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venerdì 25 ottobre 2019

Computer quantistici, rivoluzione presunta

Pochi giorni fa, Google ha annunciato di aver raggiunto la supremazia quantistica, ossia di aver fatto funzionare un computer quantistico per effettuare in 200 secondi un calcolo che un computer tradizionale avrebbe fatto in 10000 anni.
Non voglio qui spiegare cos'è un computer quantistico (è comunque una tecnologia di cui si parla da decenni), ma analizzare le conseguenze del suo avvento (che, sia chiaro, non è poi così imminente: siamo ancora in fase di prototipi, la commercializzazione per i comuni mortali è ancora lontana).

La prima e più evidente conseguenza riguarda le nostre "amate" password: se oggi, con i pur potentissimi computer moderni, le password da 8 caratteri (purché non banali) sono considerate abbastanza sicure, l'avvento dei computer quantistici le renderà sostanzialmente inutili perché indovinabili in pochi secondi.


In pratica, per mantenere lo stesso livello di sicurezza di una password da 8 caratteri, bisognerà passare a una da 13 o 14 caratteri. Sopravviveremo.

Una seconda considerazione invece deriva dal fatto che dovrebbero diventare molto più veloci quei calcoli che oggi sono i più complessi: le simulazioni.
Le simulazioni servono principalmente per fare previsioni: a partire da quelle del meteo (o del clima), e via via dinamiche varie, da quelle delle traiettorie dei corpi celesti, all'evoluzione sociale umana, etc. Il vero problema delle simulazioni non è però la quantità di calcoli necessaria: è la conoscenza reale del fenomeno che si vuole simulare, e la capacità di trasformarla in un modello matematico.
Primo esempio: le leggi che governano l'evoluzione dell'universo sono ormai acclarate con un buon grado di certezza; in questo caso, la capacità di calcolo dei nuovi computer permetterà sicuramente di andare oltre le nostre capacità attuali, permettendo nuove scoperte.
Secondo esempio: l'evoluzione del clima è probabilmente il problema con complessità più elevata che si affronti ai nostri giorni; ma al contrario di quello che la narrativa mediatica racconta, le dinamiche ed i fattori che la regolano sono note con estrema approssimazione (cioè: nessuno ne capisce ancora quasi nulla). Se i modelli di oggi falliscono nel fare previsioni accurate, il computer quantistico che userà gli stessi modelli permetterà di avere sì previsioni a più lungo termine, ma ancora più inaccurate ("propagazione dell'errore").

Ad onor del vero, la possibilità di aumentare i calcoli eseguibili permetterà di eliminare le approssimazioni che vengono volutamente introdotte nei modelli proprio per limitare il tempo necessario all'esecuzione dei calcoli; quindi un vantaggio, com'era prevedibile, si ha comunque.

Ma in ogni caso, senza l'intelligenza umana, anche il computer quantistico rimane un inutile ammasso di (costosissima) ferraglia.

AGGIORNAMENTO: IBM contesta la misura della prestazione rispetto ad un computer tradizionale, cioè lo stesso calcolo che il computer quantistico di Google ha fatto in 200 secondi, un computer di IBM lo avrebbe eseguito in circa 2 giorni e mezzo, invece di 10000 anni. Una bella differenza, che comunque non sminunisce il salto tecnologico; personalmente non sono in grado di giudicare chi abbia ragione, semplicemente la posizione di IBM mi sembra più plausibile.

AGGIORNAMENTO 2: un altro interessante articolo (anche se abbastanza tecnico), sostiene che in pratica il "calcolo" eseguito da Google non ha una reale utilità; ma la parte interessante è che pare che al momento i computer quantistici non siano programmabili nel senso tradizionale del termine. Questo vuol dire che finchè non sarà superato questo limite (se mai lo sarà), il computer quantistico sostanzialmente non serve a nulla! Lunga vita al computer tradizionale... ed ai programmatori.

sabato 29 giugno 2019

Guerre virtuali, attacchi reali

La notizia è passata sui giornali quasi come fosse solo una curiosità: Trump ferma i bombardieri  diretti in Iran e invece ordina l'attacco cybernetico. Pieno successo, dicono gli americani; nessun danno, dicono gli iraniani: certo, il campo di battaglia è virtuale, come possiamo noi sapere veramente cos'è successo? Oltretutto le infrastrutture attaccate erano militari, quindi il segreto è d'obbligo. Comunque nessuno si è fatto male e siamo tutti contenti.

Resta il fatto che la guerra digitale, forse per la prima volta, è stata preferita a quella tradizionale. Buona notizia, senz'altro: ma non così buona come potrebbe sembrare ai meno attenti. Bene ha fatto il Generale Rapetto a rimarcarlo immediatamente.

Analizziamo la situazione. La guerra totale (cioè quella che coinvolge la popolazione civile per fiaccare la volontà di resistenza di una nazione o popolo) ha raggiunto il suo massimo nella seconda guerra mondiale, ma non è certo una novità del secolo scorso. Strategicamente parlando, per costringere una nazione alla resa devi fiaccarla economicamente (distruggendo le industrie e la produzione alimentare) e socialmente (attraverso sofferenze così atroci da rendere preferibile qualsiasi altra cosa, incluse le condizioni imposte per la resa). Gli strumenti sono stati per secoli bombardamenti, violenze, fame,  distruzioni indiscriminate.

Il problema è che ora gli stessi scopi possono essere raggiunti attraverso strumenti virtuali che però hanno conseguenze estremamente reali: semplicemente perché ormai tutta l'economia e la società si è digitalizzata. Non ci credete? Qualche esempio, ispirato da episodi reali.

Industrie, ospedali, trasporti bloccati per giorni da un virus (informatico, s'intende).
Sistemi di controllo di impianti idraulici accessibili via internet (pensate a cosa succederebbe aprendo completamente, all'improvviso, le chiuse di una diga).
Conti correnti e risparmi spariti cancellando i database delle banche.
Grandi flussi di notizie fasulle e contraddittorie sui social ma anche sui giornali "ufficiali".
Blackout energetico indotto da attacchi "denial of service".
Esami diagnostici modificati o cancellati.

Finché tutto ciò è episodio singolo e sporadico causato da un gruppetto di hacker, poco male (si fa per dire); ma se invece una nazione attaccasse deliberatamente un'altra con azioni coordinate e simultanee effettuate da esperti? L'effetto potrebbe essere che una mattina ci troviamo senza luce, gas, telefonia, coi campi agricoli allagati, i trasporti bloccati, impossibilitati a pagare nei supermercati (ammesso che siano aperti), soccorsi impantanati nella mancanza di comunicazioni, tutti senza sapere cosa sta succedendo ed in balia delle voci che girano incontrollate. Una situazione in cui i morti non li troveresti tutti insieme sotto le macerie dei bombardamenti; li troveresti nelle strade, a poco a poco, mano mano che il caos ed il panico si espande.

