mercoledì 28 febbraio 2018

Lo nero periglio che vien dal web: i pirati informatici!

L'avete capito il titolo? No? Male, malissimo! Fà il verso a un episodio di uno dei capolavori assoluti della commedia italiana, L'armata Brancaleone (di Mario Monicelli, 1966), nell'originale "lo nero periglio" veniva dal mare e non dal web, ed erano i pirati saraceni (saracini, nel film). Tutto questo per introdurre il tema del post, ossia il pirata informatico, e più precisamente l'uso della parola con cui viene comunemente indicato, ossia hacker.

Quando l'informatica era roba rinchiusa nelle università o in qualche azienda agli albori dell'innovazione digitale, il significato di Hacker era ben diverso da quello che poi la prassi (sbagliata!) gli ha affibbiato. Esso non era il pirata informatico, ma colui che, grazie ad una conoscenza estremamente approfondita delle tematiche digitali, era in grado di inventarsi nuove tecnologie o utilizzi di quelle esistenti. La connotazione del termine era assolutamente positiva, mentre il pirata informatico aveva un nome diverso, cracker, ossia colui che "rompe" (crack), cioè danneggia, i sistemi informatici. In realtà, i due termini si differenziavano non tanto per le capacità tecniche, che possiamo considerare identiche, ma per lo scopo per cui venivano utilizzate: creare innovazione, nel caso di hacker, contro delinquere, nel caso di cracker. Per certi versi, entrambi i generi hanno portato il loro contributo alla rivoluzione digitale di inizio millennio, perché combattere i cracker ha profondamente sviluppato il concetto di sicurezza informatica. Volendo portare un esempio di hacker secondo questa accezione "antica", non posso che citare Linus Torvalds, ossia colui che, insoddisfatto dei sistemi operativi proprietari della galassia Unix, nonché dei primi tentativi di creare degli Unix gratuiti in campo didattico, creò Linux, che oggi è il sistema operativo più famoso ed utilizzato al mondo.

Come si diceva all'inizio, oramai il termine hacker ha assunto valenza negativa, tant'è vero che è stata coniata una terminologia diversa per designare gli hacker "buoni": gli ethical hacker, ossia gli hacker che hanno motivazioni etiche. Letteralmente, almeno secondo l'accezione correntemente in uso, gli ethical hacker sono coloro che vanno alla caccia di vulnerabilità dei sistemi informatici e che, invece di sfruttarle a loro esclusivo vantaggio (questi sono gli hacker "normali", cioè cattivi), le rivelano direttamente e solo alle aziende produttrici (nel caso dell'hardware) o sviluppatrici (nel caso di software) perché vengano corrette. In qualche caso ci guadagnano qualche soldino, perché le aziende pagano ricompense a chi scova queste vulnerabilità (evidentemente gli costa meno di un efficiente sistema di qualità interna...), ma per lo più ciò che guadagnano è la fama che poi si trasforma in un lavoro strapagato. Eh sì, perché gli hacker (quelli veramente bravi) sono pochi, e per combattere un hacker, ci vuole un hacker (non si contano quelli che hanno saltato la barricata, cioè che dopo essersi guadagnati la fama a suon di attacchi ben riusciti, sono stati assunti da aziende che si occupano di sicurezza).

In realtà, gli hacker "buoni" (o quanto meno, non cattivi) possono annoverare un paio di altre categorie, sempre legate allo scopo delle loro azioni, piuttosto che alle loro capacità. C'è chi usa queste capacità per motivi politici, tipicamente cercando di svelare ciò che i governi (tutti, democratici e non) cercano di tenere segreto; il caso forse più famoso è Julian Assange, il fondatore di Wikileaks. Altri, al contrario, sono utilizzati proprio dalle agenzie governative per scopi di spionaggio o controspionaggio (tipo le presunte ingerenze russe nelle ultime elezioni presidenziali americane).

sabato 17 febbraio 2018

Il digitale a scuola; ed a scuola di digitale?

Tra i tanti temi relativi all'uso degli strumenti digitali, uno dei più critici e dibattuti è quello degli adolescenti e la scuola. Qualche giorno fa, ho letto un interessante articolo riguardante un esperimento di didattica in una scuola di Palermo tramite un popolare social: vale la pena di leggerlo.

