Visualizzazione post con etichetta profilazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta profilazione. Mostra tutti i post

martedì 14 gennaio 2020

Ricerche su Android, arriva la "libera scelta"

Forse non tutti sanno che circa un anno e mezzo fa Google è stata multata (oltre 4 miliardi di euro) dall'Antitrust europeo per "abuso di posizione dominante" in relazione al fatto che gli smartphone con Android usano Google come motore di ricerca predefinito; cioè, se io voglio usare un altro motore di ricerca, devo cercarmelo o scaricare l'app. In realtà, considerando che Android è un prodotto di Google, non è particolarmente sorprendente, tuttavia esistono delle leggi proprio per evitare che situazioni del genere diventino normali.
A questo punto temo che i più, leggendo ciò, abbiano pensato: "Ah perché, esistono altri modi per fare ricerche su internet?", il che la dice lunga sul perché Google detenga una quota di mercato del 95% tra i motori di ricerca...
Comunque sia, a seguito della multa (che, per quanto sembri alta, sono comunque bruscolini), Google ha acconsentito a fare in modo (in Europa, e dal 1 marzo) che il motore di ricerca predefinito venga scelto al momento della prima accensione di uno smartphone nuovo.

Evviva? Insomma...
La prima considerazione da fare è che evitando Google come motore di ricerca, non evitiamo tutti gli altri modi in cui veniamo tracciati in ogni nostra attività sullo smartphone; quindi in termini di privacy ci guadagnamo poco. L'unico vero vantaggio è che evitiamo che l'ordine nel quale appaiono i risultati, sulla base delle tracciature di cui sopra, sia "personalizzato" (da non confondere con gli annunci sponsorizzati, che spesso precedono i risultati veri e propri, e che comunque sono presenti anche negli altri motori).
Questa considerazione ne porta un'altra: chi volesse veramente evitare di farsi tracciare, non deve avere uno smartphone. L'unica alternativa ad Android è l'iPhone, che però è più costoso degli smartphone Android, e comunque le app più comuni sono di loro delle vere spione. Se poi consideriamo che il motore di ricerca predefinito di Apple è Google (che paga, per rimanerlo...), allora il quadro è completo.

In merito ai motori di ricerca tra cui scegliere, essi saranno Google (ma dai?) più altri 3, di cui due sempre uguali ed uno variabile per paese. Sapete come è stata fatta la scelta? Semplice: con un'asta. Chi paga di più, compare (pare che l'asta sarà ripetuta ogni 4 mesi); e le casse di Alphabet (la holding a cui appartiene Google) continueranno a riempirsi in ogni caso.


Se a qualcuno finalmente viene l'orticaria a scoprire queste cose, e prova a chiedersi se usare un altro motore di ricerca è ugualmente efficace, beh, la risposta non può essere un o un no. Chi è abituato, con Google, a non andare mai nei risultati dalla seconda pagina in poi, probabilmente non noterà nessuna differenza significativa; ma se invece capita che vada oltre la prima pagina, allora bisogna riconoscere che la qualità (intesa come numero di risultati e pertinenza) di Google è, al momento, imbattibile.

Consigli? Provare, solo così ci si potrà rendere conto che alternative esistono e magari sono valide. Personalmente, dei 3 motori di ricerca che verranno proposti in Italia ne ho provati 2: entrambi non basano il proprio business sulla profilazione degli utenti, uno è americano e l'altro è europeo, ed i risultati sono più o meno equivalenti.

domenica 5 gennaio 2020

L'infelice vicenda della #PasswordDiStato

Pur sovrastata dalle notizie giustamente più importanti sulle tensioni internazionali, non è passata sotto silenzio (almeno tra gli addetti ai lavori), anzi ha suscitato un discreto putiferio, l'intervista radiofonica della ministro dell'innovazione in cui proponeva una "password di stato" per ogni cittadino, utile non solo per l'autenticazione verso i servizi online della Pubblica Amministrazione, ma anche per tutti gli altri. Putiferio che è stato seguito da due precisazioni via social della stessa ministro, e dalle prese di posizione più o meno autorevoli da parte della stampa e della politica.
Premetto che (spiegherò tra poco il perché) ho seguito poco il putiferio, le precisazioni e le prese di posizione; ma quel poco che ho sentito si annovera maggiormente nel calderone delle "poche idee ma ben confuse". E quindi non potevo esimermi dal dire la mia.

