martedì 23 maggio 2017

Operazione #AbbandonoWindows - Parte prima

Il dado è tratto.

Dopo tanto pensare, le solite difficoltà a trovare il prodotto giusto per me, le ultime incertezze, ho finalmente lasciato la via vecchia per la nuova. In pratica, dopo 10 anni di onorato servizio, il mio desktop casalingo sta tirando le cuoia, e va sostituito. È (era) un normale PC con Windows 7, buone periferiche ma poca memoria. Ma non mi andava di prendere un altro normale PC e metterci sopra Windows 10 e combattere una battaglia persa in partenza (aggiornamenti cervellotici, rischio di virus, backup a manetta...). La scelta più sensata sarebbe stata un Mac... ma a costi esagerati, per quello che sono disposto a pagare per le ormai poche cose che faccio a casa. E allora, mi sono detto, facciamo una scelta coraggiosa: Chrome OS!

Lo so che non potrò fare tutto quello che facevo su Windows; ma spero di trovare tutte le cose fondamentali e di adattarmi.
Lo so che tutto è basato con l'account Google e che tutto quello che farò diventerà "patrimonio dell'umanità" (per usare un garbato eufemismo); ma cercherò di tenere a bada la faccenda.
Lo so che Chrome OS non è Android e che per ancora un po' non potrò usare lo store delle app; ma attenderò e intento mi studierò il nuovo (per me) sistema operativo.

La soluzione di riserva, ce l'ho: alle brutte, installerò una Linux più tradizionale, con cui sono sicuro sarò in grado di comandare ancora io. Sì, perché comunque ho preso un buon hardware, che dovrebbe garantirmi una lunga vita: un mini-PC (ChromeBox) dotato di Intel i7, 4 GB di RAM, video integrato Intel 4400, un disco SSD (anche se di soli 16 GB).

Questo è quello che ci devo fare:
  • Browser internet e un paio di social (e questo blog, ovviamente...)
  • Qualche basilare documento 
  • Ascoltare musica, guardare video
  • Gestire foto e filmati della fotocamera
  • Usare un contenitore crittografato per memorizzare i miei dati "sensibili"
Oggi l'ho ordinato (grazie a Paolo di ElektraSystem per l'aiuto, la pazienza e ovviamente per la vendita); non so ancora quando arriverà, ma quando ce l'avrò in mano, scriverò una serie di articoli per raccontare questo "esperimento", sperando che la mia esperienza possa risultare utile a qualcuno.
Stay tuned!


Aggiornamento: è arrivato, e ci sto scrivendo in questo momento. Ordinato ieri, arrivato oggi: Paolo è un mito, e non ho nemmeno avuto bisogno del servizio Prime! 😜

mercoledì 17 maggio 2017

NO, I DON'T WANNA CRY!!!

Spero almeno questa volta che tutti sappiano di cosa parliamo: il famigerato virus soprannominato WannaCry ("voglio piangere": un premio all'inventore del nome), che ha creato scompiglio negli ultimi giorni in un po' tutto il mondo.

Cosa è successo, è stato abbondantemente raccontato, anche se coi consueti toni sensazionalistici e più o meno grandi inesattezze, anche dai giornali generalisti: il virus cifra tutti i file importanti dei computer (rigorosamente Windows, questa volta) rendendoli inservibili, richiedendo un riscatto per decifrarli; la diffusione avviene via rete grazie ad un errore presente nell'implementazione di un servizio, peraltro noto e risolto lo scorso marzo.

Ciò che voglio sottolineare è che al di là dei già citati toni sensazionalistici, ciò che dominava nelle notizie era la sorpresa: come è potuto succedere una cosa del genere? Inaudito! Peccato che non a tutti la cosa suona come nuova: per esempio, in questo interessante post dello scorso dicembre, più o meno tutto veniva preannunciato, sottolineando come i ransomware (la classe di virus a cui appartiene WannaCry) sono, già da qualche anno, il più grosso pericolo che circola nella Rete mondiale (il fatto che l'autore del post sia il sottoscritto è, ovviamente, puramente casuale... 😊).

