzazione non è concessa solo con il corrispettivo del pagamento, ma anche con una serie di limitazioni sull'usufrutto! Certamente avrete notato, nei dischi dei film,  l'immancabile avviso  per la visione puramente privata... quella, appunto, è un esempio di queste limitazioni.

Per i software, queste limitazioni assumono proporzioni impressionanti, e quel che è peggio, di tipi di licenze ne esistono un numero spropositato (quasi impossibile trovarne due uguali), per cui fare un riassunto è impossibile. Ma è importante sapere e capire quali sono i temi che vengono trattati all'interno (perché, è bene ricordarlo, se si violano si è passibili di denuncia):
  • Numero di installazioni o di utilizzatori (persone) autorizzato
  • Uso in ambito personale, educativo/scientifico o commerciale
  • Copia o meno del supporto o dei file
  • Riutilizzo all'interno di altri software
  • Accessibilità/disponibilità o meno del codice sorgente
  • Trasferibilità della licenza ad altri soggetti
  • Responsabilità derivante dall'utilizzo del software
In realtà, almeno sull'ultimo punto si trovano tutti d'accordo, e ciò che viene asserito, più o meno, suona come un: arrangiati! Cioè, qualsiasi conseguenza derivante dall'uso del software non può essere ascritta al creatore dello stesso.
Se poi qualcuno si affida al principio che tanto non controlla nessuno (a parte l'evidente immoralità dell'atteggiamento), sappia che non proprio sempre è così: nell'azienda dove lavoro è arrivato un avviso ingiuntivo per utilizzo non autorizzato di un certo software (ed abbiamo verificato che la cosa purtroppo era vera, anche se in realtà era avvenuta sul computer di un ospite; ora la cosa è in mano agli avvocati).

Nel mondo del software, però, è diffusissimo il costume (presente anche negli altri casi, ma in misura molto minore) della gratuità della licenza: esistono milioni di software utilizzabili gratuitamente, ma attenzione, non liberamente! Anch'essi hanno una licenza con le sue brave limitazioni (che per la maggior parte degli utilizzatori finali, sono per fortuna accettabilissime). Altro aspetto, che contrariamente a quanto viene fatto credere non è completamente coincidente con il precedente, è la diffusione del codice sergente di un software (da cui il nome inglese open source): questa disponibilità infatti permette a chiunque (purché con le competenze necessarie) di analizzare il software in questione, e quindi controllarne la qualità (ne esistono di ottimi e di pessimi, come d'altra parte succede anche per quelli con codice chiuso).
Di tipi di licenze per software in qualche modo "liberi" ne esistono un gran numero, anche se quelle diffuse sono abbastanza poche, ognuna però con le sue peculiarità; non è questa la sede per approfondire (per iniziare, segnalo questa pagina su Wikipedia).

C'è un ultimo aspetto da sottolineare, e che probabilmente non è chiaro a tutti: che il principio della licenza si applica anche ai libri elettronici (ebook), che ormai diffusissimi, tanto che ormai ogni libro esce sempre sia in forma sia cartacea che elettronica (al più, viene proposto solo in elettronico). Questo comporta che non possiamo più prestare il libro, come si faceva una volta (pratica lodevolissima, soprattutto se prende la forma istituzionalizzata chiamata biblioteca); addirittura, mi sembra di aver capito che in certi casi non è nemmeno possibile spostarlo di dispositivo (cioè dal tablet all'ebook reader, per esempio). A mio avviso, questa rappresenta una stortura di un sistema che invece ha il suo perché.

Quindi, a meno che non si tratti di una licenza già conosciuta, è bene dare almeno una veloce occhiata, giusto per sapere cosa si può e soprattutto cosa non si può fare (e capire, perché no, anche che tipo è il creatore o il distributore di quell'opera...).

domenica 26 febbraio 2017

Il problema della cultura digitale

Per cominciare fatevi due risate:


Io però non partecipo alle vostre risate. Perché a me queste frasi fanno male. Le ho sentite quasi tutte. Quella che odio di più è: "Non va internet", che in realtà sottintende decine di problemi diversi. Io mi arrabbio, e quello che mi sento dire è che "però io queste cose non le so".
Lo so che non le sapete, e so anche che questo non il vostro campo. Però il computer o lo smartphone li usate lo stesso: è questo il problema. Che non dovrebbe essere un problema: avremmo diritto tutti ad usare queste meraviglie tecnologiche senza avere nessuna particolare conoscenza; purtroppo non è possibile.

Non è possibile perché a quegli strumenti affidiamo buona parte della nostra vita, ma sono pur sempre macchine: possono smettere di funzionare, e lasciarci improvvisamente in difficoltà.
Non è possibile perché quegli strumenti sono una finestra aperta verso noi stessi: e c'è chi fa di tutto per entrarvi per fare i suoi (spesso sporchi) interessi.
Non è possibile perché quegli strumenti ci mettono in contatto con praticamente tutto il mondo: e questo contatto può essere veicolo di comportamenti odiosi.

Quindi, per usare correttamente tutto quello che ci viene offerto nel mondo digitale, un minimo di cultura (parola che non uso a caso) la dobbiamo avere. Provo a farmi capire meglio con un esempio pratico: l'utilizzo della posta elettronica, poiché è uno strumento che in ambito professionale è forse il più critico, e in ambito privato è ancora abbastanza conosciuto, essendo stato uno dei primi strumenti digitali a vivere un boom.

Per moltissime persone, saper usare la posta elettronica si limita a saper inviare, leggere e inoltrare i messaggi, e (forse) gestire i contatti. Ma esse poi non conoscono i formati e le codifiche, non sanno gestire la propria casella e il proprio archivio, non sanno difendersi dalle mail trappola. Se volessimo paragonare la questione alla guida delle auto, è come se un po' tutti sapessero girare il volante e mettere la freccia, ma non sapessero parcheggiare, non conoscessero i segnali stradali e non avessero idea di chi ha la precedenza agli incroci. Infatti per guidare è obbligatorio seguire un corso e superare un esame; nel caso della posta elettronica, si sa quel poco che un amico ti ha raccontato e poi si è fatto da soli; però, quando vengono fuori i problemi, quell'amico non è in grado di aiutarti...

No, non è che propongo di istituire una "patente digitale" obbligatoria; ma di fare in modo che tutti posseggano un substrato culturale, su cui poi costruire consapevolmente le proprie esperienze digitali, sì!

Non è che attualmente nulla venga fatto: il problema è che viene lasciato alla buona volontà di pochi "eroi".
Esistono fondazioni, associazioni, professionisti che si dedicano all'alfabetizzazione ed educazione digitale: se vengono prese, in modo sistematico, iniziative in ambito scolastico, sia per i giovani che per i genitori (ed insegnanti!), già si raggiunge una buona percentuale, e forse la più importante, della popolazione.
In ambito professionale, le aziende dovrebbero farsi carico della formazione base per i lavoratori che utilizzano computer, smartphone e tablet, ovviamente non limitando la cosa a poche ore una tantum...
E perché non allargare il discorso anche ai pensionati, attraverso i centri anziani, le parrocchie, o tutti gli altri enti che in qualche modo se ne occupano.

Certo, tutto ciò non può avvenire senza spese: vale per le istituzioni, per le aziende, e per i cittadini. Il mio invito è che nella cosiddetta "Agenda Digitale" del Paese, di cui peraltro solamente si parla da anni, non ci si occupi soltanto di diffusione della banda larga, ma anche di come rendere i cittadini capaci di utilizzarla correttamente.