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venerdì 25 ottobre 2019

Computer quantistici, rivoluzione presunta

Pochi giorni fa, Google ha annunciato di aver raggiunto la supremazia quantistica, ossia di aver fatto funzionare un computer quantistico per effettuare in 200 secondi un calcolo che un computer tradizionale avrebbe fatto in 10000 anni.
Non voglio qui spiegare cos'è un computer quantistico (è comunque una tecnologia di cui si parla da decenni), ma analizzare le conseguenze del suo avvento (che, sia chiaro, non è poi così imminente: siamo ancora in fase di prototipi, la commercializzazione per i comuni mortali è ancora lontana).

La prima e più evidente conseguenza riguarda le nostre "amate" password: se oggi, con i pur potentissimi computer moderni, le password da 8 caratteri (purché non banali) sono considerate abbastanza sicure, l'avvento dei computer quantistici le renderà sostanzialmente inutili perché indovinabili in pochi secondi.


In pratica, per mantenere lo stesso livello di sicurezza di una password da 8 caratteri, bisognerà passare a una da 13 o 14 caratteri. Sopravviveremo.

Una seconda considerazione invece deriva dal fatto che dovrebbero diventare molto più veloci quei calcoli che oggi sono i più complessi: le simulazioni.
Le simulazioni servono principalmente per fare previsioni: a partire da quelle del meteo (o del clima), e via via dinamiche varie, da quelle delle traiettorie dei corpi celesti, all'evoluzione sociale umana, etc. Il vero problema delle simulazioni non è però la quantità di calcoli necessaria: è la conoscenza reale del fenomeno che si vuole simulare, e la capacità di trasformarla in un modello matematico.
Primo esempio: le leggi che governano l'evoluzione dell'universo sono ormai acclarate con un buon grado di certezza; in questo caso, la capacità di calcolo dei nuovi computer permetterà sicuramente di andare oltre le nostre capacità attuali, permettendo nuove scoperte.
Secondo esempio: l'evoluzione del clima è probabilmente il problema con complessità più elevata che si affronti ai nostri giorni; ma al contrario di quello che la narrativa mediatica racconta, le dinamiche ed i fattori che la regolano sono note con estrema approssimazione (cioè: nessuno ne capisce ancora quasi nulla). Se i modelli di oggi falliscono nel fare previsioni accurate, il computer quantistico che userà gli stessi modelli permetterà di avere sì previsioni a più lungo termine, ma ancora più inaccurate ("propagazione dell'errore").

Ad onor del vero, la possibilità di aumentare i calcoli eseguibili permetterà di eliminare le approssimazioni che vengono volutamente introdotte nei modelli proprio per limitare il tempo necessario all'esecuzione dei calcoli; quindi un vantaggio, com'era prevedibile, si ha comunque.

Ma in ogni caso, senza l'intelligenza umana, anche il computer quantistico rimane un inutile ammasso di (costosissima) ferraglia.

AGGIORNAMENTO: IBM contesta la misura della prestazione rispetto ad un computer tradizionale, cioè lo stesso calcolo che il computer quantistico di Google ha fatto in 200 secondi, un computer di IBM lo avrebbe eseguito in circa 2 giorni e mezzo, invece di 10000 anni. Una bella differenza, che comunque non sminunisce il salto tecnologico; personalmente non sono in grado di giudicare chi abbia ragione, semplicemente la posizione di IBM mi sembra più plausibile.

AGGIORNAMENTO 2: un altro interessante articolo (anche se abbastanza tecnico), sostiene che in pratica il "calcolo" eseguito da Google non ha una reale utilità; ma la parte interessante è che pare che al momento i computer quantistici non siano programmabili nel senso tradizionale del termine. Questo vuol dire che finchè non sarà superato questo limite (se mai lo sarà), il computer quantistico sostanzialmente non serve a nulla! Lunga vita al computer tradizionale... ed ai programmatori.

mercoledì 4 settembre 2019

#AbbandonoChromeos La conversione

Qualcuno dei miei lettori ricorderà la serie di post con cui ho raccontato la scelta di abbandonare Windows e di passare a ChromeOS, anche se con una buona aggiunta di Linux. Orbene, tutto andava benissimo (vabbé, diciamo abbastanza bene), quando a luglio mi appare l'avviso che il mio ChromeBox non avrebbe più ricevuto aggiornamenti perché erano passati i canonici (per Google) 5 anni rispetto all'uscita del modello. E l'integrazione delle applicazioni Linux, che aspettavo da 3 anni???