Conoscere la "proposta"
Per iniziare, consiglio l'ottimo riassunto della vicenda, che include anche i leciti dubbi che comunque ogni buon informatico deve porre, di Paolo Attivissimo.
Vale la pena anche questo breve articolo che la stessa ministro ha postato su Linkedin.

Cosa ho capito io
Personalmente, ho sentito per la prima volta parlare di questa vicenda con una segnalazione della (prima?) precisazione, per cui per me la questione si era già parzialmente sgonfiata. Per farla breve, a me è sembrato che la prima reazione all'intervista radiofonica abba indotto molti, sentendo l'espressione "password di stato", a pensare che si trattasse di un sistema di autenticazione unico, fornito dallo Stato, in cui la password viene impostata dallo Stato stesso e non è modificabile da noi. La posizione (dopo il chiarimento) della ministro fa riferimento invece al potenziamento dell'utilizzo della SPID anche verso servizi non necessariamente relativi ai pubblici servizi o alla pubblica amministrazione.

Glossario minimo
Prima di passare alle mie opinioni, bisogna capire di che stiamo parlando.

L'autenticazione, nel mondo informatico, è quel processo che verifica l'identità di un utente. Nella stragrande maggiornanza dei casi, ciò avviene attraverso l'inserimento di due  parametri: il nome utente (che non è segreto), che lo identifica; e la password (segreta) che lo conferma. Il sistema funziona solo e soltanto se l'utente è l'unico a conoscere la sua password. Per ovviare a tutti i problemi che questo sistema ha, sono stati implementati altri sistemi come l'autenticazione a 2 fattori (oltre alla password si richiede un ulteriore codice di verifica legato ad un oggetto posseduto, come lo smartphone) e la biometria (impronte digitali, riconoscimento facciale).

La SPID è un sistema di autenticazione che prevede una verifica preventiva dell'identità reale dell'utente e sia ad essa collegata a tutti i fini di legge, per cui ogni operazione effettuata tramite la SPID è riconducibile ad un preciso cittadino italiano (in realtà essendo un'implementazione italiana di una direttiva europea, la SPID è utilizzabile anch in tutti i paesi UE e gli equivalenti sono utilizzabili in Italia). Attualmente la SPID è gestita da 9 operatori privati per conto dello Stato, ed è gratuita (per i primi due anni). Molti servizi pubblici centrali la richiedono (INPS, Agenzia delle Entrate, etc) mentre molti servizi locali ancora no.

La mia opinione
  1.  È evidente che l'espressione "password di stato" sia stata infelicissima; ciò nonostante, ritengo che l'idea di una password imposta dallo Stato fosse così balzana che nemmeno i nostri più scriteriati amministratori della cosa pubblica potessero concepirla, e che essa sia frutto solo delle più becere propagande ideologiche e politiche che infestano i media italiani ed i social
  2. Chiarito che si parla della SPID, l'idea di un suo utilizzo per i servizi online più disparati pone una serie di problematiche ben descitte da Attivissimo nell'articolo precedentemente segnalato, per cui la ritengo poco praticabile
  3. Tuttavia, se l'alternativa alla SPID (sempre per i servizi online non pubblici) è quella di utilizzare sempre la stessa password, o peggio le credenziali di Facebook, Google, Twitter o Linkedin, allora siamo alla demenza più totale: meglio mille volte il nostro Stato, per quanto malandato (sotto tutti i punti di vista), piuttosto che privati colossi esteri bramosi di raccogliere e rivendere al miglior offerente tuttle le informazioni possibili su di noi
  4. Quanto appena detto vale esclusivamente se con "Stato" intendiamo le istituzioni al servizio del cittadino, e non organizzazioni private legate a doppio filo a questo o quel partito (per essere chiari: Casaleggio)
  5. Il paventato pericolo che dall'uso della SPID lo Stato raccolga informazioni su di noi che non avrebbe avuto altrimenti, è reale; ma non è nemmeno un automatismo, tecnicamente svincolare completamente il processo di autenticazione da ciò che avviene dopo è fattibile; ed il legame (questo sì, inevitabile) che rimane tra ciò che facciamo e la nostra identità può essere regolato correttamente secondo la normativa europea sui dati personali (da notare che il ministro stesso su Linkedin fa riferimento alla necessità di interpellare il Garante, come previsto dalla legge ma mai avvenuto in casi precedenti...)
  6. Fatto salvo tutto questo, il problema ultimo che nessuno sembra voler affrontare è che la maggioranza della popolazione italiana, semplicemente, non è in grado di capire ed utilizzare gli strumenti che gli vengono messi a disposizione; finché sarà così, a mio parere parlare di "innovazione" (soprattutto da parte di chi non ha le competenze per capire cosa significhi) è totalmente inutile.

