sabato 27 gennaio 2018

Un post è per sempre

Tempo di elezioni. Tempo di esternazioni. Uno strazio. Però anche tempo in cui è più probabile trovare materiale per riflettere sui post dei social. Sì, perché capita sovente in questi giorni di sentire ai TG di un qualche politico che prima scrive un post "infelice" su Facebook o Twitter (tipicamente) o altri social, e poi lo rimuove dopo le immancabili polemiche.
Proprio perché siamo sotto elezioni, il meccanismo viene esasperato: giornalisti e avversari politici controllano quasi in tempo reale i profili social dei leader e/o candidati, proprio in attesa di un post su cui costruire una notizia; se poi il contenuto del post si presta a essere interpretato in senso negativo (per chi lo ha scritto), è una vera manna dal cielo. Quindi, prima regola: appena vedi il post, salvalo! Non sia mai venga rimosso. Basta catturare lo schermo in una immagine ed il gioco è fatto. Tempo richiesto: pochi secondi. E se il post viene eliminato, ecco che spuntano come funghi gli screenshot a futura memoria. E il povero mentecatto politico si ritrova a dover spiegare, scusarsi, controaccusare... di lasciar perdere, ovviamente, non se ne parla proprio.

Lasciamo la politica, che ce la dovremo sorbire a sufficienza di qui alle elezioni, e torniamo a casi più calzanti nella nostra vita. Un messaggio scritto in un momento di stress; video o foto imbarazzanti; una battuta che urta le sensibilità altrui: a chi non è capitato? Il problema è che pentirsi non è più sufficiente: una volta che quel messaggio/foto/battuta (più in generale: dato) ha lasciato il dispositivo su cui noi l'abbiamo creato, per finire all'interno dei meandri del servizio (social o sito) verso cui l'abbiamo postato, il controllo è perso. Non lasciatevi ingannare dalla possibilità di cancellare: essa esiste, funziona pure (anche se spesso non è immediata: è scritto nelle privacy policy...), ma non è sufficiente. Chiunque veda il nostro dato prima della cancellazione ha la possibilità, in vari modi (come quello che citavo all'inizio), di crearsene una sua copia, e poi di farne quello che vuole; compreso ri-postarlo da qualche altra parte o inviarlo a chi vuole. Esiste anche un servizio di archiviazione, utilissimo sotto molti punti di vista, ma deleterio per il caso che stiamo esaminando: archive.org, che permette di salvare una copia di qualsiasi risorsa internet accessibile tramite URL in quel momento, rendendo di fatto qualsiasi modifica  o cancellazione successiva inutile.

E la privacy? Dal punto di vista normativo, esiste la possibilità (rafforzata dal Regolamento Europeo che sarà applicabile dal prossimo maggio) di richiedere ai gestori dei servizi la cancellazione di qualsiasi dato personale, indipendentemente dal consenso concesso nel passato (il cosiddetto Diritto all'oblio). Benissimo, ma i tempi sono inevitabilmente lunghi e soprattutto il potere applicativo della normativa si ferma poi inevitabilmente davanti ai conflitti di giurisdizione per tutti quei servizi che risiedono fisicamente e legalmente all'infuori dell'Unione Europea.

La sostanza è che ogni nostro dato che finisce su qualche servizio internet viene immediatamente copiato e rielaborato in mille forme, a nostra insaputa e quindi senza che possiamo controllarle, ed eliminarlo completamente diviene impossibile. Anche se per assurdo esistesse la capacità di eliminarlo da ogni servizio internet, potrebbe sempre succedere che qualche persona poco simpatica ne tenga una copia privata e la ripubblichi dopo un po' di tempo. Ancora una volta, la nostra intelligenza è l'arma più potente che abbiamo per evitare brutte esperienze. I primi gestori della nostra privacy siamo noi. Ovvero: pensiamoci dieci volte prima di postare qualcosa.