L'articolo è stato segnalato su Twitter dalla community, formatasi pochi mesi fa, @GenitoriDigitali, che ha anche lanciato un piccolo sondaggio, a cui ho partecipato anch'io, non in quanto genitore, ma in quanto aspirante divulgatore di educazione digitale e temi affini (per leggere tutti i contributi alla discussione basta guardare il tweet). Al di là del mio contributo, colgo l'occasione per esporre in maniera più sistematica il mio punto di vista, per quanto limitato dal fatto che non ho (ancora) esperienze più o meno dirette rispetto al contesto di cui stiamo parlando (scuola e adolescenti).

Il digitale (con tutto ciò che consideriamo parte di questa definizione) è uno strumento, e come tutti gli strumenti può essere usato per il bene o per il male. L'acqua, elemento fondamentale della vita, può essere anche strumento di morte; d'altra parte, le bombe nucleari, che attentano alla sopravvivenza stessa del genere umano, potrebbero un giorno salvarci dai pericoli che provengono dallo spazio (no, niente extraterrestri: parlo di asteroidi e comete). Questi due esempio estremi servono a dimostrare che qualsiasi cosa può contribuire al bene, sempre ché ne valutiamo e controlliamo i rischi che possano al contrario contribuire al male.

Nel caso specifico, lo scopo didattico era, a mio parere, ottimo: commentare un libro non attraverso il solito compito personale, ma stimolando una discussione condivisa, in cui (e qui la grande potenza dei social) è intervenuta anche l'autrice.
Quindi tutto bene? Ovviamente no. L'articolo stesso racconta che gli studenti che non avevano lo smartphone o l'account sul social sono stati inclusi nel progetto dai professori, che hanno "prestato" le loro risorse: bravi, ma ciò non può essere la norma, se si volesse rendere metodi didattici del genere la normalità. D'altra parte, ritengo estremamente sbagliato obbligare gli studenti a possedere smartphone o tablet, ed ancora di più ad avere un account su qualsivoglia social (oltretutto viene fuori la questione dell'età: l'articolo non ne parla, ma ricordo che esiste per legge un limite inferiore di età, 16 anni, per poter aprire account online, che è abbassabile non oltre i 13). Problemi in realtà che si potrebbero superare facilmente (dimenticando la questione dei costi associati) pensando di utilizzare attrezzature (computer) e servizi (social) appartenenti alla scuola, invece di servizi pubblici (e spesso poco rispettosi della privacy).

Nella discussione su twitter è stato toccato un altro tema, ossia la competenza digitale degli operatori scolastici, insegnanti in primis. Essa è fondamentale per valutare correttamente i rischi, quali quelli che ho appena cercato di proporre (per ora ignorando la questione generale della sicurezza informatica, particolarmente importante visto che ci sono minori coinvolti), nell'utilizzare gli strumenti digitali nei progetti didattici. Non a caso il tema è comune a quello che ha portato alla formazione della community dei genitori, dopotutto sono due aspetti relativi al divario generazionale tra gli adolescenti figli/studenti e gli adulti genitori/insegnanti. Personalmente ritengo che sia proprio la scuola il luogo  più adatto a diffondere nel modo più capillare possibile la formazione necessaria per gli adulti che ne hanno bisogno. Così come gli istituti scolastici permettono alle società sportive di utilizzare le palestre per le loro attività, auspico che in modo simile le aule possano essere utilizzate per queste attività di formazione, in orari adatti allo scopo (tipicamente il tardo pomeriggio).

Ma la vera domanda è: quanto interesse c'è, o ci sarebbe, verso queste iniziative? Inutile organizzarle, se poi vanno deserte. La mia personale sensazione, basata su ciò che vedo tra le mie frequentazioni e su ciò che sento attraverso i media, è che l'interesse sia molto limitato, e che la sensibilizzazione non produca effetti significativi. Parlo del fatto che vedo professionisti molto attivi sui social che hanno un seguito che quantitativamente è migliaia di volte inferiore a sportivi e personaggi dello spettacolo, i quali spesso limitano la loro attività social ad autoincensarsi. La situazione sembra quella classica in cui nessuno fa niente finché non arriva la tragedia (infatti, qualcosa si muove solo riguardo il cyberbullismo).
La situazione può migliorare solo se alle iniziative dal basso (cittadini) si unisce il supporto dall'alto (istituzioni). Ma non dimentichiamo che anche le istituzioni sono fatte di cittadini. 

giovedì 8 febbraio 2018

Cosa c'entrano i Big Data con la "monnezza"?