domenica 20 maggio 2018

In principio fu il Social Engineering

Profilazione, Big Data, pubblicità personalizzate, tutti temi molto in voga da qualche anno a questa parte, hanno un antenato comune: L'Ingegneria Sociale, dall'inglese Social Engineering. Per capire il significato di questa espressione bisogna tenere a mente che l'inglese "Engineering" ha un'accezione molto più estesa del corrispettivo italiano "Ingegneria": mentre quest'ultimo si riferisce quasi esclusivamente alla ben nota facoltà universitaria, cioè l'insieme delle capacità di trasformare le conoscenze in ambito scientifico e tecnologico in prodotti e servizi disponibili alla collettività, il termine inglese comprende anche le varie branche tecniche non necessariamente di livello universitario. Nel caso specifico, si intende la capacità di studiare il comportamento di qualcosa per intuirne il funzionamento interno; solo che il "Social" che viene prima ci precisa che il qualcosa sono le persone.

Di per sé, è una tecnica non recente, ma ovviamente l'avvento dell'informatica di massa l'ha resa particolarmente efficiente per via del numero elevato di elementi che possono esserne bersaglio, e la possibilità di effettuarla da lontano e in completo anonimato. In questa fase, la tecnica si poteva effettivamente considerare un attacco informatico, nel senso che c'era qualcuno che tramite azioni mirate ed ingannevoli cercava di indurre il malcapitato di turno a dare informazioni che altrimenti avrebbe tenute riservate, oppure a fare azioni a profitto dell'attaccante. Da quando poi c'è stato l'avvento dei social network, il fenomeno è esploso, tanto da specializzarsi in varie branche con scopi diversi e da diventare la fonte delle maggiori ricchezze moderne; ma in questo caso l'attacco mirato da parte di un malfattore è stato sostituito da una generale induzione alla condivisione selvaggia dei fatti propri attraverso prodotti e servizi apparentemente innocui ed utili (ogni riferimento a fatti reali è puramente... voluto!).

Cerchiamo di capirci meglio, andando nel concreto di qualche situazione.
Gli scopi più comuni sono:
  • Furto d'identità
  • Furto di password per accessi fraudolenti
  • Ricatto
  • Influenzare i comportamenti futuri

L'esempio più comune è il phishing, cioè la mail che induce ad inserire le proprie credenziali di accesso ad un servizio in un falso sito, per poi utilizzarle nel sito vero (se si parla della vostra banca, potete immaginare da soli l'effetto); sempre in tema di mail, esse sono il veicolo più utilizzato per la diffusione dei ransomware, cioè quei virus che cifrano i dati e richiedono un riscatto per la decifratura, attraverso allegati il cui presunto contenuto viene in qualche modo a scatenare il nostro interesse. Il più pericoloso attacco di questo tipo, soprattutto se perpetrato verso minori, è carpire la fiducia per poi abusarne (il termine non è scelto a caso: i casi di cronaca sono terrificanti).

Il vero scopo del post però è quelli di mettere in guardia rispetto alle tecniche passive, cioè a quelle che fanno uso dei dati che noi stessi rendiamo pubblici attraverso la nostra normale attività online.
L'esempio più lampante sono le innumerevoli foto fronte/retro postate sui social network delle carte di credito, così da rendere visibili tutti i dati che vi sono riportati: avete mai pensato che sono esattamente i dati che vengono richiesti quando fate un pagamento online? Quindi: foto postata, acquisto fraudolento in 5, 4, 3, 2, 1... (non ci credete che qualcuno sia così stupido? c'è un account twitter che retweeta questi geni...).
Simile è il caso del nostro codice fiscale, che racconta di noi tutti i dati anagrafici (e il furto d'identità è servito; per questo non vi lamentate quando vi chiedono la fotocopia della carta d'identità, e magari evitate di postarne una foto!).
Infine, i fatti recenti dimostrano che anche solo i like/mi piace/retweet e compagnia cantante forniscono indicazioni estremamente precise sulla nostra personalità, che poi vengono utilizzate per indirizzare i nostri comportamenti futuri, a partire dagli acquisti per finire al voto elettorale, attraverso informazioni personalizzate (e intendo: espressamente indirizzate ad una determinata persona).