A questo punto, non potendo restare senza aggiornamenti di sicurezza (le basi!!!), scelta obbligata: visto che l'hardware è ancora buono (è pur sempre un i7), si passa ad un Linux tout court. A dire la verità, non me la sono sentita di sovrascrivere definitvamente ChromeOS, perché non si sa mai... ho preferito il dual boot. Quale distribuzione? Semplice: a fine giugno è stata rilasciata la versione 3 di GalliumOS, una distribuzione Linux fatta apposta per i Chromebook, che ora è basata su Xubuntu 18.04, cioè esattamente la distribuzione che uso sul laptop di lavoro. Ciò significa stesse applicazioni, stessi aggiornamenti, stesso tutto.

Quindi una sera dello scorso weekend, tra una partita di pallavolo ed un altra, sono partito con l'installazione. Premesso che avevo già partizionato la SD card, scaricato e scritto l'immagine della distribuzione su una USB, in 1 (una) ora ero operativo. 40 minuti di installazione/aggiornamenti e 20 per installare le applicazioni (poche, in verità... molte erano pre-installate, essendo opensource, mica come Windows!) e fare qualche configurazione (tipo l'import dei favoriti del browser). E indovinate quante volte si è riavviato durante l'installazione? Beh, una, alla fine dell'installazione. E quante licenze da accettare, permessi per la privacy, configurazioni varie mi ha chiesto? Beh, una: lo username e password. Anche il fuso orario aveva indovinato.


In realtà era una cosa che avrei voluto fare prima, quella di passare ad un Linux vero; ma mi bloccavo perché GalliumOs era fermo ad una vecchia versione, e comunque quando era strettamnte necessario avevo il laptop a disposizione. Perché il sistema ChromeOS + Linux in chroot, alla fine, aveva dei limiti, tipo che per colpa dei driver della scheda video non riuscivo a vedere i filmati FullHD a pieno schermo: ora invece sì.
E poi adesso ho potuto approfittare anche per un'altra prova: usare Firefox come browser principale invece di Chrome (che non ho nemmeno installato, finora). Un primo, timidissimo passo di emancipazione da Google (ma ci vuole molto tempo e molta volontà per farlo sul serio).

Le alternative esistono. Basta provarle.

sabato 29 giugno 2019

Guerre virtuali, attacchi reali

La notizia è passata sui giornali quasi come fosse solo una curiosità: Trump ferma i bombardieri  diretti in Iran e invece ordina l'attacco cybernetico. Pieno successo, dicono gli americani; nessun danno, dicono gli iraniani: certo, il campo di battaglia è virtuale, come possiamo noi sapere veramente cos'è successo? Oltretutto le infrastrutture attaccate erano militari, quindi il segreto è d'obbligo. Comunque nessuno si è fatto male e siamo tutti contenti.

Resta il fatto che la guerra digitale, forse per la prima volta, è stata preferita a quella tradizionale. Buona notizia, senz'altro: ma non così buona come potrebbe sembrare ai meno attenti. Bene ha fatto il Generale Rapetto a rimarcarlo immediatamente.

Analizziamo la situazione. La guerra totale (cioè quella che coinvolge la popolazione civile per fiaccare la volontà di resistenza di una nazione o popolo) ha raggiunto il suo massimo nella seconda guerra mondiale, ma non è certo una novità del secolo scorso. Strategicamente parlando, per costringere una nazione alla resa devi fiaccarla economicamente (distruggendo le industrie e la produzione alimentare) e socialmente (attraverso sofferenze così atroci da rendere preferibile qualsiasi altra cosa, incluse le condizioni imposte per la resa). Gli strumenti sono stati per secoli bombardamenti, violenze, fame,  distruzioni indiscriminate.