Fantascienza? Trama di film catastrofici? Pensare che quello appena descritto sia uno scenario impossibile è semplicemente da criminali (o stupidi, se preferite), tanto è vero che l'Unione Europea ha varato una Direttiva (la 2016/1148, detta "NIS") che impone agli stati membri di individuare i gestori di infrastrutture critiche, che a loro volta, sulla base del loro livello di criticità, devono dotarsi di misure di sicurezza (sia tecniche che organizzative) contro gli attacchi informatici. Anche la vicenda Huawei può essere presa ad esempio (anche se in questo caso credo prevalgano gli aspetti economici): se gli USA basassero le loro infrastrutture critiche su dispositivi fabbricati in Cina, si esporrebbero all'enorme rischio di subire attacchi del genere appena descritto che vengono veicolati in modo nascosto proprio attraverso quei dispositivi.

L'era dei bunker antinucleari è finita da un pezzo: inizia ora quella della cybersecurity.

sabato 20 ottobre 2018

Tutta colpa dell'Algoritmo

"Facebook cambia algoritmo", "Algoritmo impazzito", "Twitter sconfessa l'algoritmo": sono solo alcuni (estratti di) titoli di notizie recenti che hanno a che fare il mostro dei nostri tempi: l'algoritmo. Pochi giorni fa, ad un convegno in tema di privacy, una stimatissima professoressa di Diritto ha confessato che deve farsi aiutare dai tecnici a capire cosa vuol dire che "si è perso il controllo dell'algoritmo". Ne ha ben ragione: non ne ho idea neanch'io, di cosa vuol dire. Ma alla fine, cos'è 'sto algoritmo?
Dal Dizionario della lingua Italiana di De Mauro:
matematica: insieme di regole per la risoluzione di un calcolo numerico; gener., procedimento matematico
informatica: insieme di regole che forniscono una sequenza di operazioni atte a risolvere un particolare problema
Le parole su cui bisogna soffermarsi sono: regole, procedimento, risoluzione. Lo scopo di un algoritmo è trovare la soluzione di un problema; è composto da un procedimento e delle regole. Tutto qui; ma per capire meglio, guardiamolo un algoritmo (ho scelto quello che era mitico all'università, il bubble sort, che è il più efficiente tra i procedimenti di ordinamento):



In pratica, presa una sequenza di elementi, si procede a scambiare ripetutamente quelli che non rispettano l'ordinamento, finché non si arriva alla sequenza ordinata. Facile no?
In realtà, quello che mi preme sottolineare è che un algoritmo non è altro che un procedimento logico per risolvere un problema. Niente di più. Un frutto dell'ingegno umano. Che poi deve diventare qualcosa di realmente utilizzabile, tipicamente un programma software: il che vuole dire che qualcuno, che non è quasi mai chi ha "inventato" l'algoritmo, lo traduce in un linguaggio di programmazione, diventando, appunto, il programma (o parte di esso). In realtà, vale anche il viceversa: ogni programma non è altro che l'implementazione di uno o più algoritmi, che magari esistono solo nella testa del programmatore.
Ovviamente niente vieta che un algoritmo possa essere sbagliato (cioè non risolve correttamente il problema), o che lo sia il corrispondente programma (cioè il software non fa quello che prevede l'algoritmo); ma se si effettuano i dovuti controlli, la questione è marginale.
Che c'azzecca tutto ciò con gli algoritmi che impazziscono? Niente, appunto. Un algoritmo (o il computer attraverso il programma) fa ciò che gli viene detto. Il risultato è sbagliato se l'algoritmo (o il corrispondente programma) è sbagliato. Punto. A parte questo, non esistono algoritmi buoni o cattivi: buono o cattivo è lo scopo, o il risultato, dell'algoritmo.

Fin qui la teoria; la pratica è un po' più complicata. Perché gli algoritmi che, secondo alcuni, impazziscono, sono enormemente più complessi dell'esempio che ho proposto; ed è piuttosto comune (mi rifiuto comunque di considerarlo normale) che i suoi errori siano evidenziati in situazioni estreme, tipicamente dati enormi o molto diversi da quelli attesi da chi ha sviluppato l'algoritmo.
Gli algoritmi sono diventati famosi, uscendo dalle buie stanze dei nerd, con l'informatizzazione di massa, e da quando hanno iniziato ad avere effetti sulla vita dell'uomo comune: oggi vanno per la maggiore quelli che, a seconda dello scopo (o meglio, della tipologia di scopo) prendono il nome di Big Data, Intelligenza Artificiale, Machine Learning, e compagnia bella. Tutta roba bellissima per chi la studia, un po' meno per chi la subisce. Intanto perché l'abuso di questi algoritmi ci limita la libertà di scelta (vedi i risultati dei motori di ricerca: quelli che dovrebbero essere i più pertinenti sono scelti in base a criteri che non possiamo controllare); e poi perché molte volte nemmeno è chiaro come e perché si usano queste tecniche avanzatissime.

Facciamo un altro esempio, e lo prendiamo dal mondo dello sport, in particolare dalla pallavolo (chi mi conosce non ne resterà stupito). Esiste da anni la "moviola" in campo, per diverse situazioni; per stabilire la palla dentro o fuori, esistono in realtà due tecniche, una "reale" (telecamere ad alta velocità e risoluzione poste in corrispondenza alle linee) ed una "virtuale" (ricostruzione tridimensionale della traiettoria del pallone, lo stesso metodo usato nel tennis, cosiddetto occhio di falco).

 

Nessun dubbio che l'algoritmo alla base di "occhio di falco" sia corretto; tuttavia, basandosi sulla ricostruzione della traiettoria nello spazio a partire dalle immagini riprese da apposite telecamere che coprono tutto il campo (una tecnica, chiamata motion tracking, usata da più di 20 anni nel cinema, per esempio così fu generato Gollum nella trilogia del Signore degli anelli), richiede un'attentissima calibrazione e posizionamento per garantire precisione. Ma se hai una tecnica più semplice, e che non ti lascia nessun tipo di dubbio, perché usare un artificio, per quanto bellissimo e precisissimo? Eppure la prima viene utilizzata nelle competizioni italiane, e la seconda in quelle internazionali, ormai da diversi anni!

In conclusione, fermo restando che non sono gli algoritmi ad impazzire (è sempre e solo l'intelligenza umana a venire meno), è la dipendenza da essi il vero male della nostra società iperconnessa. Dove non portino effettivo beneficio per la comunità, è nostro dovere difenderci rifiutandoli, invece di lamentarci o, peggio, adeguandoci passivamente.