I più attenti dei miei 7 o 8 lettori noteranno che non avevo previsto tutto: per esempio, non avevo previsto lo sfruttamento del baco (ma già citavo la possibilità di infezione da computer a computer via rete). In effetti un errore l'avevo commesso: tra le raccomandazioni che già ponevo alla vostra attenzione, non c'era quella di tenere aggiornato il sistema operativo; ed in effetti, confesso di essere stato io per primo mancante (nessuno è perfetto). Ma il punto fondamentale di questa storia non è nemmeno questo, o il baco, o il ruolo dell'NSA, o chissà cos'altro: è invece il fatto che il punto di ingresso dell'infezione, nei sistemi di un particolare ente, era il servizio accessibile da chiunque nel mondo, perché esposto su internet! La base di tutte le protezioni informatiche è il filtraggio delle connessioni di rete (soprattutto quelle pubbliche, cioè attraverso internet, tramite un sistema chiamato firewall), impedendo tutte quelle non indispensabili. Scommetto che molti non sanno di cosa sto parlando; e scommetto pure che si stupirebbero, scoprendo che sul router che avete installato a casa per la connessione internet, il firewall è presente; e scommetto anche che nella stragrande maggioranza dei casi, è disattivato. Se tutto ciò è vero, di che che potete lamentarvi? Il virus ve lo me-ri-ta-te!

Finita la filippica, passiamo ora ai consigli. Lo faccio attraverso un esempio molto pratico, cioè quello che abbiamo fatto (io e soprattutto i miei collaboratori) in azienda.
Ovviamente avevamo un firewall; ovviamente non avevamo quel servizio esposto fuori della rete aziendale; ovviamente avevamo i sistemi operativi che si aggiornano automaticamente; ovviamente avevamo gli antivirus aggiornati; ovviamente avevamo i backup giornalieri. Tuttavia, la sicurezza assoluta non esiste. Il virus poteva infettare un computer portatile aziendale mentre si trovava fuori dalla nostra rete, durante il fine settimana; una volta rientrato in azienda lunedì, poteva infettare tutto l'infettabile, cioè quei sistemi per cui gli aggiornamenti, per un motivo o per un altro, non si erano installati o non erano ancora applicati. Per cui abbiamo speso la mattinata a fare ulteriori (rispetto al consueto) controlli a tappeto sugli aggiornamenti dei sistemi operativi, dell'antivirus, dei backup, dei firewall dei portatili, etc. Risultato: non proprio tutto tutto era a posto (ora lo è), ma abbiamo avuto la fortuna che niente è successo; ad ulteriore dimostrazione che bisogna sempre pensarci prima. Anche perché se questa volta sono stati utilizzati questi veicoli di infezione, la prossima volta sarà qualcos'altro; ed il rischio concreto è di scoprirlo quando è troppo tardi. Purtroppo, nulla va trascurato, bisogna ridurre i rischi al minimo possibile in ogni momento.

Ricapitolando:
  • mantenete aggiornati i sistemi operativi e l'antivirus
  • attivate le protezioni di rete (firewall) ovunque possiate
  • non vi fidate degli sconosciuti (sì, esattamente come quando eravate bambini), ancorché digitali
  • fate (e mantenete aggiornati) i backup
  • e soprattutto, informatevi!

P.S. Odio avere sempre ragione.