Il problema è che ora gli stessi scopi possono essere raggiunti attraverso strumenti virtuali che però hanno conseguenze estremamente reali: semplicemente perché ormai tutta l'economia e la società si è digitalizzata. Non ci credete? Qualche esempio, ispirato da episodi reali.

Industrie, ospedali, trasporti bloccati per giorni da un virus (informatico, s'intende).
Sistemi di controllo di impianti idraulici accessibili via internet (pensate a cosa succederebbe aprendo completamente, all'improvviso, le chiuse di una diga).
Conti correnti e risparmi spariti cancellando i database delle banche.
Grandi flussi di notizie fasulle e contraddittorie sui social ma anche sui giornali "ufficiali".
Blackout energetico indotto da attacchi "denial of service".
Esami diagnostici modificati o cancellati.

Finché tutto ciò è episodio singolo e sporadico causato da un gruppetto di hacker, poco male (si fa per dire); ma se invece una nazione attaccasse deliberatamente un'altra con azioni coordinate e simultanee effettuate da esperti? L'effetto potrebbe essere che una mattina ci troviamo senza luce, gas, telefonia, coi campi agricoli allagati, i trasporti bloccati, impossibilitati a pagare nei supermercati (ammesso che siano aperti), soccorsi impantanati nella mancanza di comunicazioni, tutti senza sapere cosa sta succedendo ed in balia delle voci che girano incontrollate. Una situazione in cui i morti non li troveresti tutti insieme sotto le macerie dei bombardamenti; li troveresti nelle strade, a poco a poco, mano mano che il caos ed il panico si espande.

Fantascienza? Trama di film catastrofici? Pensare che quello appena descritto sia uno scenario impossibile è semplicemente da criminali (o stupidi, se preferite), tanto è vero che l'Unione Europea ha varato una Direttiva (la 2016/1148, detta "NIS") che impone agli stati membri di individuare i gestori di infrastrutture critiche, che a loro volta, sulla base del loro livello di criticità, devono dotarsi di misure di sicurezza (sia tecniche che organizzative) contro gli attacchi informatici. Anche la vicenda Huawei può essere presa ad esempio (anche se in questo caso credo prevalgano gli aspetti economici): se gli USA basassero le loro infrastrutture critiche su dispositivi fabbricati in Cina, si esporrebbero all'enorme rischio di subire attacchi del genere appena descritto che vengono veicolati in modo nascosto proprio attraverso quei dispositivi.

L'era dei bunker antinucleari è finita da un pezzo: inizia ora quella della cybersecurity.

mercoledì 28 febbraio 2018

Lo nero periglio che vien dal web: i pirati informatici!

L'avete capito il titolo? No? Male, malissimo! Fà il verso a un episodio di uno dei capolavori assoluti della commedia italiana, L'armata Brancaleone (di Mario Monicelli, 1966), nell'originale "lo nero periglio" veniva dal mare e non dal web, ed erano i pirati saraceni (saracini, nel film). Tutto questo per introdurre il tema del post, ossia il pirata informatico, e più precisamente l'uso della parola con cui viene comunemente indicato, ossia hacker.

Quando l'informatica era roba rinchiusa nelle università o in qualche azienda agli albori dell'innovazione digitale, il significato di Hacker era ben diverso da quello che poi la prassi (sbagliata!) gli ha affibbiato. Esso non era il pirata informatico, ma colui che, grazie ad una conoscenza estremamente approfondita delle tematiche digitali, era in grado di inventarsi nuove tecnologie o utilizzi di quelle esistenti. La connotazione del termine era assolutamente positiva, mentre il pirata informatico aveva un nome diverso, cracker, ossia colui che "rompe" (crack), cioè danneggia, i sistemi informatici. In realtà, i due termini si differenziavano non tanto per le capacità tecniche, che possiamo considerare identiche, ma per lo scopo per cui venivano utilizzate: creare innovazione, nel caso di hacker, contro delinquere, nel caso di cracker. Per certi versi, entrambi i generi hanno portato il loro contributo alla rivoluzione digitale di inizio millennio, perché combattere i cracker ha profondamente sviluppato il concetto di sicurezza informatica. Volendo portare un esempio di hacker secondo questa accezione "antica", non posso che citare Linus Torvalds, ossia colui che, insoddisfatto dei sistemi operativi proprietari della galassia Unix, nonché dei primi tentativi di creare degli Unix gratuiti in campo didattico, creò Linux, che oggi è il sistema operativo più famoso ed utilizzato al mondo.