N.B. Il post è nato da un'idea di qualche giorno fa, ma non è un caso che sia stato scritto il giorno della finale del campionato mondiale femminile di pallavolo... serviva anche a smaltire la delusione della sconfitta (che non ha avuto nulla a che fare con decisioni arbitrali).

sabato 17 febbraio 2018

Il digitale a scuola; ed a scuola di digitale?

Tra i tanti temi relativi all'uso degli strumenti digitali, uno dei più critici e dibattuti è quello degli adolescenti e la scuola. Qualche giorno fa, ho letto un interessante articolo riguardante un esperimento di didattica in una scuola di Palermo tramite un popolare social: vale la pena di leggerlo.

L'articolo è stato segnalato su Twitter dalla community, formatasi pochi mesi fa, @GenitoriDigitali, che ha anche lanciato un piccolo sondaggio, a cui ho partecipato anch'io, non in quanto genitore, ma in quanto aspirante divulgatore di educazione digitale e temi affini (per leggere tutti i contributi alla discussione basta guardare il tweet). Al di là del mio contributo, colgo l'occasione per esporre in maniera più sistematica il mio punto di vista, per quanto limitato dal fatto che non ho (ancora) esperienze più o meno dirette rispetto al contesto di cui stiamo parlando (scuola e adolescenti).

Il digitale (con tutto ciò che consideriamo parte di questa definizione) è uno strumento, e come tutti gli strumenti può essere usato per il bene o per il male. L'acqua, elemento fondamentale della vita, può essere anche strumento di morte; d'altra parte, le bombe nucleari, che attentano alla sopravvivenza stessa del genere umano, potrebbero un giorno salvarci dai pericoli che provengono dallo spazio (no, niente extraterrestri: parlo di asteroidi e comete). Questi due esempio estremi servono a dimostrare che qualsiasi cosa può contribuire al bene, sempre ché ne valutiamo e controlliamo i rischi che possano al contrario contribuire al male.

Nel caso specifico, lo scopo didattico era, a mio parere, ottimo: commentare un libro non attraverso il solito compito personale, ma stimolando una discussione condivisa, in cui (e qui la grande potenza dei social) è intervenuta anche l'autrice.
Quindi tutto bene? Ovviamente no. L'articolo stesso racconta che gli studenti che non avevano lo smartphone o l'account sul social sono stati inclusi nel progetto dai professori, che hanno "prestato" le loro risorse: bravi, ma ciò non può essere la norma, se si volesse rendere metodi didattici del genere la normalità. D'altra parte, ritengo estremamente sbagliato obbligare gli studenti a possedere smartphone o tablet, ed ancora di più ad avere un account su qualsivoglia social (oltretutto viene fuori la questione dell'età: l'articolo non ne parla, ma ricordo che esiste per legge un limite inferiore di età, 16 anni, per poter aprire account online, che è abbassabile non oltre i 13). Problemi in realtà che si potrebbero superare facilmente (dimenticando la questione dei costi associati) pensando di utilizzare attrezzature (computer) e servizi (social) appartenenti alla scuola, invece di servizi pubblici (e spesso poco rispettosi della privacy).

Nella discussione su twitter è stato toccato un altro tema, ossia la competenza digitale degli operatori scolastici, insegnanti in primis. Essa è fondamentale per valutare correttamente i rischi, quali quelli che ho appena cercato di proporre (per ora ignorando la questione generale della sicurezza informatica, particolarmente importante visto che ci sono minori coinvolti), nell'utilizzare gli strumenti digitali nei progetti didattici. Non a caso il tema è comune a quello che ha portato alla formazione della community dei genitori, dopotutto sono due aspetti relativi al divario generazionale tra gli adolescenti figli/studenti e gli adulti genitori/insegnanti. Personalmente ritengo che sia proprio la scuola il luogo  più adatto a diffondere nel modo più capillare possibile la formazione necessaria per gli adulti che ne hanno bisogno. Così come gli istituti scolastici permettono alle società sportive di utilizzare le palestre per le loro attività, auspico che in modo simile le aule possano essere utilizzate per queste attività di formazione, in orari adatti allo scopo (tipicamente il tardo pomeriggio).

Ma la vera domanda è: quanto interesse c'è, o ci sarebbe, verso queste iniziative? Inutile organizzarle, se poi vanno deserte. La mia personale sensazione, basata su ciò che vedo tra le mie frequentazioni e su ciò che sento attraverso i media, è che l'interesse sia molto limitato, e che la sensibilizzazione non produca effetti significativi. Parlo del fatto che vedo professionisti molto attivi sui social che hanno un seguito che quantitativamente è migliaia di volte inferiore a sportivi e personaggi dello spettacolo, i quali spesso limitano la loro attività social ad autoincensarsi. La situazione sembra quella classica in cui nessuno fa niente finché non arriva la tragedia (infatti, qualcosa si muove solo riguardo il cyberbullismo).
La situazione può migliorare solo se alle iniziative dal basso (cittadini) si unisce il supporto dall'alto (istituzioni). Ma non dimentichiamo che anche le istituzioni sono fatte di cittadini. 

giovedì 8 febbraio 2018

Cosa c'entrano i Big Data con la "monnezza"?

Oggi mi è capitato di sentire una storia quanto mai interessante su come vanno le cose in questi tempi di innovazione selvaggia. Per ovvie ragioni di riservatezza, ometterò tutti i dettagli possibili, poiché in pratica si è trattata di un'introduzione ad un prodotto non ancora in commercio.

Una piccola premessa: non c'è modo di controllare le mie affermazioni, purtroppo posso solo chiedere di avere fiducia; io stesso, al di là di alcune foto viste su uno smartphone, non ho prove che quello che vi sto per raccontare sia completamente vero. Però è plausibile, ed è quello che mi interessa.

Il prodotto in questione tratta i rifiuti casalinghi in ottica di economia circolare: in pratica, ottenendo dai rifiuti materiale in qualche modo riutilizzabile, quindi un lodevole scopo, con finalità anche ecologiche. Il problema è che alla vendita questo prodotto costerebbe nmila euro, cosa che lo renderebbe un prodotto di nicchia, per veri ambientalisti che non sanno come spendere altrimenti i soldi. La soluzione? Aggiungendo opportuni "sensori", l'apparecchio fa una sorta di analisi dei rifiuti e tramite un collegamento internet, li invia a chissà chi per entrare a far parte di quel calderone di informazioni che oggi vanno col nome di Big Data. Attraverso la vendita di questi dati, il costo al dettaglio dovrebbe scendere parecchio, molto, ma molto di più del 50%, portandolo al livello di altri elettrodomestici molto comuni nelle nostre case (e ben al di sotto del costo di certi telefonini con la mela...). Geniale, no? Talmente geniale, che il primo posto dove stanno cercando di piazzare questi apparecchi, e Dio solo sa se quanto ce n'è bisogno, è Roma!