Altra possibilità è quella di incrociare informazioni da fonti differenti: a me è capitato in più di un caso di intuire informazioni di persone che seguo su Twitter, ma che non conosco assolutamente di persona, basandomi solo su ciò è all'interno dei loro post (casi reali: ho trovato il cognome di un utente che aveva fornito solo il nome; per un altro ho capito dove vive; non si contano i casi di intuizione delle tendenze politiche). Ma il caso più comune e secondo me pericoloso è quello di fornire involontariamente indicazioni di quando si è lontani da casa (tipicamente, quando si è in vacanza, ma non solo), postando selfie appena scattati da cui è evidente risalire al luogo in cui ci si trova, che chiaramente non è quello in cui si vive; tenendo conto che ormai con l'intelligenza artificiale è possibile riconoscere posti anche molto poco comuni e da pochi, apparentemente insignificanti, dettagli.

L'errore più grave che si può commettere è quello di pensare che tutto ciò non riguardi noi: i malintenzionati non vanno per bersagli precisi, ma cercano nel mucchio di cui noi tutti facciamo parte. Il mio consiglio, prima di condividere anche la più più innocente delle informazioni, è chiedersi: a che scopo può essere utilizzata a mio danno? Ricordandoci poi che internet non dimentica.

P.S. Mai, MAI, MAI utilizzare informazioni personali per scegliere le vostre password!!!

lunedì 9 aprile 2018

Facebook ieri, oggi e domani

Da ormai diversi giorni Facebook è sulla bocca di tutti, dopo i presunti scandali svelati dai media. Molti ne hanno parlato e commentato. Personalmente, per scelta legata più al comune utilizzo che ne viene fatto, non ho mai avuto un account Facebook (né Whatsapp o Instagram, che per chi non lo sapesse sono società che appartengono a Facebook), per cui quello che so è esperienza indiretta. Ciò nonostante, propongo una visione, spero originale ed interessante, di quello che sta succedendo.

Facebook ieri
Dalla pagina di Wikipedia Italia relativa alla voce Facebook:

Facebook è un social network lanciato il 4 febbraio 2004[...]. Il sito, fondato ad Harvard negli Stati Uniti dal proprietario Mark Zuckerberg e diversi colleghi [...] era originariamente stato progettato esclusivamente per gli studenti dell'Università di Harvard, ma fu presto aperto anche agli studenti di altre scuole della zona di Boston, della Ivy League e della Stanford University.
Successivamente fu aperto anche agli studenti delle scuole superiori e poi a chiunque dichiarasse di avere più di 13 anni di età. [...] Ha cambiato profondamente molti aspetti legati alla socializzazione e all'interazione tra individui, sia sul piano privato che quello economico e commerciale.

Tutto questo per dire che presumibilmente Facebook è nato con l'innocente intenzione di essere un punto di contatto e socializzazione per una comunità ristretta, ma evidentemente ha incontrato un bisogno inespresso della società del nostro tempo, amplificato dal quasi contemporaneo boom del mobile, ed il suo successo è andato ben oltre le aspettative di chi l'ha creato. 
Il successo ha inevitabilmente comportato crescenti necessità economiche (non dimentichiamo che mantenere un servizio internet, anche banale, ha costi non indifferenti). In "soccorso", sicuramente prima è venuta la pubblicità, secondo il business model in voga in quei primi anni della diffusione di internet come fenomeno di massa; poi la pubblicità mirata, utilizzando la profilazione degli utilizzatori; infine, ed è il problema evidenziato degli scandali odierni, ma già presente da anni, la raccolta e/o vendita di dati personali a fini di influenza sociale e politica. E soprattutto in quest'ultimo caso, è facile immaginare che anche le migliori intenzioni dei primi tempi possano aver ceduto il passo alle sirene dei soldi facili, soprattutto se nei dirigenti non ci fosse stata una adeguata sensibilità ai temi della privacy.
La riflessione sul passato, però, non può prescindere da un dato inequivocabile: nessuno dei dati personali utilizzati, per qualsivoglia fine, è stato estorto con la forza o con l'inganno: tutto è stato volontariamente fornito dagli utenti del servizio, semplicemente utilizzandolo. Inoltre, l'utilizzo dei dati per scopi di marketing (ma non solo) era scritto nelle privacy policy (basta controllare: alcuni estratti delle policy a gennaio 2017 sono riportate in un mio vecchio post). Quindi, per gli addetti ai lavori, non c'è nessuno scandalo: era tutto noto, ma chi ha provato a mettere in guardia la massa è stato semplicemente ignorato.