Oggi mi è capitato di sentire una storia quanto mai interessante su come vanno le cose in questi tempi di innovazione selvaggia. Per ovvie ragioni di riservatezza, ometterò tutti i dettagli possibili, poiché in pratica si è trattata di un'introduzione ad un prodotto non ancora in commercio.

Una piccola premessa: non c'è modo di controllare le mie affermazioni, purtroppo posso solo chiedere di avere fiducia; io stesso, al di là di alcune foto viste su uno smartphone, non ho prove che quello che vi sto per raccontare sia completamente vero. Però è plausibile, ed è quello che mi interessa.

Il prodotto in questione tratta i rifiuti casalinghi in ottica di economia circolare: in pratica, ottenendo dai rifiuti materiale in qualche modo riutilizzabile, quindi un lodevole scopo, con finalità anche ecologiche. Il problema è che alla vendita questo prodotto costerebbe nmila euro, cosa che lo renderebbe un prodotto di nicchia, per veri ambientalisti che non sanno come spendere altrimenti i soldi. La soluzione? Aggiungendo opportuni "sensori", l'apparecchio fa una sorta di analisi dei rifiuti e tramite un collegamento internet, li invia a chissà chi per entrare a far parte di quel calderone di informazioni che oggi vanno col nome di Big Data. Attraverso la vendita di questi dati, il costo al dettaglio dovrebbe scendere parecchio, molto, ma molto di più del 50%, portandolo al livello di altri elettrodomestici molto comuni nelle nostre case (e ben al di sotto del costo di certi telefonini con la mela...). Geniale, no? Talmente geniale, che il primo posto dove stanno cercando di piazzare questi apparecchi, e Dio solo sa se quanto ce n'è bisogno, è Roma!

Per chi non lo sapesse: col nome Big Data si intendono quei sistemi che da gigantesche quantità di informazioni non strutturate (e, speriamo, anonime) estrapolano poche ma importanti informazioni utilizzabili agli scopi più disparati (e legali, s'intende).

Perché la storia è interessante? Beh, perché ci insegna che i nostri dati, inclusi quelli della nostra spazzatura, sono preziosissimi per qualcuno, tanto da poter essere venduti. Sono preziosissimi perché raccontano i nostri consumi; come  essi variano nel tempo; e magari anche la qualità dei prodotti che consumiamo. Informazioni fondamentali per chi programma investimenti nello sviluppo di un nuovo prodotto. E la vendita di tali dati è talmente remunerativa da giustificare uno "sconto" (diciamo intorno al 80%) che in ogni altro caso darebbe naturalmente adito a sospetti di truffa. Dimenticavo: il costo del collegamento internet non è a carico del consumatore, ma del produttore...

Questa storia, tra le altre cose, mi ha un po' aperto gli occhi su quello che sta diventando un mantra del mercato digitale, ossia l'Internet delle cose (ne avevo parlato, in modo alquanto critico, in un vecchio post): cioè collegare ad internet qualsiasi oggetto. Ed anche il costo relativamente basso di questi oggetti potrebbe spiegarsi, oltre che con l'assoluta mancanza di qualsiasi misura di sicurezza informatica, proprio con il principio di raccogliere dati e poi rivenderli profumatamente.