Se tutto questo non bastasse, voglio proporre una mia riflessione. Uno dei romanzi più belli di John Grisham (La giuria) racconta di una causa contro la lobby del tabacco, accusata di aver deliberatamente pubblicizzato uno stile di vita che includesse il fumo come elemento di distinzione sociale, in modo da invogliare i giovani ad iniziare a fumare e quindi garantirsi clienti di lungo corso, a scapito della salute. Bene, a me sembra che è successa una cosa simile quando sono apparsi i primi social e se ne è cominciata a vedere la potenzialità economica: i giovani sono stati deliberatamente attratti verso servizi tutt'altro che fondamentali facendo leva sulla condivisione, concetto di per sé assolutamente positivo ma in questo contesto riproposto con un significato diverso, che va proprio nella direzione opposta rispetto a quello della privacy. Il risultato è che ora ci ritroviamo a dover combattere una guerra contro questo atteggiamento, dovendo ri-educare i ragazzi al corretto uso dei social (e degli altri strumenti digitali, ovviamente), in un'ottica di auto-protezione delle informazioni personali.

Qualcuno potrebbe chiedersi perché dobbiamo farlo; o, in altre parole, qual'è il valore della privacy. Un primo motivo, forse secondario come importanza, è semplicemente quello che i nostri dati personali permettono ad altri di arricchirsi (si dice che i dati personali sono l'oro del terzo millennio). Ma il motivo principale è che le informazioni che ci appartengono permettono agli altri di farci del male: lo dimostrano i casi di suicidio e cyberbullismo che le recenti cronache ci hanno raccontato.

Infine, dal punto di vista tecnico, ho una piccola proposta: perché non indirizzare gli studi sull'intelligenza artificiale anche verso la possibilità di trovare in rete tutte le copie, anche rielaborate, dei nostri dati, in modo da dare al diritto all'oblio un potere maggiore?

giovedì 11 gennaio 2018

Batterie, processori, prestazioni e sospetti

Prima delle vacanze natalizie c'è stato lo "scandalo" Apple: gli aggiornamenti di iOS usciti in concomitanza dell'inizio delle vendite dei nuovi iPhone rallentavano le app per via della degradazione delle prestazioni delle batterie più vecchie di un anno. La spiegazione tecnica fornita, in realtà, sembrava avere senso, certo i tempi erano assolutamente sospetti, infatti alla fine si sono scusati, forse vittime oltre le loro effettive colpe. Comunque sia il tema dell'obsolescenza programmata non è una novità... diciamo che per certi versi è prassi comune.

Mi riferisco in particolare al malcostume dello sviluppo dei sistemi operativi e delle applicazioni: inserimento di funzionalità tendenti all'inutile, insieme ad un appesantimento generale delle risorse, supporto al vecchio hardware eliminato ad arte... conviene a tutti. E anche il sospetto che certe tecniche di programmazione moderne, insieme ai linguaggi di programmazione più recenti, vadano proprio nel senso di non-ottimizzazione per alzare i requisiti di prestazione dell'hardware. I primi programmatori, complici anche schede di memoria grosse come quadri e costose come un Picasso, centellinavano i bit... oggi si usano 64 bit (8 byte) anche per i valori booleani (cioè: vero e falso), perché le memorie costano poco ed i programmatori pure!

Ora (inizio del 2018) è il momento dei processori, con delle falle nella progettazione che potenzialmente (per fortuna al momento non si conoscono casi effettivi di sfruttamento) possono causare danni catastrofici. In pratica, ciò che per decenni abbiamo considerato come ipersicuro, e quindi posto privilegiato dove salvare le informazioni più sensibili, ora si è scoperto essere accessibile anche dai livelli di sicurezza più bassi... Per fare una similitudine, pensate ai caveau di una banca: porte spesse un metro, guardie armate, chiavi multiple, etc, e poi si scopre che c'è la porticina senza chiave da cui entra il personale delle pulizie. In ogni caso, poiché cambiare tutti i processori degli ultimi 10 anni non è possibile, si ricorre a soluzioni software, perfettamente funzionanti (si spera!) ma che causano degradazione delle prestazioni. Proprio come le batterie di Apple. E siccome a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina... non è che questa situazione (sicuramente involontaria, e per certi versi gestita correttamente) non venga sfruttata per introdurre un altro tassello nell'ottica obsolescenza programmata???

Ribadisco, non sto dicendo che il tutto è stato fatto ad arte: il dubbio che mi viene è che qualcuno sfrutti la situazione per indurre i consumatori (che non siamo solo noi, possono essere anche grandi multinazionali) ad acquisti altrimenti rimandabili. Personalmente ritengo che il calo di prestazione fin qui prospettato dai primi risultati dei test siano accettabili per la stragrande maggioranza dei casi; e dove non arrivasse la pazienza, dovrebbe sopperire il buon senso: meglio un po' di tempo in più per aprire la porta che trovarsi il caveau vuoto!

giovedì 21 dicembre 2017

#AbbandonoWindows Parte terza: l'ottimizzazione

L'ultima volta che scrivevo del mio nuovo corso informatico (casalingo) era fine luglio, poco prima delle vacanze estive; in prossimità di quelle natalizie, è ora di raccontare i progressi fatti.

