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domenica 20 maggio 2018

In principio fu il Social Engineering

Profilazione, Big Data, pubblicità personalizzate, tutti temi molto in voga da qualche anno a questa parte, hanno un antenato comune: L'Ingegneria Sociale, dall'inglese Social Engineering. Per capire il significato di questa espressione bisogna tenere a mente che l'inglese "Engineering" ha un'accezione molto più estesa del corrispettivo italiano "Ingegneria": mentre quest'ultimo si riferisce quasi esclusivamente alla ben nota facoltà universitaria, cioè l'insieme delle capacità di trasformare le conoscenze in ambito scientifico e tecnologico in prodotti e servizi disponibili alla collettività, il termine inglese comprende anche le varie branche tecniche non necessariamente di livello universitario. Nel caso specifico, si intende la capacità di studiare il comportamento di qualcosa per intuirne il funzionamento interno; solo che il "Social" che viene prima ci precisa che il qualcosa sono le persone.

Di per sé, è una tecnica non recente, ma ovviamente l'avvento dell'informatica di massa l'ha resa particolarmente efficiente per via del numero elevato di elementi che possono esserne bersaglio, e la possibilità di effettuarla da lontano e in completo anonimato. In questa fase, la tecnica si poteva effettivamente considerare un attacco informatico, nel senso che c'era qualcuno che tramite azioni mirate ed ingannevoli cercava di indurre il malcapitato di turno a dare informazioni che altrimenti avrebbe tenute riservate, oppure a fare azioni a profitto dell'attaccante. Da quando poi c'è stato l'avvento dei social network, il fenomeno è esploso, tanto da specializzarsi in varie branche con scopi diversi e da diventare la fonte delle maggiori ricchezze moderne; ma in questo caso l'attacco mirato da parte di un malfattore è stato sostituito da una generale induzione alla condivisione selvaggia dei fatti propri attraverso prodotti e servizi apparentemente innocui ed utili (ogni riferimento a fatti reali è puramente... voluto!).

Cerchiamo di capirci meglio, andando nel concreto di qualche situazione.
Gli scopi più comuni sono:
  • Furto d'identità
  • Furto di password per accessi fraudolenti
  • Ricatto
  • Influenzare i comportamenti futuri

L'esempio più comune è il phishing, cioè la mail che induce ad inserire le proprie credenziali di accesso ad un servizio in un falso sito, per poi utilizzarle nel sito vero (se si parla della vostra banca, potete immaginare da soli l'effetto); sempre in tema di mail, esse sono il veicolo più utilizzato per la diffusione dei ransomware, cioè quei virus che cifrano i dati e richiedono un riscatto per la decifratura, attraverso allegati il cui presunto contenuto viene in qualche modo a scatenare il nostro interesse. Il più pericoloso attacco di questo tipo, soprattutto se perpetrato verso minori, è carpire la fiducia per poi abusarne (il termine non è scelto a caso: i casi di cronaca sono terrificanti).

Il vero scopo del post però è quelli di mettere in guardia rispetto alle tecniche passive, cioè a quelle che fanno uso dei dati che noi stessi rendiamo pubblici attraverso la nostra normale attività online.
L'esempio più lampante sono le innumerevoli foto fronte/retro postate sui social network delle carte di credito, così da rendere visibili tutti i dati che vi sono riportati: avete mai pensato che sono esattamente i dati che vengono richiesti quando fate un pagamento online? Quindi: foto postata, acquisto fraudolento in 5, 4, 3, 2, 1... (non ci credete che qualcuno sia così stupido? c'è un account twitter che retweeta questi geni...).
Simile è il caso del nostro codice fiscale, che racconta di noi tutti i dati anagrafici (e il furto d'identità è servito; per questo non vi lamentate quando vi chiedono la fotocopia della carta d'identità, e magari evitate di postarne una foto!).
Infine, i fatti recenti dimostrano che anche solo i like/mi piace/retweet e compagnia cantante forniscono indicazioni estremamente precise sulla nostra personalità, che poi vengono utilizzate per indirizzare i nostri comportamenti futuri, a partire dagli acquisti per finire al voto elettorale, attraverso informazioni personalizzate (e intendo: espressamente indirizzate ad una determinata persona).