In conclusione, non posso che tornare al tormentone che ripropongo sempre ultimamente: pur di risparmiare nell'acquisto di un prodotto/servizio, siete davvero disposti a rinunciare a proteggere i vostri dati personali (anche se in fondo, si tratta solo di monnezza)?

sabato 27 gennaio 2018

Un post è per sempre

Tempo di elezioni. Tempo di esternazioni. Uno strazio. Però anche tempo in cui è più probabile trovare materiale per riflettere sui post dei social. Sì, perché capita sovente in questi giorni di sentire ai TG di un qualche politico che prima scrive un post "infelice" su Facebook o Twitter (tipicamente) o altri social, e poi lo rimuove dopo le immancabili polemiche.
Proprio perché siamo sotto elezioni, il meccanismo viene esasperato: giornalisti e avversari politici controllano quasi in tempo reale i profili social dei leader e/o candidati, proprio in attesa di un post su cui costruire una notizia; se poi il contenuto del post si presta a essere interpretato in senso negativo (per chi lo ha scritto), è una vera manna dal cielo. Quindi, prima regola: appena vedi il post, salvalo! Non sia mai venga rimosso. Basta catturare lo schermo in una immagine ed il gioco è fatto. Tempo richiesto: pochi secondi. E se il post viene eliminato, ecco che spuntano come funghi gli screenshot a futura memoria. E il povero mentecatto politico si ritrova a dover spiegare, scusarsi, controaccusare... di lasciar perdere, ovviamente, non se ne parla proprio.

Lasciamo la politica, che ce la dovremo sorbire a sufficienza di qui alle elezioni, e torniamo a casi più calzanti nella nostra vita. Un messaggio scritto in un momento di stress; video o foto imbarazzanti; una battuta che urta le sensibilità altrui: a chi non è capitato? Il problema è che pentirsi non è più sufficiente: una volta che quel messaggio/foto/battuta (più in generale: dato) ha lasciato il dispositivo su cui noi l'abbiamo creato, per finire all'interno dei meandri del servizio (social o sito) verso cui l'abbiamo postato, il controllo è perso. Non lasciatevi ingannare dalla possibilità di cancellare: essa esiste, funziona pure (anche se spesso non è immediata: è scritto nelle privacy policy...), ma non è sufficiente. Chiunque veda il nostro dato prima della cancellazione ha la possibilità, in vari modi (come quello che citavo all'inizio), di crearsene una sua copia, e poi di farne quello che vuole; compreso ri-postarlo da qualche altra parte o inviarlo a chi vuole. Esiste anche un servizio di archiviazione, utilissimo sotto molti punti di vista, ma deleterio per il caso che stiamo esaminando: archive.org, che permette di salvare una copia di qualsiasi risorsa internet accessibile tramite URL in quel momento, rendendo di fatto qualsiasi modifica  o cancellazione successiva inutile.

E la privacy? Dal punto di vista normativo, esiste la possibilità (rafforzata dal Regolamento Europeo che sarà applicabile dal prossimo maggio) di richiedere ai gestori dei servizi la cancellazione di qualsiasi dato personale, indipendentemente dal consenso concesso nel passato (il cosiddetto Diritto all'oblio). Benissimo, ma i tempi sono inevitabilmente lunghi e soprattutto il potere applicativo della normativa si ferma poi inevitabilmente davanti ai conflitti di giurisdizione per tutti quei servizi che risiedono fisicamente e legalmente all'infuori dell'Unione Europea.

La sostanza è che ogni nostro dato che finisce su qualche servizio internet viene immediatamente copiato e rielaborato in mille forme, a nostra insaputa e quindi senza che possiamo controllarle, ed eliminarlo completamente diviene impossibile. Anche se per assurdo esistesse la capacità di eliminarlo da ogni servizio internet, potrebbe sempre succedere che qualche persona poco simpatica ne tenga una copia privata e la ripubblichi dopo un po' di tempo. Ancora una volta, la nostra intelligenza è l'arma più potente che abbiamo per evitare brutte esperienze. I primi gestori della nostra privacy siamo noi. Ovvero: pensiamoci dieci volte prima di postare qualcosa.