Facebook oggi
Lo scandalo, come tutti (speriamo!) ormai sanno, è nato dal caso Cambridge Analytica (ho segnalato diversi articoli e commenti attraverso l'hashtag #ilvecchiolupodimare), in cui, è bene ricordare, i profili degli utenti sarebbero stati usati per influenzare il loro voto nelle elezioni presidenziali americane e nel referendum britannico sull'abbandono dell'UE (ma la società, in parte, nega o ridimensiona le cose); poi mano mano, con il tempismo tipico del giornalismo che si sveglia solo quando sente "l'odore del sangue", sono arrivati altri casi, fino al più recente che ha svelato finalmente il segreto dell'acqua calda: tutti i dati di tutti gli utenti sono stati usati per scopi poco chiari e trasparenti. In realtà era già qualche settimana che rimbalzavano sui media specializzati dichiarazioni di osservatori, o anche di ex dirigenti di Facebook stessa, riguardante proprio le politiche "allegre" di utilizzo dei dati personali degli utenti (e, non dimentichiamolo, anche dei loro amici, inclusi quelli non iscritti).
Il buon Mark si è assunto le sue responsabilità (o quanto meno ha finto di farlo: ci sono in giro presunte dichiarazioni di Zuckerberg stesso, più o meno rubate, che lasciano pochi dubbi sull'intenzionalità delle azioni), ed ha promesso una stretta sull'utilizzo indiscriminato dei dati (tipico esempio del chiudere il recinto dopo che i buoi sono scappati). Sempre per rimanere nelle reazioni a scoppio ritardato, c'è chi teatralmente ha chiuso i suoi account, e chi ha iniziato a suggerire di farlo. I "tecnici", come me, hanno segnalato le istruzioni di varie operazioni utili, come scaricare tutti i propri dati o come (provare a) cancellarli. Insomma, il caso ha generato, forse per la prima volta, una certa reazione dei commentatori.

In realtà, a me sembra che in tutta questa confusione, emerge assordante il silenzio degli utenti di Facebook, almeno i non VIP.

Facebook domani
Ed ora, cosa succederà? Certo, considerando che anni fa avevo già previsto l'imminente fine di Facebook, che invece è diventato il rappresentante per antonomasia della categoria dei social network, non sono certo il più indicato a fare previsioni... ma almeno qualche altra riflessione sì.
Dal punto di vista finanziario, Facebook subirà sicuramente dei contraccolpi (oltre all'immediato calo in borsa): per esempio, alcune società hanno già ritirato le loro campagne pubblicitarie.
Inoltre, a brevissimo (il mese prossimo), dovrà adeguarsi al nuovo Regolamento europeo sulla privacy (non è chiaro se ciò sarà esteso anche agli utenti non europei), che impone totale trasparenza sugli utilizzi dei dati, e relativi consensi espliciti. Se tale regolamento fosse applicabile ai fatti in questione, assisteremmo ad un procedimento che probabilmente porterebbe alla sanzione massima possibile, cioè diversi milioni di Euro ed il divieto di proseguire con i trattamenti illeciti. 
Il grosso del problema è però cosa faranno gli utenti. In proposito, non dimentichiamo che negli ultimi mesi si stava comunque verificando un curioso fenomeno, ossia la disaffezione dei giovanissimi, e la loro migrazione verso altri social, come una sorta di fuga dai propri genitori, affluiti anche loro in massa ad iscriversi a Facebook.
Chiudere l'account è sostanzialmente inutile, se non come gesto di protesta; evitare di aprirne uno nuovo, può avere senso. Ci potrebbe essere, almeno da parte degli utenti più attenti e consapevoli, una diminuzione dell'utilizzo del servizio, in particolare riguardo alle applicazioni che spesso rappresentano il mezzo con cui vengono condotte le profilazioni più invasive (tramite quiz o sondaggi, appositamente studiati). Ma non credo che ci sarà una vera fuga, anche perché per molti Facebook rappresenta in massima parte la memoria della propria vita (errore che non esito a definire estremamente stupido). Ancora meno impattate sembrano essere Whatsapp ed Instagram, che inspiegabilmente non sono state toccate dallo scandalo.