Come si diceva all'inizio, oramai il termine hacker ha assunto valenza negativa, tant'è vero che è stata coniata una terminologia diversa per designare gli hacker "buoni": gli ethical hacker, ossia gli hacker che hanno motivazioni etiche. Letteralmente, almeno secondo l'accezione correntemente in uso, gli ethical hacker sono coloro che vanno alla caccia di vulnerabilità dei sistemi informatici e che, invece di sfruttarle a loro esclusivo vantaggio (questi sono gli hacker "normali", cioè cattivi), le rivelano direttamente e solo alle aziende produttrici (nel caso dell'hardware) o sviluppatrici (nel caso di software) perché vengano corrette. In qualche caso ci guadagnano qualche soldino, perché le aziende pagano ricompense a chi scova queste vulnerabilità (evidentemente gli costa meno di un efficiente sistema di qualità interna...), ma per lo più ciò che guadagnano è la fama che poi si trasforma in un lavoro strapagato. Eh sì, perché gli hacker (quelli veramente bravi) sono pochi, e per combattere un hacker, ci vuole un hacker (non si contano quelli che hanno saltato la barricata, cioè che dopo essersi guadagnati la fama a suon di attacchi ben riusciti, sono stati assunti da aziende che si occupano di sicurezza).

In realtà, gli hacker "buoni" (o quanto meno, non cattivi) possono annoverare un paio di altre categorie, sempre legate allo scopo delle loro azioni, piuttosto che alle loro capacità. C'è chi usa queste capacità per motivi politici, tipicamente cercando di svelare ciò che i governi (tutti, democratici e non) cercano di tenere segreto; il caso forse più famoso è Julian Assange, il fondatore di Wikileaks. Altri, al contrario, sono utilizzati proprio dalle agenzie governative per scopi di spionaggio o controspionaggio (tipo le presunte ingerenze russe nelle ultime elezioni presidenziali americane).

sabato 17 febbraio 2018

Il digitale a scuola; ed a scuola di digitale?

Tra i tanti temi relativi all'uso degli strumenti digitali, uno dei più critici e dibattuti è quello degli adolescenti e la scuola. Qualche giorno fa, ho letto un interessante articolo riguardante un esperimento di didattica in una scuola di Palermo tramite un popolare social: vale la pena di leggerlo.

L'articolo è stato segnalato su Twitter dalla community, formatasi pochi mesi fa, @GenitoriDigitali, che ha anche lanciato un piccolo sondaggio, a cui ho partecipato anch'io, non in quanto genitore, ma in quanto aspirante divulgatore di educazione digitale e temi affini (per leggere tutti i contributi alla discussione basta guardare il tweet). Al di là del mio contributo, colgo l'occasione per esporre in maniera più sistematica il mio punto di vista, per quanto limitato dal fatto che non ho (ancora) esperienze più o meno dirette rispetto al contesto di cui stiamo parlando (scuola e adolescenti).

Il digitale (con tutto ciò che consideriamo parte di questa definizione) è uno strumento, e come tutti gli strumenti può essere usato per il bene o per il male. L'acqua, elemento fondamentale della vita, può essere anche strumento di morte; d'altra parte, le bombe nucleari, che attentano alla sopravvivenza stessa del genere umano, potrebbero un giorno salvarci dai pericoli che provengono dallo spazio (no, niente extraterrestri: parlo di asteroidi e comete). Questi due esempio estremi servono a dimostrare che qualsiasi cosa può contribuire al bene, sempre ché ne valutiamo e controlliamo i rischi che possano al contrario contribuire al male.