Per chi non lo sapesse: col nome Big Data si intendono quei sistemi che da gigantesche quantità di informazioni non strutturate (e, speriamo, anonime) estrapolano poche ma importanti informazioni utilizzabili agli scopi più disparati (e legali, s'intende).

Perché la storia è interessante? Beh, perché ci insegna che i nostri dati, inclusi quelli della nostra spazzatura, sono preziosissimi per qualcuno, tanto da poter essere venduti. Sono preziosissimi perché raccontano i nostri consumi; come  essi variano nel tempo; e magari anche la qualità dei prodotti che consumiamo. Informazioni fondamentali per chi programma investimenti nello sviluppo di un nuovo prodotto. E la vendita di tali dati è talmente remunerativa da giustificare uno "sconto" (diciamo intorno al 80%) che in ogni altro caso darebbe naturalmente adito a sospetti di truffa. Dimenticavo: il costo del collegamento internet non è a carico del consumatore, ma del produttore...

Questa storia, tra le altre cose, mi ha un po' aperto gli occhi su quello che sta diventando un mantra del mercato digitale, ossia l'Internet delle cose (ne avevo parlato, in modo alquanto critico, in un vecchio post): cioè collegare ad internet qualsiasi oggetto. Ed anche il costo relativamente basso di questi oggetti potrebbe spiegarsi, oltre che con l'assoluta mancanza di qualsiasi misura di sicurezza informatica, proprio con il principio di raccogliere dati e poi rivenderli profumatamente.

In conclusione, non posso che tornare al tormentone che ripropongo sempre ultimamente: pur di risparmiare nell'acquisto di un prodotto/servizio, siete davvero disposti a rinunciare a proteggere i vostri dati personali (anche se in fondo, si tratta solo di monnezza)?

sabato 4 novembre 2017

Il voto digitale: si può fare!

Nelle settimane scorse ha fatto capolino in Italia un nuovo modo di raccogliere la volontà popolare (😂): in realtà in due modi molto diversi, nonostante li accomuni l'uso del digitale. Nella fattispecie, il Movimento 5 Stelle ha utilizzato quello che potremmo definire il voto online, cioè attraverso internet, e comodamente da casa; la regione Lombardia invece ha utilizzato quello che potremmo definire voto elettronico, sostituendo nei seggi le schede cartacee con un tablet ("voting machine", facilmente traducibile come apparecchio per il voto) che raccoglieva e registrava i voti. In entrambi i casi non sono mancate le polemiche sulle modalità e poi sui risultati (operativi) del voto, ma purtroppo in Italia non abbiamo la possibilità di avere un racconto veramente imparziale e veritiero di come sono andate le cose, per cui, non avendo avuto esperienza diretta in nessuno dei due casi, mi astengo da ogni commento; quello che però voglio sottolineare è che tutti i guai che sono apparsi sui giornali sono plausibili, cioè tecnicamente possibili. E partendo da questi, colgo l'occasione per fare le mie riflessioni sull'argomento, il quale inevitabilmente, ed auspicabilmente, diventerà un tema per il futuro del nostro paese (o forse, speriamo, già lo è).

La questione va affrontata sotto diversi aspetti.

Per primo affrontiamo quello della modalità del voto.
Rifacciamoci a quanto detto prima: si potrebbe votare da casa, quindi usando internet, o rimanere ancorati ai seggi, ancorché digitali. I vantaggi della prima modalità sono evidentemente la comodità per il cittadino (in particolare, non essere vincolati ad un luogo specifico, cioè la residenza anagrafica) e l'immediatezza dei risultati, d'altro canto i problemi di sicurezza (vedi sotto) sarebbero amplificati, in particolare per la verifica dell'identità. La seconda avrebbe enormi vantaggi in termini di sicurezza, evitando che vengano utilizzati dispositivi insicuri come sono i nostri computer e smartphone, a scapito della necessità di provvedere agli apparati e al personale necessario per ogni seggio.
Personalmente ritengo che l'opzione "online" sia assolutamente l'obiettivo a cui puntare, ma anche il seggio digitale sarebbe una prima rivoluzione comunque positiva.
Inoltre, c'è da considerare l'aspetto "operativo": cioè come il cittadino effettivamente esprime il voto, aspetto tutt'altro che secondario in un Paese dove le competenze digitali sono mediamente disastrose. Ma, contrariamente a quanto potrebbero aspettarsi i 2 o 3 assidui lettori, questo non lo considero un problema: infatti immagino un sistema di voto la cui "user experience" (espressione che è difficile rendere in italiano, ma che potrebbe suonare "come l'utente interagisce con il sistema") sia talmente semplice da non richiedere nessun tipo di preparazione, esattamente come avviene oggi con il voto cartaceo. Possibile ciò? Certo, basta che chi sviluppa il sistema di voto sia opportunamente indirizzato e controllato (e capace).

Il secondo aspetto è quello della sicurezza, vista anche la delicatezza del tema.
Partiamo da un presupposto: tutte le tecnologie necessarie a garantire un voto secondo i principi della nostra Costituzione, esistono già. Purtroppo non sono in grado di dire se possano portare ad un effettivo risparmio, poiché esse sono, in generale, molto costose, e non è secondario ricordare che sono in mano ad aziende per lo più straniere, quindi di fatto le spese andrebbero ad innalzare il PIL di qualcun altro. Comunque sia, ecco i rischi di irregolarità che io riesco a prevedere:

  • Impersonificazione fraudolenta
  • Voti multipli
  • Interferenze nella trasmissione dei dati (cioè: modifica del dato, o impedimento della trasmissione)
  • Registrazione non anonima
  • Modifica dei voti successiva alla registrazione
  • Elaborazione errata dei risultati

Certamente, di tutti in punti, il primo è il più delicato, ed il più difficile da impedire nella modalità "online"; e inevitabilmente, dovendo aumentare i livelli di sicurezza a livelli ultra-paranoici, entra in gioco la collaborazione attiva del cittadino, e quindi la sua consapevolezza dei rischi e delle modalità con cui deve proteggere la sua identità digitale. Quindi, se volete votare da casa o dallo smartphone, fatevene una ragione: serve imparare!