Altra possibilità è quella di incrociare informazioni da fonti differenti: a me è capitato in più di un caso di intuire informazioni di persone che seguo su Twitter, ma che non conosco assolutamente di persona, basandomi solo su ciò è all'interno dei loro post (casi reali: ho trovato il cognome di un utente che aveva fornito solo il nome; per un altro ho capito dove vive; non si contano i casi di intuizione delle tendenze politiche). Ma il caso più comune e secondo me pericoloso è quello di fornire involontariamente indicazioni di quando si è lontani da casa (tipicamente, quando si è in vacanza, ma non solo), postando selfie appena scattati da cui è evidente risalire al luogo in cui ci si trova, che chiaramente non è quello in cui si vive; tenendo conto che ormai con l'intelligenza artificiale è possibile riconoscere posti anche molto poco comuni e da pochi, apparentemente insignificanti, dettagli.

L'errore più grave che si può commettere è quello di pensare che tutto ciò non riguardi noi: i malintenzionati non vanno per bersagli precisi, ma cercano nel mucchio di cui noi tutti facciamo parte. Il mio consiglio, prima di condividere anche la più più innocente delle informazioni, è chiedersi: a che scopo può essere utilizzata a mio danno? Ricordandoci poi che internet non dimentica.

P.S. Mai, MAI, MAI utilizzare informazioni personali per scegliere le vostre password!!!

sabato 25 novembre 2017

La biometria e la falsa sicurezza

Non so se avete saputo, visto che la notizia è passata sotto silenzio (😉), ma è in commercio da qualche settimana il nuovo iPhone; e tra le nuove funzionalità, c'è Face ID, cioè lo sblocco dello smartphone attraverso il riconoscimento facciale. In questo caso molto avanzato (viene utilizzata una mappatura tridimensionale), tuttavia circolano in rete, e non mi risultano siano state smentite, notizie secondo cui si è ottenuto uno sblocco "fraudolento" tramite una maschera di silicone (dal costo di 150$), oppure con un familiare, come un fratello ma anche un figlio.
Non è proprio la stessa cosa, però qualche giorno fa mi è capitato di "sbloccare" la ricerca di Google sullo smartphone di un collega con la mia voce (casualmente, non stavamo facendo un esperimento mirato).

Questo genere di funzionalità fanno parte del ben più ampio campo della biometria utilizzata come metodo di riconoscimento considerato sicuro. Non siamo forse abituati all'utilizzo delle impronte digitali, che sono ormai anche dentro il passaporto e regolarmente utilizzate nelle procedure di ingresso in stati come gli USA?

Anche nel mondo digitale, lo sappiamo benissimo, c'è il problema del riconoscimento sicuro, perché il furto di identità può avere impatti notevolissimi sulla vita del malcapitato, anche fuori dal mondo virtuale (basta pensare cosa accade se l'identità in questione è quella del conto corrente bancario). La sicurezza della propria identità è affidata primariamente all'odiatissima password, però è ormai chiaro che non basta più; e per questo sono arrivati l'autenticazione a due fattori, dove alla password vera e propria viene affiancato un secondo codice generato casualmente con validità brevissima, ed appunto la biometria.

Ma non è tutt'oro quello che luccica. Ai più la biometria può essere l'uovo di colombo: una volta identificata quale sia la caratteristica fisica più adatta, cioè meno soggetta a falsi positivi, il gioco è fatto. La questione è un po' più delicata per almeno due motivi.
Il primo è la privacy: se la caratteristica in questione è sotto gli occhi di tutti e facilmente accessibile, chiunque è in grado di carpircela e riutilizzarla al nostro posto. Per esempio, ritornando all'inizio del post, la nostra faccia compare in migliaia, se non milioni, di immagini di cui spesso non conosciamo nemmeno l'esistenza. Nel caso (più estremo) delle impronte digitali, utilizzate già da tempo sugli smartphone non solo più di fascia alta, mi ricollego ad una serie televisiva di spionaggio (ma sono sicuro non fosse un'idea originale) in cui viene tagliato il dito ad una persona per poterlo utilizzare su un lettore di impronte al posto suo. Quindi occhio: impostare il riconoscimento facciale per qualche servizio critico, e poi postare selfie a raffica sui social, espone al rischio di essere chiamati dal sottoscritto "demente" (oltre a quello di ritrovarsi il conto bancario prosciugato).
Il secondo motivo riguarda un aspetto molto più tecnico, ma da tenere presente: una qualsiasi caratteristica fisica, una volta acquisita, è codificata digitalmente come sequenza binaria per poter essere memorizzata e confrontata (magari in modi non banali) con le nuove acquisizioni della stessa caratteristica nel momento in cui vengono utilizzate per l'identificazione; il che rende quel dato memorizzato estremamente critico, sia in termini di riservatezza che di protezione. Per dirla chiaramente: se viene perso (cancellato), addio identificazione e quindi accesso al servizio; se viene carpito fraudolentemente da qualcuno, non è possibile modificarlo come una password!