Nel caso specifico, lo scopo didattico era, a mio parere, ottimo: commentare un libro non attraverso il solito compito personale, ma stimolando una discussione condivisa, in cui (e qui la grande potenza dei social) è intervenuta anche l'autrice.
Quindi tutto bene? Ovviamente no. L'articolo stesso racconta che gli studenti che non avevano lo smartphone o l'account sul social sono stati inclusi nel progetto dai professori, che hanno "prestato" le loro risorse: bravi, ma ciò non può essere la norma, se si volesse rendere metodi didattici del genere la normalità. D'altra parte, ritengo estremamente sbagliato obbligare gli studenti a possedere smartphone o tablet, ed ancora di più ad avere un account su qualsivoglia social (oltretutto viene fuori la questione dell'età: l'articolo non ne parla, ma ricordo che esiste per legge un limite inferiore di età, 16 anni, per poter aprire account online, che è abbassabile non oltre i 13). Problemi in realtà che si potrebbero superare facilmente (dimenticando la questione dei costi associati) pensando di utilizzare attrezzature (computer) e servizi (social) appartenenti alla scuola, invece di servizi pubblici (e spesso poco rispettosi della privacy).

Nella discussione su twitter è stato toccato un altro tema, ossia la competenza digitale degli operatori scolastici, insegnanti in primis. Essa è fondamentale per valutare correttamente i rischi, quali quelli che ho appena cercato di proporre (per ora ignorando la questione generale della sicurezza informatica, particolarmente importante visto che ci sono minori coinvolti), nell'utilizzare gli strumenti digitali nei progetti didattici. Non a caso il tema è comune a quello che ha portato alla formazione della community dei genitori, dopotutto sono due aspetti relativi al divario generazionale tra gli adolescenti figli/studenti e gli adulti genitori/insegnanti. Personalmente ritengo che sia proprio la scuola il luogo  più adatto a diffondere nel modo più capillare possibile la formazione necessaria per gli adulti che ne hanno bisogno. Così come gli istituti scolastici permettono alle società sportive di utilizzare le palestre per le loro attività, auspico che in modo simile le aule possano essere utilizzate per queste attività di formazione, in orari adatti allo scopo (tipicamente il tardo pomeriggio).

Ma la vera domanda è: quanto interesse c'è, o ci sarebbe, verso queste iniziative? Inutile organizzarle, se poi vanno deserte. La mia personale sensazione, basata su ciò che vedo tra le mie frequentazioni e su ciò che sento attraverso i media, è che l'interesse sia molto limitato, e che la sensibilizzazione non produca effetti significativi. Parlo del fatto che vedo professionisti molto attivi sui social che hanno un seguito che quantitativamente è migliaia di volte inferiore a sportivi e personaggi dello spettacolo, i quali spesso limitano la loro attività social ad autoincensarsi. La situazione sembra quella classica in cui nessuno fa niente finché non arriva la tragedia (infatti, qualcosa si muove solo riguardo il cyberbullismo).
La situazione può migliorare solo se alle iniziative dal basso (cittadini) si unisce il supporto dall'alto (istituzioni). Ma non dimentichiamo che anche le istituzioni sono fatte di cittadini. 

domenica 26 febbraio 2017

Il problema della cultura digitale

Per cominciare fatevi due risate:


Io però non partecipo alle vostre risate. Perché a me queste frasi fanno male. Le ho sentite quasi tutte. Quella che odio di più è: "Non va internet", che in realtà sottintende decine di problemi diversi. Io mi arrabbio, e quello che mi sento dire è che "però io queste cose non le so".
Lo so che non le sapete, e so anche che questo non il vostro campo. Però il computer o lo smartphone li usate lo stesso: è questo il problema. Che non dovrebbe essere un problema: avremmo diritto tutti ad usare queste meraviglie tecnologiche senza avere nessuna particolare conoscenza; purtroppo non è possibile.