Il primo risultato è stato capire il problema della qualità del video, in particolare dei font: spulciando nel web, ho trovato notizie che effettivamente ChromeOS non va d'accordo con le risoluzioni non standard; unica soluzione, cambiare il monitor. Detto, fatto, a settembre ho preso un nuovo monitor TV e ci ho guadagnato anche nel poter vedere i canali in FullHD e anche il picture in picture (cioè posso vedere la tv in un riquadro sopra il desktop, ma anche viceversa).

Altro problema era quello che, contrariamente a quanto avevo trovato dichiarato, non riuscivo a fare il boot da USB di un altro sistema operativo. Una giorno mi ci sono messo d'impegno ed infatti in un quarto d'ora il problema era risolto: bastava fare l'aggiornamento del firmware, limitatamente alla sezione (tecnicamente: payload) relativo appunto all'emulazione di un normale BIOS. Fatte un paio di prove con un paio di drive USB, ho fatto un ulteriore passo avanti: provare a mettere una distribuzione Linux "normale" a fianco di ChromeOS. Scoperto che è stata sviluppata una distribuzione ottimizzata per i Chromebook/Chromebox (chiamata GalliumOS e derivata da Ubuntu) ho deciso di provarla, ma nel farlo ho commesso un'errore strategico: utilizzare la scheda SD su cui risiede la distribuzione Debian in chroot (vedere articolo precedente). Ovviamente ho fatto il backup, prima... e l'ho anche testato, ma dimenticandomi  un parametro fondamentale (lo scoprirò poi). Nel giro di mezza giornata, GalliumOS era funzionante, con installati i software fondamentali, in comunicazione con GoogleDrive, in grado di stampare (cosa che con Debian ancora non riuscivo a fare) e addirittura con i giusti driver per la scheda video, per cui ero in grado di vedere un filmato in FullHD in modo assolutamente fluido: insomma, un'ulteriore vittoria!


Tanta la foga nell'usare e configurare GalliumOS, che devo aver fatto qualcosa senza la necessaria attenzione, per cui il giorno dopo non partiva più. Senza farla troppo lunga: ho ripristinato la chroot di Debian, scoprendo che non avendo usato il maledetto parametro avevo i file con la proprietà all'utente sbagliato, risultato nemmeno Debian partiva (smanettando un po' ci sono poi riuscito). Memore però della buona impressione ricevuta da GalliumOS, ho riutilizzato crouton per installare una seconda chroot, questa volta con Ubuntu, che dopo una veloce personalizzazione è diventata il mio ambiente di lavoro primario, mentre ChromeOS lo uso quasi esclusivamente per la navigazione web.


Problemi rimasti? Beh, un paio si: lo scanner della stampante multifunzione non viene riconosciuto, e LibreOffice non va ancora molto d'accordo con i documenti che provengono da Office. Poi sicuramente riproverò GalliumOS, questa volta con la dovuta attenzione.

Le considerazioni finali sono queste. Rispetto a qualche anno fa, le distribuzioni Linux hanno raggiunto una certa maturità che permettono di essere configurate, in termini di applicazioni, praticamente come, ed in modo molto più veloce, rispetto a Windows, con però la notevolissima eccezione di una suite simile a Office, dalla quale purtroppo è difficile prescindere. L'utilizzo giornaliero è ormai prossimo ad essere alla portata di tutti, mentre la fase di installazione e risoluzione dei problemi richiedono comunque un grado di cultura informatica superiore a quella comunemente posseduta (peraltro, lo stesso vale per Windows, nonostante ci vogliano nascondere ciò dietro le preinstallazioni... peccato che prima o poi Windows vada installato ex novo!). Ma quello che secondo me rimane il grande ostacolo è il cambio di paradigma che si ha passando da Windows a Linux: rispetto al primo, usare il secondo significa avere le idee chiare su ciò che si vuol fare e come, in modo da indirizzare opportunamente le proprie scelte in fase di configurazione, data la miriade di diverse opzioni disponibili. Un esempio concreto riguarda proprio la prima scelta da operare, cioè quale distribuzione usare: ne esistono a centinaia, ognuna con le sue specificità, e "migliore" o "peggiore" non è un parametro oggettivo, ma soggettivo, proprio in base alle proprie esigenze. Purtroppo le proprie esigenze è un concetto oscuro per molti utenti...