L'ultimo aspetto, che in realtà è il problema dei problemi, e riguarda gli ultimi tre punti della lista, è il controllo. Qualunque sia la modalità di voto scelta, fare un software che raccolga, registri ed elabori i voti in modo corretto, è certamente possibile. Ma come possiamo esserne sicuri? Qui la faccenda si complica: è necessario un organismo che verifichi il software, non solo nel momento dello sviluppo, quando il codice (sorgente) è umanamente comprensibile, ma anche e soprattutto nel momento in cui è in esecuzione, per evitare che qualcuno possa sostituire i file con altri modificati che nascondano funzionalità o comportamenti diversi da quelli voluti. Inoltre, è necessario controllare anche i tecnici che devono gestire il sistema informatico, per impedire che interferiscano, in virtù dei loro "poteri" su di esso, sulla regolarità delle operazioni (vedi sopra). Ma dove lo troviamo in Italia un organismo del genere che sia realmente indipendente? E se anche riuscissimo a trovarlo, sarebbe dotato dei poteri necessari in caso di problemi? Purtroppo temo che ad un certo punto saremo comunque costretti a fidarci di qualcuno, analogamente a come in realtà accade oggi con il voto tradizionale.

Infine, e per puro diletto, propongo un approccio architetturale per la base dati che ovviamente deve occuparsi di mantenere i dati. Personalmente, la dividerei in due parti. La prima dovrebbe esclusivamente raccogliere i voti, così come sono stati espressi, senza nessun tipo di elaborazione. Insieme ai programmi che la gestiscono, se ben progettata potrebbe di fatto mantenersi praticamente immutabile nel tempo, poiché basterebbe per ogni elezione inserire solo i dati delle liste, dei candidati, dei collegi, etc. La seconda parte, invece, sarebbe quella dedicata all'elaborazione dei risultati delle votazioni; data la fastidiosa tendenza dei nostri governanti di cambiare legge elettorale ad ogni starnuto, dovrebbe essere progettata per essere estremamente flessibile, o addirittura essere modificata ad ogni elezione, per rispettare le nuove regole. Questa seconda parte avrebbe il privilegio esclusivamente di lettura (non modifica) sulla prima base dati, magari solo per quelli della singola votazione. Ma non sono io ad occuparmi di questa questione, quindi...

Aggiornamento: a riprova della delicatezza della questione sicurezza dell'identità, in questo articolo (in inglese) viene raccontato ciò che sta succedendo in Estonia, e viene anche citato il fatto che l'identità elettronica viene utilizzata per il voto.

giovedì 20 aprile 2017

Social o utenti: di chi la responsabilità?

Credo tutti abbiano sentito la notizia dell'assassinio casuale di anziano afroamericano da parte di un altro afroamericano, che ha ripreso e poi postato il video su Facebook (asserendo tra l'altro di aver commesso altri omicidi, ma al momento non ho sentito conferme, per fortuna). Ebbene, nella tragedia sembra che un po' tutti i giornali abbiano dato particolare risalto al ritardo di Facebook nel cancellare il video in questione, che è stato visto e condiviso da un certo numero di persone.

Prima di andare avanti faccio una doverosa premessa: non sono su Facebook per scelta, perché non mi piace come viene utilizzato dagli utenti e gestito dai suoi manager; ma in questa vicenda mi sembra faccia un po' da capro espiatorio, anche nei confronti degli altri social network, per cui il mio ragionamento è in realtà totalmente applicabile anche a questi ultimi.

L'avvento dei social network è stato un cambiamento dirompente nella società umana: ormai chiunque è in grado di produrre contributi (scritti, video, audio, immagini, etc) e di condividerli potenzialmente con il mondo intero. I genitori postano le foto dei loro bambini; i fotografi le loro migliori opere; gli adolescenti le loro emozioni; i blogger i loro articoli; e via dicendo. Ma il mondo non è solo fatto di genitori, fotografi, adolescenti e blogger: è fatto anche di ladri, terroristi ed assassini. E così succede che i ladri postino le loro malefatte, i terroristi le loro rivendicazioni e gli assassini i loro omicidi. Quindi che questi atti criminali finiscano sui social, a mio parere non deve sorprendere nessuno. Per fortuna, in un certo senso: così aiutano le forze dell'ordine a identificarli.
E non deve nemmeno sorprendere che vengano rimossi: in definitiva, i social nascono con ben altri scopi, non certo quello di aiutare i criminali. Quindi nessuna sorpresa se il video in questione è stato rimosso. Il problema sono i tempi. 3 ore, dicono i giornali: troppi, perché nel frattempo il video è stato visto e condiviso, probabilmente anche commentato. A me 3 ore non sembrano molte, anzi mi sembrano poche. Bisogna considerare i tempi tecnici per cui arrivano le prime segnalazioni (tra le moltissime che arrivano in continuazione), venga presa visione dai responsabili, che probabilmente devono contattare la polizia, etc... infine la rimozione vera e propria.

Io, invece, vorrei andare a chiedere uno ad uno (indipendentemente da quanti siano) a coloro che hanno visto il video, l'hanno condiviso o hanno messo un "mi piace": ma cosa c'hai nella testa al posto del cervello? Quale putrida ed inutile materia? Perché accidenti l'hai fatto? Purtroppo mi do anche una risposta da solo: immagino che molti mi risponderebbero che semplicemente hanno pensato fosse un video fasullo, magari molto ben fatto, e che mai avrebbero pensato potesse essere reale. Beata ingenuità!

Ecco che torniamo quindi allo stesso tema che già viene affrontato con le fake news (o bufale per dirla all'italiana): ossia la non capacità da parte di molti utenti di riconoscere la finzione dalla realtà, soprattutto sui nuovi media che viaggiano su internet; la non consapevolezza dei meccanismi che stanno dietro questi atti; e soprattutto la mancata presa di responsabilità per evitare che si diffondano e ripetano. E la soluzione, palesemente semplice: l'educazione.

Oggi, su questo episodio, difendo Facebook, che ha avuto la sola colpa di essere il più diffuso e quindi il più appetibile per il criminale di turno. Domani difenderò gli altri social, pur con tutti i loro difetti, per episodi simili (ce ne saranno, purtroppo...). D'altra parte, pur riconoscendo che i social sono principalmente destinati al diletto, non difenderò mai chi li utilizza spegnendo il cervello.

lunedì 17 aprile 2017

Non ti sopporto più (ovvero: la password)

La navigazione su internet, o l'utilizzo di app, ormai sembra non poter fare a meno della famigerata password: quasi ovunque è richiesto registrarsi e quindi impostarne una. I risultati, ovviamente, sono questi:
http://mobile.hdblog.it/2017/01/16/123456-password-utilizzata-2016/
Ora, finché queste password sono utilizzate per servizi banali (per esempio, registrare le ricette preferite), passi... ma se sono utilizzate per la posta elettronica (privata: quella lavorativa non la prendo nemmeno in considerazione, altrimenti qualcuno rischia che lo sbrani) o per il conto corrente online, beh, allora tutto il male che può accadere è pienamente meritato!

Quindi, poiché sono un male necessario, cerchiamo di capire l'importanza delle password e come gestirle.