In definitiva, mi aspetto che Facebook ne esca ridimensionato sotto diversi punti di vista, ma temo che sopravviva senza eccessivi patemi. Anche perché la memoria umana è corta... in attesa del prossimo scandalo, che, con tutte le differenze del caso, ha già un protagonista designato: Alphabet. Questo nome non vi dice niente? Non vi rovinerò la sorpresa! 😉

AGGIORNAMENTO Luglio 2019
Cosa è successo da un anno a questa parte? Che sono iniziate ad arrivare le sanzioni. Pochi giorni fa, l'Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali ha elevato una sanzione da 1 milione di Euro; infatti, l'illecito era stato scoperto in epoca pre-GDPR e quindi non si applicavano le mega-sanzioni possibili con quest'ultimo. Subito dopo, la Commissione Federale per il Commercio degli USA, che non ha leggi sulla privacy a livello del GDPR (che anzi è visto come il fumo negli occhi), ha comminato una multa da 5 miliardi di dollari! Circa 5000 volte quella italiana!!! Bene, benissimo, direte voi: peccato che subito dopo la notizia il titolo Facebook in borsa sia salito: perché tutti si aspettavano ben di peggio! In definitiva, la mega-multa rappresenta quello che Facebook guadagna in un mese...
State quindi sereni: Facebook (e Whatsapp, e Instagram) per ora non chiudono. Anzi rilanciano: vogliono entrare nel mercato dei pagamenti digitali (Libra). E la voce delle povere Cassandre come me che mettono in guardia dai pericoli che ne derivano, è sovrastata dagli applausi dei soliti entusiasti...

giovedì 8 febbraio 2018

Cosa c'entrano i Big Data con la "monnezza"?

Oggi mi è capitato di sentire una storia quanto mai interessante su come vanno le cose in questi tempi di innovazione selvaggia. Per ovvie ragioni di riservatezza, ometterò tutti i dettagli possibili, poiché in pratica si è trattata di un'introduzione ad un prodotto non ancora in commercio.

Una piccola premessa: non c'è modo di controllare le mie affermazioni, purtroppo posso solo chiedere di avere fiducia; io stesso, al di là di alcune foto viste su uno smartphone, non ho prove che quello che vi sto per raccontare sia completamente vero. Però è plausibile, ed è quello che mi interessa.

Il prodotto in questione tratta i rifiuti casalinghi in ottica di economia circolare: in pratica, ottenendo dai rifiuti materiale in qualche modo riutilizzabile, quindi un lodevole scopo, con finalità anche ecologiche. Il problema è che alla vendita questo prodotto costerebbe nmila euro, cosa che lo renderebbe un prodotto di nicchia, per veri ambientalisti che non sanno come spendere altrimenti i soldi. La soluzione? Aggiungendo opportuni "sensori", l'apparecchio fa una sorta di analisi dei rifiuti e tramite un collegamento internet, li invia a chissà chi per entrare a far parte di quel calderone di informazioni che oggi vanno col nome di Big Data. Attraverso la vendita di questi dati, il costo al dettaglio dovrebbe scendere parecchio, molto, ma molto di più del 50%, portandolo al livello di altri elettrodomestici molto comuni nelle nostre case (e ben al di sotto del costo di certi telefonini con la mela...). Geniale, no? Talmente geniale, che il primo posto dove stanno cercando di piazzare questi apparecchi, e Dio solo sa se quanto ce n'è bisogno, è Roma!

Per chi non lo sapesse: col nome Big Data si intendono quei sistemi che da gigantesche quantità di informazioni non strutturate (e, speriamo, anonime) estrapolano poche ma importanti informazioni utilizzabili agli scopi più disparati (e legali, s'intende).