mercoledì 10 maggio 2017

L'effetto di seguire questo blog: breve storia tristissima

Questa è la storia, assolutamente vera, di un mio amico, l'unico assiduo lettore di questo blog di cui sia a conoscenza (e che meriterebbe un applauso solo per questo). Egli ha trovato ispirazione dal mio post sui backup, e rendendosi conto dei rischi a cui i suoi dati erano sottoposti, ha deciso di intervenire (altro applauso).
La sua situazione era quella di avere i suoi dati sparsi su chiavette USB, computer, servizi cloud, un po' senza criterio e comunque senza copie di backup. Per cui, ha preso un drive USB (di un'ottima ed affidabilissima marca, che ovviamente non citerò) ed ha iniziato a spostare, da tutte queste fonti, i suoi file, in modo da riunirli ed organizzarli opportunamente, operazione che gli avrebbe permesso poi di fare facilmente le opportune copie (standing ovation). Inoltre, visto che questa operazione la effettuava da vari dispositivi fisicamente posti in luoghi diversi, ha pure cifrato il drive in questione con il programma in dotazione (nominaton all'Oscar dell'Informatica).
E proprio quando il lavoro era alla sua conclusione, il drive si è rotto. Fisicamente. Con l'unica copia di tutti i suoi dati.
Ora il drive viene sottoposto da un'azienda specializzata ad un'analisi in camera bianca per verificare se è possibile recuperarlo... tenendo presente che la cifratura comporta l'impossibilità del recupero parziale dei file, e soprattutto costi aggiuntivi.

Perché la racconto (ovviamente con la sua autorizzazione)? Non per ridere alle sue spalle... ma per riflettere ancora una volta sul fatto che i backup vanno sempre fatti prima (e bene)!

lunedì 24 aprile 2017

Tracciamento delle ricerche: breve storia triste

Da un po' di tempo, più di un anno, passando in una strada di un quartiere costruito nell'arco degli ultimi 5/6 anni, noto che alcune villette sono in vendita da parte del costruttore. Per pura curiosità (non ho nessun motivo di comprarne una) ho deciso di vedere se riuscivo a capirne il costo , per vedere se la difficoltà a vendere poteva aver fatto scendere il prezzo, in rapporto alla media del quartiere in questione.

Nel farlo, ho deciso di fare una prova: invece di affidarmi al motore di ricerca predefinito, cioè Google (anche perché avevo aperta la posta, quindi qualsiasi ricerca avessi fatto sarebbe finita nella fantastica cronologia del mio profilo che Google, con tanto affetto, tiene "per me"...), ho provato ad utilizzare un altro motore di ricerca, ossia DuckDuckGo, che promette (e non mi risulta che sia una fandonia) di non tracciare la ricerche.

Indovinate un po'? Oggi, utilizzando lo stesso browser, prima di aver fatto accesso a qualsivoglia servizio, su un banalissimo sito di notizie (ma pieno di annunci Adwords) mi ritrovo offerte di case di quel quartiere e zone limitrofe.
Morale: utilizzare un motore di ricerca diverso non è bastato, la prossima vola mi premurerò di utilizzare anche un browser diverso, nel quale magari avrò modificato le policy dei coockies per farli eliminare alla fine di ogni sessione. Vi farò sapere.

giovedì 20 aprile 2017

Social o utenti: di chi la responsabilità?

Credo tutti abbiano sentito la notizia dell'assassinio casuale di anziano afroamericano da parte di un altro afroamericano, che ha ripreso e poi postato il video su Facebook (asserendo tra l'altro di aver commesso altri omicidi, ma al momento non ho sentito conferme, per fortuna). Ebbene, nella tragedia sembra che un po' tutti i giornali abbiano dato particolare risalto al ritardo di Facebook nel cancellare il video in questione, che è stato visto e condiviso da un certo numero di persone.

Prima di andare avanti faccio una doverosa premessa: non sono su Facebook per scelta, perché non mi piace come viene utilizzato dagli utenti e gestito dai suoi manager; ma in questa vicenda mi sembra faccia un po' da capro espiatorio, anche nei confronti degli altri social network, per cui il mio ragionamento è in realtà totalmente applicabile anche a questi ultimi.