Non è possibile perché a quegli strumenti affidiamo buona parte della nostra vita, ma sono pur sempre macchine: possono smettere di funzionare, e lasciarci improvvisamente in difficoltà.
Non è possibile perché quegli strumenti sono una finestra aperta verso noi stessi: e c'è chi fa di tutto per entrarvi per fare i suoi (spesso sporchi) interessi.
Non è possibile perché quegli strumenti ci mettono in contatto con praticamente tutto il mondo: e questo contatto può essere veicolo di comportamenti odiosi.

Quindi, per usare correttamente tutto quello che ci viene offerto nel mondo digitale, un minimo di cultura (parola che non uso a caso) la dobbiamo avere. Provo a farmi capire meglio con un esempio pratico: l'utilizzo della posta elettronica, poiché è uno strumento che in ambito professionale è forse il più critico, e in ambito privato è ancora abbastanza conosciuto, essendo stato uno dei primi strumenti digitali a vivere un boom.

Per moltissime persone, saper usare la posta elettronica si limita a saper inviare, leggere e inoltrare i messaggi, e (forse) gestire i contatti. Ma esse poi non conoscono i formati e le codifiche, non sanno gestire la propria casella e il proprio archivio, non sanno difendersi dalle mail trappola. Se volessimo paragonare la questione alla guida delle auto, è come se un po' tutti sapessero girare il volante e mettere la freccia, ma non sapessero parcheggiare, non conoscessero i segnali stradali e non avessero idea di chi ha la precedenza agli incroci. Infatti per guidare è obbligatorio seguire un corso e superare un esame; nel caso della posta elettronica, si sa quel poco che un amico ti ha raccontato e poi si è fatto da soli; però, quando vengono fuori i problemi, quell'amico non è in grado di aiutarti...

No, non è che propongo di istituire una "patente digitale" obbligatoria; ma di fare in modo che tutti posseggano un substrato culturale, su cui poi costruire consapevolmente le proprie esperienze digitali, sì!

Non è che attualmente nulla venga fatto: il problema è che viene lasciato alla buona volontà di pochi "eroi".
Esistono fondazioni, associazioni, professionisti che si dedicano all'alfabetizzazione ed educazione digitale: se vengono prese, in modo sistematico, iniziative in ambito scolastico, sia per i giovani che per i genitori (ed insegnanti!), già si raggiunge una buona percentuale, e forse la più importante, della popolazione.
In ambito professionale, le aziende dovrebbero farsi carico della formazione base per i lavoratori che utilizzano computer, smartphone e tablet, ovviamente non limitando la cosa a poche ore una tantum...
E perché non allargare il discorso anche ai pensionati, attraverso i centri anziani, le parrocchie, o tutti gli altri enti che in qualche modo se ne occupano.

Certo, tutto ciò non può avvenire senza spese: vale per le istituzioni, per le aziende, e per i cittadini. Il mio invito è che nella cosiddetta "Agenda Digitale" del Paese, di cui peraltro solamente si parla da anni, non ci si occupi soltanto di diffusione della banda larga, ma anche di come rendere i cittadini capaci di utilizzarla correttamente.

martedì 27 dicembre 2016

Internet delle cose, ovvero la tecnologia dannosa

Quando stavo pensando al titolo di questo post ero in dubbio se utilizzare l'aggettivo "inutile" oppure "dannosa" da associare alla tecnologia dell' "Internet delle cose": alla fine ho scelto il secondo, perché il primo non dà l'esatta percezione della situazione. Ma andiamo con ordine.

Con la terminologia Internet delle cose (Internet of Things, in inglese) si intende l'inserimento di nuovi servizi o funzionalità all'interno di dispositivi che tipicamente non consideriamo appartenenti al mondo dell'informatica (ma che giocoforza vi entrano in conseguenza di questa tecnologia), attraverso l'aggiunta di veri e propri piccoli computer con collegamento di rete, quasi sempre senza fili. Se per certe classi di dispositivi ciò trova senso, per altri, francamente, sembra una forzatura fatta a puro scopo di marketing. Esempi di questi utilizzi sono le automobili, i televisori, i semafori, i robot da cucina, i frigoriferi, i sistemi di allarme, le lampadine, etc.