In conclusione, è molto imprudente considerare la biometria LA soluzione del problema identificazione sicura; è sicuramente una possibilità, e non secondaria, all'interno di un sistema più complesso. Personalmente preferisco l'autenticazione a due fattori con password (che posso scegliere, modificare, e mantenere realmente segreta) e secondo codice che sia invece generato da un ente terzo, rinnovabile e fornitomi in modo assolutamente riservato (tipo token o certificati digitali).

sabato 4 novembre 2017

Il voto digitale: si può fare!

Nelle settimane scorse ha fatto capolino in Italia un nuovo modo di raccogliere la volontà popolare (😂): in realtà in due modi molto diversi, nonostante li accomuni l'uso del digitale. Nella fattispecie, il Movimento 5 Stelle ha utilizzato quello che potremmo definire il voto online, cioè attraverso internet, e comodamente da casa; la regione Lombardia invece ha utilizzato quello che potremmo definire voto elettronico, sostituendo nei seggi le schede cartacee con un tablet ("voting machine", facilmente traducibile come apparecchio per il voto) che raccoglieva e registrava i voti. In entrambi i casi non sono mancate le polemiche sulle modalità e poi sui risultati (operativi) del voto, ma purtroppo in Italia non abbiamo la possibilità di avere un racconto veramente imparziale e veritiero di come sono andate le cose, per cui, non avendo avuto esperienza diretta in nessuno dei due casi, mi astengo da ogni commento; quello che però voglio sottolineare è che tutti i guai che sono apparsi sui giornali sono plausibili, cioè tecnicamente possibili. E partendo da questi, colgo l'occasione per fare le mie riflessioni sull'argomento, il quale inevitabilmente, ed auspicabilmente, diventerà un tema per il futuro del nostro paese (o forse, speriamo, già lo è).

La questione va affrontata sotto diversi aspetti.

Per primo affrontiamo quello della modalità del voto.
Rifacciamoci a quanto detto prima: si potrebbe votare da casa, quindi usando internet, o rimanere ancorati ai seggi, ancorché digitali. I vantaggi della prima modalità sono evidentemente la comodità per il cittadino (in particolare, non essere vincolati ad un luogo specifico, cioè la residenza anagrafica) e l'immediatezza dei risultati, d'altro canto i problemi di sicurezza (vedi sotto) sarebbero amplificati, in particolare per la verifica dell'identità. La seconda avrebbe enormi vantaggi in termini di sicurezza, evitando che vengano utilizzati dispositivi insicuri come sono i nostri computer e smartphone, a scapito della necessità di provvedere agli apparati e al personale necessario per ogni seggio.
Personalmente ritengo che l'opzione "online" sia assolutamente l'obiettivo a cui puntare, ma anche il seggio digitale sarebbe una prima rivoluzione comunque positiva.
Inoltre, c'è da considerare l'aspetto "operativo": cioè come il cittadino effettivamente esprime il voto, aspetto tutt'altro che secondario in un Paese dove le competenze digitali sono mediamente disastrose. Ma, contrariamente a quanto potrebbero aspettarsi i 2 o 3 assidui lettori, questo non lo considero un problema: infatti immagino un sistema di voto la cui "user experience" (espressione che è difficile rendere in italiano, ma che potrebbe suonare "come l'utente interagisce con il sistema") sia talmente semplice da non richiedere nessun tipo di preparazione, esattamente come avviene oggi con il voto cartaceo. Possibile ciò? Certo, basta che chi sviluppa il sistema di voto sia opportunamente indirizzato e controllato (e capace).