L'avvento dei social network è stato un cambiamento dirompente nella società umana: ormai chiunque è in grado di produrre contributi (scritti, video, audio, immagini, etc) e di condividerli potenzialmente con il mondo intero. I genitori postano le foto dei loro bambini; i fotografi le loro migliori opere; gli adolescenti le loro emozioni; i blogger i loro articoli; e via dicendo. Ma il mondo non è solo fatto di genitori, fotografi, adolescenti e blogger: è fatto anche di ladri, terroristi ed assassini. E così succede che i ladri postino le loro malefatte, i terroristi le loro rivendicazioni e gli assassini i loro omicidi. Quindi che questi atti criminali finiscano sui social, a mio parere non deve sorprendere nessuno. Per fortuna, in un certo senso: così aiutano le forze dell'ordine a identificarli.
E non deve nemmeno sorprendere che vengano rimossi: in definitiva, i social nascono con ben altri scopi, non certo quello di aiutare i criminali. Quindi nessuna sorpresa se il video in questione è stato rimosso. Il problema sono i tempi. 3 ore, dicono i giornali: troppi, perché nel frattempo il video è stato visto e condiviso, probabilmente anche commentato. A me 3 ore non sembrano molte, anzi mi sembrano poche. Bisogna considerare i tempi tecnici per cui arrivano le prime segnalazioni (tra le moltissime che arrivano in continuazione), venga presa visione dai responsabili, che probabilmente devono contattare la polizia, etc... infine la rimozione vera e propria.

Io, invece, vorrei andare a chiedere uno ad uno (indipendentemente da quanti siano) a coloro che hanno visto il video, l'hanno condiviso o hanno messo un "mi piace": ma cosa c'hai nella testa al posto del cervello? Quale putrida ed inutile materia? Perché accidenti l'hai fatto? Purtroppo mi do anche una risposta da solo: immagino che molti mi risponderebbero che semplicemente hanno pensato fosse un video fasullo, magari molto ben fatto, e che mai avrebbero pensato potesse essere reale. Beata ingenuità!

Ecco che torniamo quindi allo stesso tema che già viene affrontato con le fake news (o bufale per dirla all'italiana): ossia la non capacità da parte di molti utenti di riconoscere la finzione dalla realtà, soprattutto sui nuovi media che viaggiano su internet; la non consapevolezza dei meccanismi che stanno dietro questi atti; e soprattutto la mancata presa di responsabilità per evitare che si diffondano e ripetano. E la soluzione, palesemente semplice: l'educazione.

Oggi, su questo episodio, difendo Facebook, che ha avuto la sola colpa di essere il più diffuso e quindi il più appetibile per il criminale di turno. Domani difenderò gli altri social, pur con tutti i loro difetti, per episodi simili (ce ne saranno, purtroppo...). D'altra parte, pur riconoscendo che i social sono principalmente destinati al diletto, non difenderò mai chi li utilizza spegnendo il cervello.

lunedì 17 aprile 2017

Non ti sopporto più (ovvero: la password)

La navigazione su internet, o l'utilizzo di app, ormai sembra non poter fare a meno della famigerata password: quasi ovunque è richiesto registrarsi e quindi impostarne una. I risultati, ovviamente, sono questi:
http://mobile.hdblog.it/2017/01/16/123456-password-utilizzata-2016/
Ora, finché queste password sono utilizzate per servizi banali (per esempio, registrare le ricette preferite), passi... ma se sono utilizzate per la posta elettronica (privata: quella lavorativa non la prendo nemmeno in considerazione, altrimenti qualcuno rischia che lo sbrani) o per il conto corrente online, beh, allora tutto il male che può accadere è pienamente meritato!

Quindi, poiché sono un male necessario, cerchiamo di capire l'importanza delle password e come gestirle.