Qual'è il problema in tutto ciò? Ecco qua:
che altro non è che l'esempio concreto di questo recente annuncio:

Nel 2016 in arrivo i “virus” per Smart TV (con Android)

Ora, giusto per rimanere su questo esempio, che i televisori moderni abbiano un collegamento di rete per permettere di accedere a tutti quei contenuti presenti sul web, o anche sui nostri dispositivi personali, ha perfettamente senso; quello che non ha senso è:
  1. che il televisore sia vulnerabile ai virus che circolano su internet
  2. qualora si accettasse questo pericolo, che il televisore non sia facilmente recuperabile

Non è inutile notare, se fate lo sforzo di leggere quanto compare sullo schermo, che il tv è stato colpito da un ransomware, argomento di un mio post precedente.

Il produttore del tv ha utilizzato un diffusissimo e apprezzatissimo sistema operativo, e questo non ha nulla di sbagliato; ciò che lo rende colpevole è di non averlo utilizzato senza intervenire con le necessarie misure di protezione e soprattutto, per quanto sembra finora, di non aver previsto una procedura di "reset" del televisore che eviti un intervento del servizio di assistenza. Ammesso che tale procedura esista, vorrei tanto sapere quanto è complessa. Da utente normale, mi verrebbe da dire che per essere accettabile dovrebbe comportare, per me, una singola azione e non dovrebbe bloccarmi il televisore per più di un minuto (si, lo so, è fantascienza), altrimenti potrei perdermi i titoli del telegiornale, gli inni nazionali della partita, etc.

L'altro grosso pericolo riguarda l'utilizzo fraudolento e ad insaputa del proprietario del dispositivo per effettuare attacchi informatici distribuiti. Questa non è fantascienza: è quello che è successo a ottobre (anche in questo caso, ne avevo accennato nel mio primo post).

Tornando però a quanto può succederci in prima persona... pensiamo cosa succederebbe se un simile blocco avvenisse su altri apparecchi, per esempio quelli che citavo prima. Se il sistema di allarme della nostra casa, o la nostra capacità di comandarlo, dipendesse dal collegamento internet, ad un ladro appena sufficientemente intelligente basterebbe fare in modo di "eliminare" il nostro accesso internet, spegnendo o scollegando il modem. Se il fantastico controllore del nostro frigorifero, oltre a farci vedere le date di scadenza o cosa dobbiamo comprare, controllasse anche la funzione di raffreddamento, ci ritroveremmo con un frigo vuoto o caldo. Se ci affidassimo al ricettario online per cuocere il pesce nel nostro forno intelligente, dovremmo ripiegare sul sushi. Ed ancora, la nostra fantastica auto superaccessoriata dal computer di bordo da fare invidia alla NASA, ci potrebbe lasciare a piedi.

Si, magari ho un po' esagerato, però il rischio che le funzioni basilari di un apparecchio possano essere inficiate dalla dubbia utilità di qualche funzione aggiuntiva, io lo vedo eccome! Ultimo esempio: ho letto delle lampadine con il wifi: per fare che??? Abbiamo veramente bisogno di controllare l'intensità di luce di una lampadina con una app sullo smartphone? Vogliamo veramente correre il rischio di dover tornare alle candele per questa imperdibile possibilità???

Io certamente no. Io pretendo che i produttori progettino questi apparecchi intelligenti con le dovute misure di sicurezza e senza renderci la vita complicata. Io pretendo che la mia intelligenza non sia messa in secondo piano rispetto alla presunta intelligenza degli apparecchi per motivi commerciali. Pretendo di avere la possibilità di continuare ad usare apparecchi "stupidi" ma utili ed efficienti.