sabato 2 dicembre 2017

L'elisir di lunga vita

Di mio nonno materno, che non ho mai conosciuto, conosco principalmente due passioni: la lirica e la tecnologia. Sulla prima poco da dire; ma sulla seconda, consideriamo che siamo negli anni '50 e '60, è il periodo del boom economico e si affacciano i primi apparecchi casalinghi. Per molti, sono il televisore e il frigorifero; per mio nonno, tra gli altri, l'antesignano del registratore a nastro: il magnetofono Geloso.


Lo utilizzava, tra le altre cose, per registrarsi cantare le arie d'opera, con apprezzabili risultati, per essere un dilettante. Ovviamente quei nastri sono un ricordo per i figli, e di conseguenza hanno un valore inestimabile.
Problema: i nastri del Geloso vengono riprodotti solo dal Geloso. Poi negli anni '80 sono arrivati nelle nostre case i registratori a cassetta: che altro non erano che la "miniaturizzazione" del Geloso. Conseguenza: le vacanze di Natale degli anni '80 io me le ricordo passate a fare vari tentativi di passare le registrazioni canore di nonno alle cassette. Non ricordo quante ne abbiamo fatte, forse un paio; non era per niente facile, i vari cavi coi jack ed altri tipi di connettore erano di là da venire. Non so dove sono le cassette, ricordo di averle ascoltate un paio di volte ma molti anni fa. Sarebbe naturale passarle in digitale, pur con tutti i limiti di qualità che sono facilmente immaginabili; ma sempre meglio che niente. Allora sì che avremmo risolto definitivamente il problema.

Definitivamente? Ne siamo proprio sicuri?
Già, perché sarà anche vero che avremmo i nostri file, "eterni" dal punto di vista del contenuto informativo, ma il supporto? I dischi ottici (CD, DVD, BR) eterni non sono per niente: quelli masterizzati durano una decina d'anni, mica secoli (quelli stampati durano sicuramente di più, se non vengono graffiati...). I dischi meccanici sono quelli più soggetti a guasti, appunto, meccanici, ed essendo comunque magnetici possono subire danni anche da campi elettrici troppo intensi. I dischi a stato solido (e i drive USB, il principio è lo stesso) hanno un limite non così alto sui cicli di scrittura. I nastri magnetici, peraltro usati solo in ambito professionale, possono danneggiarsi e smagnetizzarsi. Di fatto, non esiste un supporto che garantisca durata lunga a sufficienza per quei dati che non possiamo permetterci di perdere. Non so cosa ci riserva il futura, dal punto di vista di nuove tecnologie; per quel che mi ricordo dai miei lontani studi di chimica e fisica, i materiali più duraturi sono costosissimi (oro e diamanti, per fare gli esempi più noti).


Sembra un problema senza via d'uscita, ma in realtà ripensiamo al problema iniziale: l'unico modo sensato per allungare la vita ai nostri ricordi è semplicemente quello di travasarli da un supporto ad un altro, in continuazione, fino a che ne avremo voglia. Nel caso dei dati digitali, copiarli. Da un supporto ad un altro, potenzialmente all'infinito. Purché si abbia l'accortezza di avere sempre più di una copia a disposizione, e fare le nuove copie prima che accada qualche guaio alle vecchie.

E comunque, i lettori più attenti noteranno che il principio cardine di questo approccio è lo stesso che risolve un altro tipo di problema: i backup...

sabato 25 novembre 2017

La biometria e la falsa sicurezza

Non so se avete saputo, visto che la notizia è passata sotto silenzio (😉), ma è in commercio da qualche settimana il nuovo iPhone; e tra le nuove funzionalità, c'è Face ID, cioè lo sblocco dello smartphone attraverso il riconoscimento facciale. In questo caso molto avanzato (viene utilizzata una mappatura tridimensionale), tuttavia circolano in rete, e non mi risultano siano state smentite, notizie secondo cui si è ottenuto uno sblocco "fraudolento" tramite una maschera di silicone (dal costo di 150$), oppure con un familiare, come un fratello ma anche un figlio.
Non è proprio la stessa cosa, però qualche giorno fa mi è capitato di "sbloccare" la ricerca di Google sullo smartphone di un collega con la mia voce (casualmente, non stavamo facendo un esperimento mirato).