La password è uno dei due elementi fondamentali di ciò che comunemente vengono chiamate "credenziali"; l'altro è il nome utente (o username, più comunemente). Questa coppia fa sostanzialmente due lavori: con lo username avviene l'identificazione, cioè il riconoscimento univoco, in funzione di associazione univoca delle informazioni, della persona; con la password, avviene l'autenticazione, ossia si controlla la veridicità dell'identificazione. Questa verifica è necessaria perché lo username, in un certo senso, è un dato pubblico, quindi per riconoscere il legittimo proprietario bisogna che si utilizzi un dato privato, cioè conosciuto appunto solo da lui. Il senso della password è tutto qua: che sia un dato noto soltanto alla persona a cui appartiene. Nel momento in cui tale dato perde il suo carattere di segretezza, non ha più senso; e questo avviene in tutti i casi seguenti:
  • la rendiamo pubblica (o nota anche ad una sola altra persona)
  • ne utilizziamo una estremamente diffusa (come avviene appunto per le password della lista riportata nell'articolo sopra citato)
  • la scriviamo in un posto facilmente accessibile (il post-it sul monitor è un classico)
  • la scegliamo utilizzando informazioni pubblicamente note (come la data di nascita, propria o di qualche familiare, o il nome del gatto...)
Un altro comune errore è quello di lasciare al browser, al programma di posta, o alla app di turno, la registrazione delle password, in modo da evitare che venga richiesta ogni accesso. A parte che la registrazione può avvenire in modo non protetto (cioè cifrato, o se la cifratura viene utilizzata, senza che ne abbiamo noi il controllo)... così ci mettiamo alla mercé di chi dovesse avere l'accesso al nostro dispositivo o profilo, perché non dovrebbe nemmeno fare la fatica di cercare o indovinare le password. Ma il più grave errore che si può fare in tema di password, è pensare che a nessuno interessi soffiarcela. Come detto prima, con la password si autentica l'identità, quindi in realtà con la nostra password un malintenzionato impersona noi stessi, e può compiere qualsiasi atto a nostro nome (e dimostrare di aver subito il furto di identità non è cosa banale). Forse non tutti sanno che esistono vere e proprie aste di gruppi di credenziali valide di alcuni celebri servizi, segno evidente dell'interesse che ha questa "merce" (vedere, solo per fare un esempio, questa notizia)

Il problema alla base delle scellerate scelte della password sta tutto nella necessità di ricordarla. Ma è un falso problema: non è necessario ricordare a memoria tutte le password (in realtà, è il regolare utilizzo che, stimolando la nostra memoria, le fa ricordare, a prescindere dalla complessità e lunghezza). Io per primo, che credo di essere un bravo utilizzatore di buone password, non pretendo di ricordarle tutte, anzi! L'unico trucco necessario e sufficiente a gestire correttamente le password è scriverle, ma esclusivamente in un posto sicuro. Esistono molti programmi o app che fanno proprio questo: un piccolo database dedicato alle password, ovviamente cifrato. Il difetto è che per cifrare (e decifrare) il database, una password è necessaria: ma una sola. Questa sì che vale la pena dello sforzo di trovarne una sufficientemente complessa, veramente privata, e che non corriamo il rischio di dimenticare (se non in caso di amnesie gravi, ma in quel caso questo è un problema minore); anche perché la raccomandazione è quella di non scriverla, mai, da nessuna parte, e di non dirla veramente a nessuno! Se utilizziamo uno di questi "password manager", ed impariamo ad usarlo sempre, allora verrà facile anche passare ad una logica che fa fare il salto di qualità in termini di sicurezza: non scegliere più le password per far sì che siano in qualche modo mnemoniche, ma farle generare in modo casuale, e con lunghezze significative (dai 12 caratteri in su), e soprattutto cambiare regolarmente quelle più critiche.

Altro metodo di sicurezza che sta progressivamente diffondendosi è quello dell'autenticazione a due fattori (two-factor authentication): la fase di autenticazione si basa non solo sulla password, ma su un ulteriore codice che ha una validità limitata nel tempo, e quindi ogni accesso va nuovamente generato. Questo secondo codice può arrivarci con un metodo che abbiamo precedentemente validato (la nostra mail, il nostro cellulare), oppure con dispositivi appositi, chiamati token, che vengono rilasciati dal fornitore del servizio. Certamente è un ulteriore passaggio che ai più sembrerà un ulteriore fastidiosa perdita di tempo, ma a me sembra trascurabile davanti alla concreta possibilità di trovarsi il conto in banca svuotato.

In conclusione, dovremmo convincerci che dobbiammo riservare alle password la stessa attenzione che riserviamo alle chiavi di casa: esse rappresentano di fatto il modo di impedire agli estranei l'accesso al nostro piccolo "regno digitale".

domenica 2 aprile 2017

Elogio della semplicità

Chi mi conosce sa quanto io ami la semplicità. In tutti i campi, ma particolarmente in quello informatico. Perché, al contrario di quanto molti potrebbero pensare, aiuta, sia gli utilizzatori, che i progettisti ed i realizzatori. Meno i commerciali ed il marketing; è questo, credo, il problema.