Perché la storia è interessante? Beh, perché ci insegna che i nostri dati, inclusi quelli della nostra spazzatura, sono preziosissimi per qualcuno, tanto da poter essere venduti. Sono preziosissimi perché raccontano i nostri consumi; come  essi variano nel tempo; e magari anche la qualità dei prodotti che consumiamo. Informazioni fondamentali per chi programma investimenti nello sviluppo di un nuovo prodotto. E la vendita di tali dati è talmente remunerativa da giustificare uno "sconto" (diciamo intorno al 80%) che in ogni altro caso darebbe naturalmente adito a sospetti di truffa. Dimenticavo: il costo del collegamento internet non è a carico del consumatore, ma del produttore...

Questa storia, tra le altre cose, mi ha un po' aperto gli occhi su quello che sta diventando un mantra del mercato digitale, ossia l'Internet delle cose (ne avevo parlato, in modo alquanto critico, in un vecchio post): cioè collegare ad internet qualsiasi oggetto. Ed anche il costo relativamente basso di questi oggetti potrebbe spiegarsi, oltre che con l'assoluta mancanza di qualsiasi misura di sicurezza informatica, proprio con il principio di raccogliere dati e poi rivenderli profumatamente.

In conclusione, non posso che tornare al tormentone che ripropongo sempre ultimamente: pur di risparmiare nell'acquisto di un prodotto/servizio, siete davvero disposti a rinunciare a proteggere i vostri dati personali (anche se in fondo, si tratta solo di monnezza)?

sabato 11 novembre 2017

A maggio 2018 "cambia" la normativa privacy

Nel mondo commerciale informatico è periodo di gran fermento perché incombe una scadenza: a maggio prossimo entra in vigore il nuovo Regolamento dell'Unione Europea sulla protezione dei dati personali delle persone fisiche (che contestualmente abroga le normative precedenti degli stati membri), e un po' tutte le aziende devono adeguarsi alle nuove norme. Basta che fate una ricerca per GDPR (l'acronimo che identifica la nuova normativa, anche se ufficialmente è nota come 2016/679) e ve ne renderete conto. E forse vi renderete conto che tra i risultati difficilmente troverete qualcosa che spiega cosa cambia per i cittadini, invece che per le aziende. Poiché anch'io mi sto occupando della faccenda, ed avendo letto tutta la normativa, mi sento intitolato fare un po' il punto della situazione per il punto di vista del popolo.

Diciamo subito che rispetto alla normativa italiana vigente, per il cittadino cambia poco: i principi generali sono gli stessi. Però, avendoli letti, devo dire che, nella teoria, sono piuttosto buoni, nel senso che al privato cittadino sono garantiti diritti e libertà notevoli. In verità eccezioni a questi diritti e libertà non mancano, però mi sento di dire che hanno ragion d'essere: queste eccezioni tutelano gli interessi generali degli stati, la ricerca scientifica e medica, le finalità statistiche e di conservazione storica, le questioni giudiziarie, etc. La novità più rilevante è che la protezione europea si applicherà sostanzialmente anche quando i nostri dati finiscono in realtà fuori dai confini europei (esempi concreti? Google, Facebook, Apple, Microsoft, Instagram, Twitter...  praticamente il 99% dei nostri dati!).

Quindi? Tutto bene? Possiamo stare tranquilli? Beh, no, perché c'è il solito "però".
Il "però" in questione in realtà non è tra le novità, è un principio già presente da parecchi anni, ed è questo: tutte le protezioni della normativa si applicano a meno che non ci sia stato esplicito consenso a che i nostri dati venissero trattati in una data maniera. Per dirla in concreto: se un qualche call center vi perseguita al telefono per offrirvi imperdibili opportunità di risparmio, quasi certamente non sta violando nessuna norma, perché il vostro numero di telefono, insieme al consenso ad essere chiamati alle ore più improbabili, glielo avete dato voi accettando le condizioni (che non avete letto) per scaricare qualche nuova fantastica app o per la tessera punti del supermercato.