Questo genere di funzionalità fanno parte del ben più ampio campo della biometria utilizzata come metodo di riconoscimento considerato sicuro. Non siamo forse abituati all'utilizzo delle impronte digitali, che sono ormai anche dentro il passaporto e regolarmente utilizzate nelle procedure di ingresso in stati come gli USA?

Anche nel mondo digitale, lo sappiamo benissimo, c'è il problema del riconoscimento sicuro, perché il furto di identità può avere impatti notevolissimi sulla vita del malcapitato, anche fuori dal mondo virtuale (basta pensare cosa accade se l'identità in questione è quella del conto corrente bancario). La sicurezza della propria identità è affidata primariamente all'odiatissima password, però è ormai chiaro che non basta più; e per questo sono arrivati l'autenticazione a due fattori, dove alla password vera e propria viene affiancato un secondo codice generato casualmente con validità brevissima, ed appunto la biometria.

Ma non è tutt'oro quello che luccica. Ai più la biometria può essere l'uovo di colombo: una volta identificata quale sia la caratteristica fisica più adatta, cioè meno soggetta a falsi positivi, il gioco è fatto. La questione è un po' più delicata per almeno due motivi.
Il primo è la privacy: se la caratteristica in questione è sotto gli occhi di tutti e facilmente accessibile, chiunque è in grado di carpircela e riutilizzarla al nostro posto. Per esempio, ritornando all'inizio del post, la nostra faccia compare in migliaia, se non milioni, di immagini di cui spesso non conosciamo nemmeno l'esistenza. Nel caso (più estremo) delle impronte digitali, utilizzate già da tempo sugli smartphone non solo più di fascia alta, mi ricollego ad una serie televisiva di spionaggio (ma sono sicuro non fosse un'idea originale) in cui viene tagliato il dito ad una persona per poterlo utilizzare su un lettore di impronte al posto suo. Quindi occhio: impostare il riconoscimento facciale per qualche servizio critico, e poi postare selfie a raffica sui social, espone al rischio di essere chiamati dal sottoscritto "demente" (oltre a quello di ritrovarsi il conto bancario prosciugato).
Il secondo motivo riguarda un aspetto molto più tecnico, ma da tenere presente: una qualsiasi caratteristica fisica, una volta acquisita, è codificata digitalmente come sequenza binaria per poter essere memorizzata e confrontata (magari in modi non banali) con le nuove acquisizioni della stessa caratteristica nel momento in cui vengono utilizzate per l'identificazione; il che rende quel dato memorizzato estremamente critico, sia in termini di riservatezza che di protezione. Per dirla chiaramente: se viene perso (cancellato), addio identificazione e quindi accesso al servizio; se viene carpito fraudolentemente da qualcuno, non è possibile modificarlo come una password!

In conclusione, è molto imprudente considerare la biometria LA soluzione del problema identificazione sicura; è sicuramente una possibilità, e non secondaria, all'interno di un sistema più complesso. Personalmente preferisco l'autenticazione a due fattori con password (che posso scegliere, modificare, e mantenere realmente segreta) e secondo codice che sia invece generato da un ente terzo, rinnovabile e fornitomi in modo assolutamente riservato (tipo token o certificati digitali).

sabato 11 novembre 2017

A maggio 2018 "cambia" la normativa privacy

Nel mondo commerciale informatico è periodo di gran fermento perché incombe una scadenza: a maggio prossimo entra in vigore il nuovo Regolamento dell'Unione Europea sulla protezione dei dati personali delle persone fisiche (che contestualmente abroga le normative precedenti degli stati membri), e un po' tutte le aziende devono adeguarsi alle nuove norme. Basta che fate una ricerca per GDPR (l'acronimo che identifica la nuova normativa, anche se ufficialmente è nota come 2016/679) e ve ne renderete conto. E forse vi renderete conto che tra i risultati difficilmente troverete qualcosa che spiega cosa cambia per i cittadini, invece che per le aziende. Poiché anch'io mi sto occupando della faccenda, ed avendo letto tutta la normativa, mi sento intitolato fare un po' il punto della situazione per il punto di vista del popolo.