L'ho già proposto nel post sull'IoT (l'internet delle cose), il concetto che aggiungere ciò che non è indispensabile ad un sistema lo rende più vulnerabile agli inevitabili problemi della tecnologia, soprattutto se non si ha un "piano B" nel caso di malfunzionamenti. Ma non è solo questo. A mio modo di vedere, l'utilità della semplicità si vede soprattutto in due casi.

Il primo è quello degli utilizzatori. L'utente medio di uno strumento informatico non legge istruzioni o manuali, non ha competenze basilari, è assillato dalla fretta. Per questo è importantissimo che ciò che gli si presenta davanti (l'interfaccia) sia immediatamente chiaro da comprendere, e soprattutto richieda il minimo delle azioni. Lungi da me con questo scoraggiare la presenza di manuali e affini, anzi! Tuttavia, alla semplicità di uno strumento corrisponderà la semplicità del suo manuale, e ne minimizzerà l'utilizzo.
In definitiva, dovendo scegliere, l'utente medio preferirà uno strumento semplice da usare rispetto ad uno più complicato.

Il secondo caso è quello di coloro che gestiscono i sistemi informatici. Davanti ad un problema, l'investigazione (troubleshooting) beneficia della minore quantità di possibili sorgenti di errori. A seconda dei sintomi, è possibile andare più direttamente a cercare l'elemento responsabile. Se fosse necessario effettuare delle prove, meno elementi da testare significa meno tempo sprecato. Per contro, è facile capire come mai davanti ad un sistema molto complesso, in cui cercare il problema comporta tempi lunghi e conoscenze estremamente approfondite, molte volte si preferisce un banalissimo riavvio... sempreché funzioni, e soprattutto non impedisce che il problema si presenti di nuovo!
A questo proposito, all'università ho ricevuto una sorta di "illuminazione" quando mi hanno insegnato il metodo di programmazione "orientato agli oggetti" (object-oriented), che infatti da qual momento è diventato l'unico di cui mi servo (in realtà non sono un programmatore in senso stretto, e nel campo sistemistico è difficile che possa essere usato). In sostanza, in alternativa al metodo classico, che prevede sequenze logiche di istruzioni e funzioni generiche, si è pensato di suddividere i problemi in entità logiche (gli oggetti) che definiscono al loro interno le operazioni che possono essere eseguite su di essi, rendendole disponibili per l'utilizzo di altre entità logiche. In questo modo, rendendo l'oggetto "responsabile" delle proprie operazioni, si è sicuri che esse siano definite una volta per tutte, siano normalmente più semplici, e quindi sia molto più facile trovare e correggere gli errori semplicemente osservando il loro comportamento.

La sostanza di tutto questo discorso è che personalmente preferisco utilizzare strumenti che facciano poche cose, ma le facciano estremamente bene. Parlando di programmi software, preferisco dei programmi piccoli (spesso sono costituiti da un singolo file eseguibile) che riesco a provare facilmente, e di cui dopo mi fido ciecamente, piuttosto che suite di megaprogrammi che promettono cose incredibili, ma per cui è necessario spendere giornate per imparare come fare anche le cose più banali. Magari per effettuare un'operazione neanche troppo complessa ne devo usare 3 o 4 uno dopo l'altro, ma vi assicuro che cercare di ottenere lo stesso risultato con un solo programma che non conosco bene, è molto più stressante.

Per ultimo, userò una battuta che ha fatto pochi giorni fa il mio amico e collega Stefano: in sostanza ha detto che non userebbe mai un touch screen al posto del volante, in un'auto. Mi sbilancio e credo che potremmo essere tutti d'accordo: quando c'è la vita in gioco, molto meglio il caro, vecchio piantone meccanico che non un sistema fatto di sensore, trasduttore, collegamento, convertitore, motore, alimentazione, etc; più diretto, più sicuro.