La password è uno dei due elementi fondamentali di ciò che comunemente vengono chiamate "credenziali"; l'altro è il nome utente (o username, più comunemente). Questa coppia fa sostanzialmente due lavori: con lo username avviene l'identificazione, cioè il riconoscimento univoco, in funzione di associazione univoca delle informazioni, della persona; con la password, avviene l'autenticazione, ossia si controlla la veridicità dell'identificazione. Questa verifica è necessaria perché lo username, in un certo senso, è un dato pubblico, quindi per riconoscere il legittimo proprietario bisogna che si utilizzi un dato privato, cioè conosciuto appunto solo da lui. Il senso della password è tutto qua: che sia un dato noto soltanto alla persona a cui appartiene. Nel momento in cui tale dato perde il suo carattere di segretezza, non ha più senso; e questo avviene in tutti i casi seguenti:
  • la rendiamo pubblica (o nota anche ad una sola altra persona)
  • ne utilizziamo una estremamente diffusa (come avviene appunto per le password della lista riportata nell'articolo sopra citato)
  • la scriviamo in un posto facilmente accessibile (il post-it sul monitor è un classico)
  • la scegliamo utilizzando informazioni pubblicamente note (come la data di nascita, propria o di qualche familiare, o il nome del gatto...)
Un altro comune errore è quello di lasciare al browser, al programma di posta, o alla app di turno, la registrazione delle password, in modo da evitare che venga richiesta ogni accesso. A parte che la registrazione può avvenire in modo non protetto (cioè cifrato, o se la cifratura viene utilizzata, senza che ne abbiamo noi il controllo)... così ci mettiamo alla mercé di chi dovesse avere l'accesso al nostro dispositivo o profilo, perché non dovrebbe nemmeno fare la fatica di cercare o indovinare le password. Ma il più grave errore che si può fare in tema di password, è pensare che a nessuno interessi soffiarcela. Come detto prima, con la password si autentica l'identità, quindi in realtà con la nostra password un malintenzionato impersona noi stessi, e può compiere qualsiasi atto a nostro nome (e dimostrare di aver subito il furto di identità non è cosa banale). Forse non tutti sanno che esistono vere e proprie aste di gruppi di credenziali valide di alcuni celebri servizi, segno evidente dell'interesse che ha questa "merce" (vedere, solo per fare un esempio, questa notizia)

Il problema alla base delle scellerate scelte della password sta tutto nella necessità di ricordarla. Ma è un falso problema: non è necessario ricordare a memoria tutte le password (in realtà, è il regolare utilizzo che, stimolando la nostra memoria, le fa ricordare, a prescindere dalla complessità e lunghezza). Io per primo, che credo di essere un bravo utilizzatore di buone password, non pretendo di ricordarle tutte, anzi! L'unico trucco necessario e sufficiente a gestire correttamente le password è scriverle, ma esclusivamente in un posto sicuro. Esistono molti programmi o app che fanno proprio questo: un piccolo database dedicato alle password, ovviamente cifrato. Il difetto è che per cifrare (e decifrare) il database, una password è necessaria: ma una sola. Questa sì che vale la pena dello sforzo di trovarne una sufficientemente complessa, veramente privata, e che non corriamo il rischio di dimenticare (se non in caso di amnesie gravi, ma in quel caso questo è un problema minore); anche perché la raccomandazione è quella di non scriverla, mai, da nessuna parte, e di non dirla veramente a nessuno! Se utilizziamo uno di questi "password manager", ed impariamo ad usarlo sempre, allora verrà facile anche passare ad una logica che fa fare il salto di qualità in termini di sicurezza: non scegliere più le password per far sì che siano in qualche modo mnemoniche, ma farle generare in modo casuale, e con lunghezze significative (dai 12 caratteri in su), e soprattutto cambiare regolarmente quelle più critiche.

Altro metodo di sicurezza che sta progressivamente diffondendosi è quello dell'autenticazione a due fattori (two-factor authentication): la fase di autenticazione si basa non solo sulla password, ma su un ulteriore codice che ha una validità limitata nel tempo, e quindi ogni accesso va nuovamente generato. Questo secondo codice può arrivarci con un metodo che abbiamo precedentemente validato (la nostra mail, il nostro cellulare), oppure con dispositivi appositi, chiamati token, che vengono rilasciati dal fornitore del servizio. Certamente è un ulteriore passaggio che ai più sembrerà un ulteriore fastidiosa perdita di tempo, ma a me sembra trascurabile davanti alla concreta possibilità di trovarsi il conto in banca svuotato.

In conclusione, dovremmo convincerci che dobbiammo riservare alle password la stessa attenzione che riserviamo alle chiavi di casa: esse rappresentano di fatto il modo di impedire agli estranei l'accesso al nostro piccolo "regno digitale".

domenica 26 febbraio 2017

Il problema della cultura digitale

Per cominciare fatevi due risate:


Io però non partecipo alle vostre risate. Perché a me queste frasi fanno male. Le ho sentite quasi tutte. Quella che odio di più è: "Non va internet", che in realtà sottintende decine di problemi diversi. Io mi arrabbio, e quello che mi sento dire è che "però io queste cose non le so".
Lo so che non le sapete, e so anche che questo non il vostro campo. Però il computer o lo smartphone li usate lo stesso: è questo il problema. Che non dovrebbe essere un problema: avremmo diritto tutti ad usare queste meraviglie tecnologiche senza avere nessuna particolare conoscenza; purtroppo non è possibile.

Non è possibile perché a quegli strumenti affidiamo buona parte della nostra vita, ma sono pur sempre macchine: possono smettere di funzionare, e lasciarci improvvisamente in difficoltà.
Non è possibile perché quegli strumenti sono una finestra aperta verso noi stessi: e c'è chi fa di tutto per entrarvi per fare i suoi (spesso sporchi) interessi.
Non è possibile perché quegli strumenti ci mettono in contatto con praticamente tutto il mondo: e questo contatto può essere veicolo di comportamenti odiosi.

Quindi, per usare correttamente tutto quello che ci viene offerto nel mondo digitale, un minimo di cultura (parola che non uso a caso) la dobbiamo avere. Provo a farmi capire meglio con un esempio pratico: l'utilizzo della posta elettronica, poiché è uno strumento che in ambito professionale è forse il più critico, e in ambito privato è ancora abbastanza conosciuto, essendo stato uno dei primi strumenti digitali a vivere un boom.