Diciamo subito che rispetto alla normativa italiana vigente, per il cittadino cambia poco: i principi generali sono gli stessi. Però, avendoli letti, devo dire che, nella teoria, sono piuttosto buoni, nel senso che al privato cittadino sono garantiti diritti e libertà notevoli. In verità eccezioni a questi diritti e libertà non mancano, però mi sento di dire che hanno ragion d'essere: queste eccezioni tutelano gli interessi generali degli stati, la ricerca scientifica e medica, le finalità statistiche e di conservazione storica, le questioni giudiziarie, etc. La novità più rilevante è che la protezione europea si applicherà sostanzialmente anche quando i nostri dati finiscono in realtà fuori dai confini europei (esempi concreti? Google, Facebook, Apple, Microsoft, Instagram, Twitter...  praticamente il 99% dei nostri dati!).

Quindi? Tutto bene? Possiamo stare tranquilli? Beh, no, perché c'è il solito "però".
Il "però" in questione in realtà non è tra le novità, è un principio già presente da parecchi anni, ed è questo: tutte le protezioni della normativa si applicano a meno che non ci sia stato esplicito consenso a che i nostri dati venissero trattati in una data maniera. Per dirla in concreto: se un qualche call center vi perseguita al telefono per offrirvi imperdibili opportunità di risparmio, quasi certamente non sta violando nessuna norma, perché il vostro numero di telefono, insieme al consenso ad essere chiamati alle ore più improbabili, glielo avete dato voi accettando le condizioni (che non avete letto) per scaricare qualche nuova fantastica app o per la tessera punti del supermercato.

Ma poiché non ho scritto questo post per puntarvi il dito contro (ovviamente anch'io non sono senza peccato...), vediamo cosa possiamo fare grazie alla normativa.
In primis, tra i vari diritti riconosciuti agli "interessati" (cioè: i proprietari dei dati personali) c'è quello della revoca del consenso; ovviamente la revoca, e le sue conseguenze (quasi sicuramente la perdita del diritto ad usufruire del servizio), hanno effetto solo dal momento della revoca, in modo non retroattivo.
Poi c'è il cosiddetto "diritto all'oblio", che dovrebbe permettere la cancellazione totale dei dati, sia dal titolare che li ha originariamente acquisiti, ma anche da tutti quelli a cui sono stati trasmessi. Però (daje!) dobbiamo fare i conti con la potenza e quindi l'ingovernabilità del web: pensare di far sparire tutte le le copie esistenti di una foto o un video imbarazzanti è pura utopia. Basta che qualcuno (un privato, non un'azienda) abbia scaricato una copia e poi la riproponga su qualche altro sito, social, o che ne so io... e addio oblio, senza che nessuna autorità possa farci nulla!
C'è anche la "portabilità" dei dati: è un concetto simile a quello per il numero di telefono quando passiamo da un operatore all'altro, in questo caso sembrerebbe voler consentire una roba tipo portare i propri dati da un servizio verso un altro, per esempio potremmo "spostare" una casella di posta elettronica da un provider ad un altro; pensando invece ad un social, sinceramente non capisco proprio come ciò possa accadere, se non altro perché ogni social ha le sue specificità e mal si adatta a prendere in carico dati "pensati" per un altro.
Altra importantissima questione riguarda il trattamento automatico, spesso noto come profilazione, nei casi che questo comporti una significativa conseguenza all'interessato (pensiamo per esempio alla concessione o meno di un prestito, o al calcolo del premio di un'assicurazione): ora (cioè, da maggio) sarà possibile opporsi a questi tipi di trattamento, oppure richiedere l'intervento umano.
Infine, nel caso malaugurato di compromissione dei dati personali, è fatto obbligo al titolare del trattamento di informare l'interessato, che può poi rivolgersi all'autorità giudiziaria per l'eventuale risarcimento del danno (le sanzioni pecuniarie sono state decisamente inasprite: per i casi limite può arrivare a 20 milioni di euro o il 4% del fatturato annuo!).