Se tutto questo non bastasse, voglio proporre una mia riflessione. Uno dei romanzi più belli di John Grisham (La giuria) racconta di una causa contro la lobby del tabacco, accusata di aver deliberatamente pubblicizzato uno stile di vita che includesse il fumo come elemento di distinzione sociale, in modo da invogliare i giovani ad iniziare a fumare e quindi garantirsi clienti di lungo corso, a scapito della salute. Bene, a me sembra che è successa una cosa simile quando sono apparsi i primi social e se ne è cominciata a vedere la potenzialità economica: i giovani sono stati deliberatamente attratti verso servizi tutt'altro che fondamentali facendo leva sulla condivisione, concetto di per sé assolutamente positivo ma in questo contesto riproposto con un significato diverso, che va proprio nella direzione opposta rispetto a quello della privacy. Il risultato è che ora ci ritroviamo a dover combattere una guerra contro questo atteggiamento, dovendo ri-educare i ragazzi al corretto uso dei social (e degli altri strumenti digitali, ovviamente), in un'ottica di auto-protezione delle informazioni personali.

Qualcuno potrebbe chiedersi perché dobbiamo farlo; o, in altre parole, qual'è il valore della privacy. Un primo motivo, forse secondario come importanza, è semplicemente quello che i nostri dati personali permettono ad altri di arricchirsi (si dice che i dati personali sono l'oro del terzo millennio). Ma il motivo principale è che le informazioni che ci appartengono permettono agli altri di farci del male: lo dimostrano i casi di suicidio e cyberbullismo che le recenti cronache ci hanno raccontato.

Infine, dal punto di vista tecnico, ho una piccola proposta: perché non indirizzare gli studi sull'intelligenza artificiale anche verso la possibilità di trovare in rete tutte le copie, anche rielaborate, dei nostri dati, in modo da dare al diritto all'oblio un potere maggiore?

giovedì 11 gennaio 2018

Batterie, processori, prestazioni e sospetti

Prima delle vacanze natalizie c'è stato lo "scandalo" Apple: gli aggiornamenti di iOS usciti in concomitanza dell'inizio delle vendite dei nuovi iPhone rallentavano le app per via della degradazione delle prestazioni delle batterie più vecchie di un anno. La spiegazione tecnica fornita, in realtà, sembrava avere senso, certo i tempi erano assolutamente sospetti, infatti alla fine si sono scusati, forse vittime oltre le loro effettive colpe. Comunque sia il tema dell'obsolescenza programmata non è una novità... diciamo che per certi versi è prassi comune.

Mi riferisco in particolare al malcostume dello sviluppo dei sistemi operativi e delle applicazioni: inserimento di funzionalità tendenti all'inutile, insieme ad un appesantimento generale delle risorse, supporto al vecchio hardware eliminato ad arte... conviene a tutti. E anche il sospetto che certe tecniche di programmazione moderne, insieme ai linguaggi di programmazione più recenti, vadano proprio nel senso di non-ottimizzazione per alzare i requisiti di prestazione dell'hardware. I primi programmatori, complici anche schede di memoria grosse come quadri e costose come un Picasso, centellinavano i bit... oggi si usano 64 bit (8 byte) anche per i valori booleani (cioè: vero e falso), perché le memorie costano poco ed i programmatori pure!

Ora (inizio del 2018) è il momento dei processori, con delle falle nella progettazione che potenzialmente (per fortuna al momento non si conoscono casi effettivi di sfruttamento) possono causare danni catastrofici. In pratica, ciò che per decenni abbiamo considerato come ipersicuro, e quindi posto privilegiato dove salvare le informazioni più sensibili, ora si è scoperto essere accessibile anche dai livelli di sicurezza più bassi... Per fare una similitudine, pensate ai caveau di una banca: porte spesse un metro, guardie armate, chiavi multiple, etc, e poi si scopre che c'è la porticina senza chiave da cui entra il personale delle pulizie. In ogni caso, poiché cambiare tutti i processori degli ultimi 10 anni non è possibile, si ricorre a soluzioni software, perfettamente funzionanti (si spera!) ma che causano degradazione delle prestazioni. Proprio come le batterie di Apple. E siccome a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina... non è che questa situazione (sicuramente involontaria, e per certi versi gestita correttamente) non venga sfruttata per introdurre un altro tassello nell'ottica obsolescenza programmata???