Per moltissime persone, saper usare la posta elettronica si limita a saper inviare, leggere e inoltrare i messaggi, e (forse) gestire i contatti. Ma esse poi non conoscono i formati e le codifiche, non sanno gestire la propria casella e il proprio archivio, non sanno difendersi dalle mail trappola. Se volessimo paragonare la questione alla guida delle auto, è come se un po' tutti sapessero girare il volante e mettere la freccia, ma non sapessero parcheggiare, non conoscessero i segnali stradali e non avessero idea di chi ha la precedenza agli incroci. Infatti per guidare è obbligatorio seguire un corso e superare un esame; nel caso della posta elettronica, si sa quel poco che un amico ti ha raccontato e poi si è fatto da soli; però, quando vengono fuori i problemi, quell'amico non è in grado di aiutarti...

No, non è che propongo di istituire una "patente digitale" obbligatoria; ma di fare in modo che tutti posseggano un substrato culturale, su cui poi costruire consapevolmente le proprie esperienze digitali, sì!

Non è che attualmente nulla venga fatto: il problema è che viene lasciato alla buona volontà di pochi "eroi".
Esistono fondazioni, associazioni, professionisti che si dedicano all'alfabetizzazione ed educazione digitale: se vengono prese, in modo sistematico, iniziative in ambito scolastico, sia per i giovani che per i genitori (ed insegnanti!), già si raggiunge una buona percentuale, e forse la più importante, della popolazione.
In ambito professionale, le aziende dovrebbero farsi carico della formazione base per i lavoratori che utilizzano computer, smartphone e tablet, ovviamente non limitando la cosa a poche ore una tantum...
E perché non allargare il discorso anche ai pensionati, attraverso i centri anziani, le parrocchie, o tutti gli altri enti che in qualche modo se ne occupano.

Certo, tutto ciò non può avvenire senza spese: vale per le istituzioni, per le aziende, e per i cittadini. Il mio invito è che nella cosiddetta "Agenda Digitale" del Paese, di cui peraltro solamente si parla da anni, non ci si occupi soltanto di diffusione della banda larga, ma anche di come rendere i cittadini capaci di utilizzarla correttamente.

martedì 27 dicembre 2016

Internet delle cose, ovvero la tecnologia dannosa

Quando stavo pensando al titolo di questo post ero in dubbio se utilizzare l'aggettivo "inutile" oppure "dannosa" da associare alla tecnologia dell' "Internet delle cose": alla fine ho scelto il secondo, perché il primo non dà l'esatta percezione della situazione. Ma andiamo con ordine.

Con la terminologia Internet delle cose (Internet of Things, in inglese) si intende l'inserimento di nuovi servizi o funzionalità all'interno di dispositivi che tipicamente non consideriamo appartenenti al mondo dell'informatica (ma che giocoforza vi entrano in conseguenza di questa tecnologia), attraverso l'aggiunta di veri e propri piccoli computer con collegamento di rete, quasi sempre senza fili. Se per certe classi di dispositivi ciò trova senso, per altri, francamente, sembra una forzatura fatta a puro scopo di marketing. Esempi di questi utilizzi sono le automobili, i televisori, i semafori, i robot da cucina, i frigoriferi, i sistemi di allarme, le lampadine, etc.

Qual'è il problema in tutto ciò? Ecco qua:
che altro non è che l'esempio concreto di questo recente annuncio:

Nel 2016 in arrivo i “virus” per Smart TV (con Android)

Ora, giusto per rimanere su questo esempio, che i televisori moderni abbiano un collegamento di rete per permettere di accedere a tutti quei contenuti presenti sul web, o anche sui nostri dispositivi personali, ha perfettamente senso; quello che non ha senso è:
  1. che il televisore sia vulnerabile ai virus che circolano su internet
  2. qualora si accettasse questo pericolo, che il televisore non sia facilmente recuperabile

Non è inutile notare, se fate lo sforzo di leggere quanto compare sullo schermo, che il tv è stato colpito da un ransomware, argomento di un mio post precedente.

Il produttore del tv ha utilizzato un diffusissimo e apprezzatissimo sistema operativo, e questo non ha nulla di sbagliato; ciò che lo rende colpevole è di non averlo utilizzato senza intervenire con le necessarie misure di protezione e soprattutto, per quanto sembra finora, di non aver previsto una procedura di "reset" del televisore che eviti un intervento del servizio di assistenza. Ammesso che tale procedura esista, vorrei tanto sapere quanto è complessa. Da utente normale, mi verrebbe da dire che per essere accettabile dovrebbe comportare, per me, una singola azione e non dovrebbe bloccarmi il televisore per più di un minuto (si, lo so, è fantascienza), altrimenti potrei perdermi i titoli del telegiornale, gli inni nazionali della partita, etc.

L'altro grosso pericolo riguarda l'utilizzo fraudolento e ad insaputa del proprietario del dispositivo per effettuare attacchi informatici distribuiti. Questa non è fantascienza: è quello che è successo a ottobre (anche in questo caso, ne avevo accennato nel mio primo post).

Tornando però a quanto può succederci in prima persona... pensiamo cosa succederebbe se un simile blocco avvenisse su altri apparecchi, per esempio quelli che citavo prima. Se il sistema di allarme della nostra casa, o la nostra capacità di comandarlo, dipendesse dal collegamento internet, ad un ladro appena sufficientemente intelligente basterebbe fare in modo di "eliminare" il nostro accesso internet, spegnendo o scollegando il modem. Se il fantastico controllore del nostro frigorifero, oltre a farci vedere le date di scadenza o cosa dobbiamo comprare, controllasse anche la funzione di raffreddamento, ci ritroveremmo con un frigo vuoto o caldo. Se ci affidassimo al ricettario online per cuocere il pesce nel nostro forno intelligente, dovremmo ripiegare sul sushi. Ed ancora, la nostra fantastica auto superaccessoriata dal computer di bordo da fare invidia alla NASA, ci potrebbe lasciare a piedi.

Si, magari ho un po' esagerato, però il rischio che le funzioni basilari di un apparecchio possano essere inficiate dalla dubbia utilità di qualche funzione aggiuntiva, io lo vedo eccome! Ultimo esempio: ho letto delle lampadine con il wifi: per fare che??? Abbiamo veramente bisogno di controllare l'intensità di luce di una lampadina con una app sullo smartphone? Vogliamo veramente correre il rischio di dover tornare alle candele per questa imperdibile possibilità???

Io certamente no. Io pretendo che i produttori progettino questi apparecchi intelligenti con le dovute misure di sicurezza e senza renderci la vita complicata. Io pretendo che la mia intelligenza non sia messa in secondo piano rispetto alla presunta intelligenza degli apparecchi per motivi commerciali. Pretendo di avere la possibilità di continuare ad usare apparecchi "stupidi" ma utili ed efficienti.