A parte i diritti, una novità che ritengo importante è come viene rivisto l'obbligo di fornire le informazioni relative al trattamento (la cosiddetta informativa): essa deve essere concisa, trasparente, intelligibile per l'interessato e facilmente accessibile; occorre utilizzare un linguaggio chiaro e semplice, e per i minori occorre prevedere informative idonee. Speriamo che questo obbligo venga veramente rispettato, soprattutto nel suo condivisibilissimo spirito, però è tutto inutile se poi noi non facciamo la nostra parte: l'informativa va letta, capita e sulla base di essa dobbiamo effettuare la scelta libera e consapevole se concedere o no il nostro consenso, che è quello che lascia mano libera al titolare di fare tutto quello che vuole (basta che l'abbia scritto). Ci saranno, è inevitabile, delle informative che ci porranno davanti ad una sorta di ricatto: o il consenso, oppure niente servizio. Essere cittadini consapevoli e liberi significa avere il coraggio di saper dire No.
L'informativa deve anche contenere i contatti del titolare del trattamento (e, ove nominato, del responsabile della protezione) a cui è possibile fare le richieste riguardanti tutti i propri diritti.

Infine, voglio spendere 2 parole per la protezione di dati dei minori. Il regolamento prevede che il consenso sia valido a partire dai 16 anni; sotto questo limite, è necessario il consenso dei genitori. Ricordo anche che normalmente l'iscrizione ai social network, a parte quelli specificatamente dedicati ai bambini, è possibile solo a partire dai 13 anni, ma sento dire da più parti che questa regola (di buon senso, prima che formale) è deliberatamente ignorata da alcuni genitori.
A questo proposito, anche se usciamo dall'ambito del Regolamento in quanto siamo nell'ambito della vita privata, segnalo questa recente sentenza sul fatto che le foto dei figli possono essere pubblicate solo se entrambi i genitori sono d'accordo. Il che a maggior ragione contrasta con il diffuso malcostume di pubblicare foto che ritraggono anche figli di altri, senza chiedere nessun permesso. Non è inutile sottolineare che l'analfabetismo digitale è un problema soprattutto per gli adulti che hanno responsabilità educative!

Per chi volesse approfondire gli argomenti relativi alla privacy, segnalo il sito dell'Autorità Garante italiana, che trovo ottimo dal punto di vista dei contenuti (magari è un po' vintage nell'aspetto...).

sabato 4 novembre 2017

Il voto digitale: si può fare!

Nelle settimane scorse ha fatto capolino in Italia un nuovo modo di raccogliere la volontà popolare (😂): in realtà in due modi molto diversi, nonostante li accomuni l'uso del digitale. Nella fattispecie, il Movimento 5 Stelle ha utilizzato quello che potremmo definire il voto online, cioè attraverso internet, e comodamente da casa; la regione Lombardia invece ha utilizzato quello che potremmo definire voto elettronico, sostituendo nei seggi le schede cartacee con un tablet ("voting machine", facilmente traducibile come apparecchio per il voto) che raccoglieva e registrava i voti. In entrambi i casi non sono mancate le polemiche sulle modalità e poi sui risultati (operativi) del voto, ma purtroppo in Italia non abbiamo la possibilità di avere un racconto veramente imparziale e veritiero di come sono andate le cose, per cui, non avendo avuto esperienza diretta in nessuno dei due casi, mi astengo da ogni commento; quello che però voglio sottolineare è che tutti i guai che sono apparsi sui giornali sono plausibili, cioè tecnicamente possibili. E partendo da questi, colgo l'occasione per fare le mie riflessioni sull'argomento, il quale inevitabilmente, ed auspicabilmente, diventerà un tema per il futuro del nostro paese (o forse, speriamo, già lo è).

La questione va affrontata sotto diversi aspetti.

Per primo affrontiamo quello della modalità del voto.
Rifacciamoci a quanto detto prima: si potrebbe votare da casa, quindi usando internet, o rimanere ancorati ai seggi, ancorché digitali. I vantaggi della prima modalità sono evidentemente la comodità per il cittadino (in particolare, non essere vincolati ad un luogo specifico, cioè la residenza anagrafica) e l'immediatezza dei risultati, d'altro canto i problemi di sicurezza (vedi sotto) sarebbero amplificati, in particolare per la verifica dell'identità. La seconda avrebbe enormi vantaggi in termini di sicurezza, evitando che vengano utilizzati dispositivi insicuri come sono i nostri computer e smartphone, a scapito della necessità di provvedere agli apparati e al personale necessario per ogni seggio.
Personalmente ritengo che l'opzione "online" sia assolutamente l'obiettivo a cui puntare, ma anche il seggio digitale sarebbe una prima rivoluzione comunque positiva.
Inoltre, c'è da considerare l'aspetto "operativo": cioè come il cittadino effettivamente esprime il voto, aspetto tutt'altro che secondario in un Paese dove le competenze digitali sono mediamente disastrose. Ma, contrariamente a quanto potrebbero aspettarsi i 2 o 3 assidui lettori, questo non lo considero un problema: infatti immagino un sistema di voto la cui "user experience" (espressione che è difficile rendere in italiano, ma che potrebbe suonare "come l'utente interagisce con il sistema") sia talmente semplice da non richiedere nessun tipo di preparazione, esattamente come avviene oggi con il voto cartaceo. Possibile ciò? Certo, basta che chi sviluppa il sistema di voto sia opportunamente indirizzato e controllato (e capace).