AGGIORNAMENTO: il produttore ha fornito una procedura abbastanza semplice e veloce per il ripristino alle impostazioni di fabbrica; il tutto è testimoniato da questo video (in inglese).

sabato 19 novembre 2016

L'utilizzo consapevole degli strumenti digitali

Ricordo ancora quando entrai nel laboratorio dove avrei scritto la tesi di laurea, una stanza con qualche computer, che avevano la particolarità di avere un cavo coassiale che, attraverso dei connettori a T, passava da uno all'altro: mi spiegarono che era il collegamento di rete, al che io feci la domanda del secolo: "a che c**** serve mettere i computer in rete???". Era l'epoca in cui i computer erano roba da appassionati smanettoni, internet un nuovo giocattolo su cui il massimo dell'eccitazione era rappresentata dalle foto di Marte del primo rover americano, e i primi telefonini grossi come un libro arrivavano sul mercato (ma "non c'era campo"). La rivoluzione l'abbiamo vissuta senza nemmeno accorgercene, ed ora chiunque ha in mano un potentissimo computer miniaturizzato (che accidentalmente telefona pure), perennemente connesso senza fili ad internet, grazie alla quale siamo immersi in un mondo di informazione in tempo reale. Dove ci porterà il futuro, io non lo so, ma certamente la rivoluzione non è finita qui.

A dirla così, sembra fantastico, e senza dubbio lo è; ma vivendo la vita sia professionale che privata dal lato di "quelli che ne capiscono", la situazione non è così rosea. Questa rivoluzione è stata talmente veloce, e soprattutto guidata da interessi economici giganteschi, che ci siamo ritrovati in mano gli strumenti digitali senza preparazione. Il più grande cruccio con cui mi confronto tutti i giorni è che vedo, nella stragrande maggioranza dei casi, una mancanza di consapevolezza dei rischi che si possono incontrare nell'universo digitale. Tali rischi sono, a mio parere, di due grandi categorie: il primo è il trasferimento di nostre funzioni fondamentali (in primis: la memoria) a degli strumenti che, contrariamente a quanto ci fanno credere, non sono assolutamente infallibili; il secondo è rappresentato dagli utilizzi a scopo criminale, che in questo caso sono aggravati dal fatto che il mondo di internet è una sorta di terra di nessuno, in cui nascondersi è facilissimo.
Difendersi da questi rischi è possibile per ognuno di noi, anche senza preparazione specifica, a patto di possedere un substrato culturale in tema di informatica. Per intenderci meglio, faccio un paragone: la patente per la macchina. Spero nessuno pensi che essa sia solo una forma di estorsione voluta dei lobbisti delle scuole guida... poiché sulle strade si muore, è indispensabile che chi guida abbia una preparazione basilare, fatta sia di teoria che di pratica! E la dimostrazione che questa preparazione sia indispensabile è data proprio dal fatto che anche a chi non ce l'ha (ancora), si cerca di fornirla sotto forma di quella che si chiama "educazione stradale", perché anche chi non guida un'auto, ma si limita ad andare a piedi o in bicicletta, è parte del mondo stradale. Tutto ciò senza obbligare nessuno a prendere una laurea in ingegneria meccanica!

A pare casi estremi, con l'informatica non si muore. Ma si possono perdere soldi, oppure informazioni, che in certi casi hanno più valore del vile denaro. Inoltre, la cronaca recente ha raccontato diversi casi di quella che definirei perdita di dignità o di rispetto. Anche in questo caso, la parola chiave è prevenzione (perché "noi che ne capiamo" non possiamo far nulla se a monte sono state fatte scelte sbagliate), che è parente strettissima della consapevolezza, che a sua volta dipende dalla cultura.
Per le nuove generazioni, il compito di passare questa cultura è delle istituzioni educative (famiglia, scuola, associazioni); ma prima, ovviamente, devono essere le famiglie e gli educatori a dotarsi a loro volta di quello che prima ho chiamato substrato culturale. Se ciò non accade, il mio (personalissimo!) parere di esperto del campo è che gli strumenti digitali si trasformino in un boomerang e che siano di ostacolo, invece che di ausilio, al benessere comune.