Ribadisco, non sto dicendo che il tutto è stato fatto ad arte: il dubbio che mi viene è che qualcuno sfrutti la situazione per indurre i consumatori (che non siamo solo noi, possono essere anche grandi multinazionali) ad acquisti altrimenti rimandabili. Personalmente ritengo che il calo di prestazione fin qui prospettato dai primi risultati dei test siano accettabili per la stragrande maggioranza dei casi; e dove non arrivasse la pazienza, dovrebbe sopperire il buon senso: meglio un po' di tempo in più per aprire la porta che trovarsi il caveau vuoto!

giovedì 21 dicembre 2017

#AbbandonoWindows Parte terza: l'ottimizzazione

L'ultima volta che scrivevo del mio nuovo corso informatico (casalingo) era fine luglio, poco prima delle vacanze estive; in prossimità di quelle natalizie, è ora di raccontare i progressi fatti.

Il primo risultato è stato capire il problema della qualità del video, in particolare dei font: spulciando nel web, ho trovato notizie che effettivamente ChromeOS non va d'accordo con le risoluzioni non standard; unica soluzione, cambiare il monitor. Detto, fatto, a settembre ho preso un nuovo monitor TV e ci ho guadagnato anche nel poter vedere i canali in FullHD e anche il picture in picture (cioè posso vedere la tv in un riquadro sopra il desktop, ma anche viceversa).

Altro problema era quello che, contrariamente a quanto avevo trovato dichiarato, non riuscivo a fare il boot da USB di un altro sistema operativo. Una giorno mi ci sono messo d'impegno ed infatti in un quarto d'ora il problema era risolto: bastava fare l'aggiornamento del firmware, limitatamente alla sezione (tecnicamente: payload) relativo appunto all'emulazione di un normale BIOS. Fatte un paio di prove con un paio di drive USB, ho fatto un ulteriore passo avanti: provare a mettere una distribuzione Linux "normale" a fianco di ChromeOS. Scoperto che è stata sviluppata una distribuzione ottimizzata per i Chromebook/Chromebox (chiamata GalliumOS e derivata da Ubuntu) ho deciso di provarla, ma nel farlo ho commesso un'errore strategico: utilizzare la scheda SD su cui risiede la distribuzione Debian in chroot (vedere articolo precedente). Ovviamente ho fatto il backup, prima... e l'ho anche testato, ma dimenticandomi  un parametro fondamentale (lo scoprirò poi). Nel giro di mezza giornata, GalliumOS era funzionante, con installati i software fondamentali, in comunicazione con GoogleDrive, in grado di stampare (cosa che con Debian ancora non riuscivo a fare) e addirittura con i giusti driver per la scheda video, per cui ero in grado di vedere un filmato in FullHD in modo assolutamente fluido: insomma, un'ulteriore vittoria!


Tanta la foga nell'usare e configurare GalliumOS, che devo aver fatto qualcosa senza la necessaria attenzione, per cui il giorno dopo non partiva più. Senza farla troppo lunga: ho ripristinato la chroot di Debian, scoprendo che non avendo usato il maledetto parametro avevo i file con la proprietà all'utente sbagliato, risultato nemmeno Debian partiva (smanettando un po' ci sono poi riuscito). Memore però della buona impressione ricevuta da GalliumOS, ho riutilizzato crouton per installare una seconda chroot, questa volta con Ubuntu, che dopo una veloce personalizzazione è diventata il mio ambiente di lavoro primario, mentre ChromeOS lo uso quasi esclusivamente per la navigazione web.


Problemi rimasti? Beh, un paio si: lo scanner della stampante multifunzione non viene riconosciuto, e LibreOffice non va ancora molto d'accordo con i documenti che provengono da Office. Poi sicuramente riproverò GalliumOS, questa volta con la dovuta attenzione.