Ma poiché non ho scritto questo post per puntarvi il dito contro (ovviamente anch'io non sono senza peccato...), vediamo cosa possiamo fare grazie alla normativa.
In primis, tra i vari diritti riconosciuti agli "interessati" (cioè: i proprietari dei dati personali) c'è quello della revoca del consenso; ovviamente la revoca, e le sue conseguenze (quasi sicuramente la perdita del diritto ad usufruire del servizio), hanno effetto solo dal momento della revoca, in modo non retroattivo.
Poi c'è il cosiddetto "diritto all'oblio", che dovrebbe permettere la cancellazione totale dei dati, sia dal titolare che li ha originariamente acquisiti, ma anche da tutti quelli a cui sono stati trasmessi. Però (daje!) dobbiamo fare i conti con la potenza e quindi l'ingovernabilità del web: pensare di far sparire tutte le le copie esistenti di una foto o un video imbarazzanti è pura utopia. Basta che qualcuno (un privato, non un'azienda) abbia scaricato una copia e poi la riproponga su qualche altro sito, social, o che ne so io... e addio oblio, senza che nessuna autorità possa farci nulla!
C'è anche la "portabilità" dei dati: è un concetto simile a quello per il numero di telefono quando passiamo da un operatore all'altro, in questo caso sembrerebbe voler consentire una roba tipo portare i propri dati da un servizio verso un altro, per esempio potremmo "spostare" una casella di posta elettronica da un provider ad un altro; pensando invece ad un social, sinceramente non capisco proprio come ciò possa accadere, se non altro perché ogni social ha le sue specificità e mal si adatta a prendere in carico dati "pensati" per un altro.
Altra importantissima questione riguarda il trattamento automatico, spesso noto come profilazione, nei casi che questo comporti una significativa conseguenza all'interessato (pensiamo per esempio alla concessione o meno di un prestito, o al calcolo del premio di un'assicurazione): ora (cioè, da maggio) sarà possibile opporsi a questi tipi di trattamento, oppure richiedere l'intervento umano.
Infine, nel caso malaugurato di compromissione dei dati personali, è fatto obbligo al titolare del trattamento di informare l'interessato, che può poi rivolgersi all'autorità giudiziaria per l'eventuale risarcimento del danno (le sanzioni pecuniarie sono state decisamente inasprite: per i casi limite può arrivare a 20 milioni di euro o il 4% del fatturato annuo!).

A parte i diritti, una novità che ritengo importante è come viene rivisto l'obbligo di fornire le informazioni relative al trattamento (la cosiddetta informativa): essa deve essere concisa, trasparente, intelligibile per l'interessato e facilmente accessibile; occorre utilizzare un linguaggio chiaro e semplice, e per i minori occorre prevedere informative idonee. Speriamo che questo obbligo venga veramente rispettato, soprattutto nel suo condivisibilissimo spirito, però è tutto inutile se poi noi non facciamo la nostra parte: l'informativa va letta, capita e sulla base di essa dobbiamo effettuare la scelta libera e consapevole se concedere o no il nostro consenso, che è quello che lascia mano libera al titolare di fare tutto quello che vuole (basta che l'abbia scritto). Ci saranno, è inevitabile, delle informative che ci porranno davanti ad una sorta di ricatto: o il consenso, oppure niente servizio. Essere cittadini consapevoli e liberi significa avere il coraggio di saper dire No.
L'informativa deve anche contenere i contatti del titolare del trattamento (e, ove nominato, del responsabile della protezione) a cui è possibile fare le richieste riguardanti tutti i propri diritti.

Infine, voglio spendere 2 parole per la protezione di dati dei minori. Il regolamento prevede che il consenso sia valido a partire dai 16 anni; sotto questo limite, è necessario il consenso dei genitori. Ricordo anche che normalmente l'iscrizione ai social network, a parte quelli specificatamente dedicati ai bambini, è possibile solo a partire dai 13 anni, ma sento dire da più parti che questa regola (di buon senso, prima che formale) è deliberatamente ignorata da alcuni genitori.
A questo proposito, anche se usciamo dall'ambito del Regolamento in quanto siamo nell'ambito della vita privata, segnalo questa recente sentenza sul fatto che le foto dei figli possono essere pubblicate solo se entrambi i genitori sono d'accordo. Il che a maggior ragione contrasta con il diffuso malcostume di pubblicare foto che ritraggono anche figli di altri, senza chiedere nessun permesso. Non è inutile sottolineare che l'analfabetismo digitale è un problema soprattutto per gli adulti che hanno responsabilità educative!

Per chi volesse approfondire gli argomenti relativi alla privacy, segnalo il sito dell'Autorità Garante italiana, che trovo ottimo dal punto di vista dei contenuti (magari è un po' vintage nell'aspetto...).