Il secondo aspetto è quello della sicurezza, vista anche la delicatezza del tema.
Partiamo da un presupposto: tutte le tecnologie necessarie a garantire un voto secondo i principi della nostra Costituzione, esistono già. Purtroppo non sono in grado di dire se possano portare ad un effettivo risparmio, poiché esse sono, in generale, molto costose, e non è secondario ricordare che sono in mano ad aziende per lo più straniere, quindi di fatto le spese andrebbero ad innalzare il PIL di qualcun altro. Comunque sia, ecco i rischi di irregolarità che io riesco a prevedere:

  • Impersonificazione fraudolenta
  • Voti multipli
  • Interferenze nella trasmissione dei dati (cioè: modifica del dato, o impedimento della trasmissione)
  • Registrazione non anonima
  • Modifica dei voti successiva alla registrazione
  • Elaborazione errata dei risultati

Certamente, di tutti in punti, il primo è il più delicato, ed il più difficile da impedire nella modalità "online"; e inevitabilmente, dovendo aumentare i livelli di sicurezza a livelli ultra-paranoici, entra in gioco la collaborazione attiva del cittadino, e quindi la sua consapevolezza dei rischi e delle modalità con cui deve proteggere la sua identità digitale. Quindi, se volete votare da casa o dallo smartphone, fatevene una ragione: serve imparare!

L'ultimo aspetto, che in realtà è il problema dei problemi, e riguarda gli ultimi tre punti della lista, è il controllo. Qualunque sia la modalità di voto scelta, fare un software che raccolga, registri ed elabori i voti in modo corretto, è certamente possibile. Ma come possiamo esserne sicuri? Qui la faccenda si complica: è necessario un organismo che verifichi il software, non solo nel momento dello sviluppo, quando il codice (sorgente) è umanamente comprensibile, ma anche e soprattutto nel momento in cui è in esecuzione, per evitare che qualcuno possa sostituire i file con altri modificati che nascondano funzionalità o comportamenti diversi da quelli voluti. Inoltre, è necessario controllare anche i tecnici che devono gestire il sistema informatico, per impedire che interferiscano, in virtù dei loro "poteri" su di esso, sulla regolarità delle operazioni (vedi sopra). Ma dove lo troviamo in Italia un organismo del genere che sia realmente indipendente? E se anche riuscissimo a trovarlo, sarebbe dotato dei poteri necessari in caso di problemi? Purtroppo temo che ad un certo punto saremo comunque costretti a fidarci di qualcuno, analogamente a come in realtà accade oggi con il voto tradizionale.

Infine, e per puro diletto, propongo un approccio architetturale per la base dati che ovviamente deve occuparsi di mantenere i dati. Personalmente, la dividerei in due parti. La prima dovrebbe esclusivamente raccogliere i voti, così come sono stati espressi, senza nessun tipo di elaborazione. Insieme ai programmi che la gestiscono, se ben progettata potrebbe di fatto mantenersi praticamente immutabile nel tempo, poiché basterebbe per ogni elezione inserire solo i dati delle liste, dei candidati, dei collegi, etc. La seconda parte, invece, sarebbe quella dedicata all'elaborazione dei risultati delle votazioni; data la fastidiosa tendenza dei nostri governanti di cambiare legge elettorale ad ogni starnuto, dovrebbe essere progettata per essere estremamente flessibile, o addirittura essere modificata ad ogni elezione, per rispettare le nuove regole. Questa seconda parte avrebbe il privilegio esclusivamente di lettura (non modifica) sulla prima base dati, magari solo per quelli della singola votazione. Ma non sono io ad occuparmi di questa questione, quindi...

Aggiornamento: a riprova della delicatezza della questione sicurezza dell'identità, in questo articolo (in inglese) viene raccontato ciò che sta succedendo in Estonia, e viene anche citato il fatto che l'identità elettronica viene utilizzata per il voto.