AGGIORNAMENTO: il produttore ha fornito una procedura abbastanza semplice e veloce per il ripristino alle impostazioni di fabbrica; il tutto è testimoniato da questo video (in inglese).

sabato 19 novembre 2016

L'utilizzo consapevole degli strumenti digitali

Ricordo ancora quando entrai nel laboratorio dove avrei scritto la tesi di laurea, una stanza con qualche computer, che avevano la particolarità di avere un cavo coassiale che, attraverso dei connettori a T, passava da uno all'altro: mi spiegarono che era il collegamento di rete, al che io feci la domanda del secolo: "a che c**** serve mettere i computer in rete???". Era l'epoca in cui i computer erano roba da appassionati smanettoni, internet un nuovo giocattolo su cui il massimo dell'eccitazione era rappresentata dalle foto di Marte del primo rover americano, e i primi telefonini grossi come un libro arrivavano sul mercato (ma "non c'era campo"). La rivoluzione l'abbiamo vissuta senza nemmeno accorgercene, ed ora chiunque ha in mano un potentissimo computer miniaturizzato (che accidentalmente telefona pure), perennemente connesso senza fili ad internet, grazie alla quale siamo immersi in un mondo di informazione in tempo reale. Dove ci porterà il futuro, io non lo so, ma certamente la rivoluzione non è finita qui.

A dirla così, sembra fantastico, e senza dubbio lo è; ma vivendo la vita sia professionale che privata dal lato di "quelli che ne capiscono", la situazione non è così rosea. Questa rivoluzione è stata talmente veloce, e soprattutto guidata da interessi economici giganteschi, che ci siamo ritrovati in mano gli strumenti digitali senza preparazione. Il più grande cruccio con cui mi confronto tutti i giorni è che vedo, nella stragrande maggioranza dei casi, una mancanza di consapevolezza dei rischi che si possono incontrare nell'universo digitale. Tali rischi sono, a mio parere, di due grandi categorie: il primo è il trasferimento di nostre funzioni fondamentali (in primis: la memoria) a degli strumenti che, contrariamente a quanto ci fanno credere, non sono assolutamente infallibili; il secondo è rappresentato dagli utilizzi a scopo criminale, che in questo caso sono aggravati dal fatto che il mondo di internet è una sorta di terra di nessuno, in cui nascondersi è facilissimo.
Difendersi da questi rischi è possibile per ognuno di noi, anche senza preparazione specifica, a patto di possedere un substrato culturale in tema di informatica. Per intenderci meglio, faccio un paragone: la patente per la macchina. Spero nessuno pensi che essa sia solo una forma di estorsione voluta dei lobbisti delle scuole guida... poiché sulle strade si muore, è indispensabile che chi guida abbia una preparazione basilare, fatta sia di teoria che di pratica! E la dimostrazione che questa preparazione sia indispensabile è data proprio dal fatto che anche a chi non ce l'ha (ancora), si cerca di fornirla sotto forma di quella che si chiama "educazione stradale", perché anche chi non guida un'auto, ma si limita ad andare a piedi o in bicicletta, è parte del mondo stradale. Tutto ciò senza obbligare nessuno a prendere una laurea in ingegneria meccanica!

A pare casi estremi, con l'informatica non si muore. Ma si possono perdere soldi, oppure informazioni, che in certi casi hanno più valore del vile denaro. Inoltre, la cronaca recente ha raccontato diversi casi di quella che definirei perdita di dignità o di rispetto. Anche in questo caso, la parola chiave è prevenzione (perché "noi che ne capiamo" non possiamo far nulla se a monte sono state fatte scelte sbagliate), che è parente strettissima della consapevolezza, che a sua volta dipende dalla cultura.
Per le nuove generazioni, il compito di passare questa cultura è delle istituzioni educative (famiglia, scuola, associazioni); ma prima, ovviamente, devono essere le famiglie e gli educatori a dotarsi a loro volta di quello che prima ho chiamato substrato culturale. Se ciò non accade, il mio (personalissimo!) parere di esperto del campo è che gli strumenti digitali si trasformino in un boomerang e che siano di ostacolo, invece che di ausilio, al benessere comune.

sabato 12 novembre 2016

Potere ai piccoli

Mercoledi scorso, durante le immancabili analisi post-voto delle elezioni presidenziali americane, c'è stata una dichiarazione che mi ha colpito in particolare: un giornalista del New York Times commentava le errate previsioni dei giornali (incluso il suo) e dei sondaggi affermando che "i giornali non hanno più il potere di una volta". Quale potere? Mi sembra abbastanza intuitivo che si riferisse al potere di influenzare l'opinione delle persone.
Preferisco tralasciare la questione sul perché i giornali dovrebbero avere questo potere... e concentrarmi invece sulla riflessione che mi è venuta spontanea, ovvero: chi ha preso ora questo potere? Questa che segue è la risposta che mi sono dato.

I giornali (cartacei, o televisivi) hanno avuto il potere di cui sopra finché hanno rappresentato il monopolio del mondo dell'informazione, pur con i loro distinguo dovuti alle differenti linee editoriali, ancorché troppo spesso espressione degli interessi dell'editore. Questo monopolio è stato perso con l'avvento di Internet, la cui grande rivoluzione è rappresentata dall'aver dato voce a chiunque sia connesso. Oggi chiunque può dire la sua, e i metodi non mancano: la fanno da padroni i social network, ma non dimentichiamo i blog o più semplicemente i commenti che si possono mettere alle notizie. Risultato: oggi i fautori delle diverse posizioni si possono contare più facilmente, e coloro che non la pensano come quella che una volta si chiamava l' "intellighenzia" possono rapidamente scoprire che molti la pensano come loro, e questo inevitabilmente dà il coraggio di andare "controcorrente". In una parola: Democrazia (notare la D maiuscola, necessaria per distinguere il significato rispetto a quello che gli diamo comunemente...).

Fin qua tutto bene, direte voi; sicuramente bene, ma sul tutto... siamo proprio sicuri? Già, perché questo ragionamento vale per tutte le opinioni: anche quelle che ognuno di noi considera scellerate. Probabilmente ognuno di noi vive un continuo alternarsi di sollievo nello scoprire che c'è tanta gente di buon senso, e di sconforto nello scoprire che c'è tanta gente che sembra indegna di poter far parte di una qualsivoglia società! Ma al di là di fare inutile filosofia, ciò che dobbiamo tenere sempre a mente è che ormai anche noi, nel nostro piccolo, possiamo avere potere ed influenza, e che li esercitiamo ogni giorno per il solo nostro essere "on-line". Probabilmente abbiamo mille motivazioni per reagire "di pancia" a ciò che vediamo nel mondo intorno a noi, il problema è che questa reazione, se espressa nel "pubblico" di Internet invece che nel "privato", può essere facilmente fraintesa e reinterpretata a piacimento soprattutto da chi non ci conosce veramente. Nei casi più eclatanti (potrei citare Brexit, oltre alle elezioni USA), i risultati sono sotto gli occhi di tutti.