Le considerazioni finali sono queste. Rispetto a qualche anno fa, le distribuzioni Linux hanno raggiunto una certa maturità che permettono di essere configurate, in termini di applicazioni, praticamente come, ed in modo molto più veloce, rispetto a Windows, con però la notevolissima eccezione di una suite simile a Office, dalla quale purtroppo è difficile prescindere. L'utilizzo giornaliero è ormai prossimo ad essere alla portata di tutti, mentre la fase di installazione e risoluzione dei problemi richiedono comunque un grado di cultura informatica superiore a quella comunemente posseduta (peraltro, lo stesso vale per Windows, nonostante ci vogliano nascondere ciò dietro le preinstallazioni... peccato che prima o poi Windows vada installato ex novo!). Ma quello che secondo me rimane il grande ostacolo è il cambio di paradigma che si ha passando da Windows a Linux: rispetto al primo, usare il secondo significa avere le idee chiare su ciò che si vuol fare e come, in modo da indirizzare opportunamente le proprie scelte in fase di configurazione, data la miriade di diverse opzioni disponibili. Un esempio concreto riguarda proprio la prima scelta da operare, cioè quale distribuzione usare: ne esistono a centinaia, ognuna con le sue specificità, e "migliore" o "peggiore" non è un parametro oggettivo, ma soggettivo, proprio in base alle proprie esigenze. Purtroppo le proprie esigenze è un concetto oscuro per molti utenti...

sabato 2 dicembre 2017

L'elisir di lunga vita

Di mio nonno materno, che non ho mai conosciuto, conosco principalmente due passioni: la lirica e la tecnologia. Sulla prima poco da dire; ma sulla seconda, consideriamo che siamo negli anni '50 e '60, è il periodo del boom economico e si affacciano i primi apparecchi casalinghi. Per molti, sono il televisore e il frigorifero; per mio nonno, tra gli altri, l'antesignano del registratore a nastro: il magnetofono Geloso.


Lo utilizzava, tra le altre cose, per registrarsi cantare le arie d'opera, con apprezzabili risultati, per essere un dilettante. Ovviamente quei nastri sono un ricordo per i figli, e di conseguenza hanno un valore inestimabile.
Problema: i nastri del Geloso vengono riprodotti solo dal Geloso. Poi negli anni '80 sono arrivati nelle nostre case i registratori a cassetta: che altro non erano che la "miniaturizzazione" del Geloso. Conseguenza: le vacanze di Natale degli anni '80 io me le ricordo passate a fare vari tentativi di passare le registrazioni canore di nonno alle cassette. Non ricordo quante ne abbiamo fatte, forse un paio; non era per niente facile, i vari cavi coi jack ed altri tipi di connettore erano di là da venire. Non so dove sono le cassette, ricordo di averle ascoltate un paio di volte ma molti anni fa. Sarebbe naturale passarle in digitale, pur con tutti i limiti di qualità che sono facilmente immaginabili; ma sempre meglio che niente. Allora sì che avremmo risolto definitivamente il problema.

Definitivamente? Ne siamo proprio sicuri?
Già, perché sarà anche vero che avremmo i nostri file, "eterni" dal punto di vista del contenuto informativo, ma il supporto? I dischi ottici (CD, DVD, BR) eterni non sono per niente: quelli masterizzati durano una decina d'anni, mica secoli (quelli stampati durano sicuramente di più, se non vengono graffiati...). I dischi meccanici sono quelli più soggetti a guasti, appunto, meccanici, ed essendo comunque magnetici possono subire danni anche da campi elettrici troppo intensi. I dischi a stato solido (e i drive USB, il principio è lo stesso) hanno un limite non così alto sui cicli di scrittura. I nastri magnetici, peraltro usati solo in ambito professionale, possono danneggiarsi e smagnetizzarsi. Di fatto, non esiste un supporto che garantisca durata lunga a sufficienza per quei dati che non possiamo permetterci di perdere. Non so cosa ci riserva il futura, dal punto di vista di nuove tecnologie; per quel che mi ricordo dai miei lontani studi di chimica e fisica, i materiali più duraturi sono costosissimi (oro e diamanti, per fare gli esempi più noti).


Sembra un problema senza via d'uscita, ma in realtà ripensiamo al problema iniziale: l'unico modo sensato per allungare la vita ai nostri ricordi è semplicemente quello di travasarli da un supporto ad un altro, in continuazione, fino a che ne avremo voglia. Nel caso dei dati digitali, copiarli. Da un supporto ad un altro, potenzialmente all'infinito. Purché si abbia l'accortezza di avere sempre più di una copia a disposizione, e fare le nuove copie prima che accada qualche guaio alle vecchie.

E comunque, i lettori più attenti noteranno che il principio cardine di questo approccio è lo stesso che risolve un altro tipo di problema: i backup...