Il secondo aspetto è quello della sicurezza, vista anche la delicatezza del tema.
Partiamo da un presupposto: tutte le tecnologie necessarie a garantire un voto secondo i principi della nostra Costituzione, esistono già. Purtroppo non sono in grado di dire se possano portare ad un effettivo risparmio, poiché esse sono, in generale, molto costose, e non è secondario ricordare che sono in mano ad aziende per lo più straniere, quindi di fatto le spese andrebbero ad innalzare il PIL di qualcun altro. Comunque sia, ecco i rischi di irregolarità che io riesco a prevedere:

  • Impersonificazione fraudolenta
  • Voti multipli
  • Interferenze nella trasmissione dei dati (cioè: modifica del dato, o impedimento della trasmissione)
  • Registrazione non anonima
  • Modifica dei voti successiva alla registrazione
  • Elaborazione errata dei risultati

Certamente, di tutti in punti, il primo è il più delicato, ed il più difficile da impedire nella modalità "online"; e inevitabilmente, dovendo aumentare i livelli di sicurezza a livelli ultra-paranoici, entra in gioco la collaborazione attiva del cittadino, e quindi la sua consapevolezza dei rischi e delle modalità con cui deve proteggere la sua identità digitale. Quindi, se volete votare da casa o dallo smartphone, fatevene una ragione: serve imparare!

L'ultimo aspetto, che in realtà è il problema dei problemi, e riguarda gli ultimi tre punti della lista, è il controllo. Qualunque sia la modalità di voto scelta, fare un software che raccolga, registri ed elabori i voti in modo corretto, è certamente possibile. Ma come possiamo esserne sicuri? Qui la faccenda si complica: è necessario un organismo che verifichi il software, non solo nel momento dello sviluppo, quando il codice (sorgente) è umanamente comprensibile, ma anche e soprattutto nel momento in cui è in esecuzione, per evitare che qualcuno possa sostituire i file con altri modificati che nascondano funzionalità o comportamenti diversi da quelli voluti. Inoltre, è necessario controllare anche i tecnici che devono gestire il sistema informatico, per impedire che interferiscano, in virtù dei loro "poteri" su di esso, sulla regolarità delle operazioni (vedi sopra). Ma dove lo troviamo in Italia un organismo del genere che sia realmente indipendente? E se anche riuscissimo a trovarlo, sarebbe dotato dei poteri necessari in caso di problemi? Purtroppo temo che ad un certo punto saremo comunque costretti a fidarci di qualcuno, analogamente a come in realtà accade oggi con il voto tradizionale.

Infine, e per puro diletto, propongo un approccio architetturale per la base dati che ovviamente deve occuparsi di mantenere i dati. Personalmente, la dividerei in due parti. La prima dovrebbe esclusivamente raccogliere i voti, così come sono stati espressi, senza nessun tipo di elaborazione. Insieme ai programmi che la gestiscono, se ben progettata potrebbe di fatto mantenersi praticamente immutabile nel tempo, poiché basterebbe per ogni elezione inserire solo i dati delle liste, dei candidati, dei collegi, etc. La seconda parte, invece, sarebbe quella dedicata all'elaborazione dei risultati delle votazioni; data la fastidiosa tendenza dei nostri governanti di cambiare legge elettorale ad ogni starnuto, dovrebbe essere progettata per essere estremamente flessibile, o addirittura essere modificata ad ogni elezione, per rispettare le nuove regole. Questa seconda parte avrebbe il privilegio esclusivamente di lettura (non modifica) sulla prima base dati, magari solo per quelli della singola votazione. Ma non sono io ad occuparmi di questa questione, quindi...

Aggiornamento: a riprova della delicatezza della questione sicurezza dell'identità, in questo articolo (in inglese) viene raccontato ciò che sta succedendo in Estonia, e viene anche citato il fatto che l'identità elettronica viene utilizzata per il voto.