sabato 4 novembre 2017

Il voto digitale: si può fare!

Nelle settimane scorse ha fatto capolino in Italia un nuovo modo di raccogliere la volontà popolare (😂): in realtà in due modi molto diversi, nonostante li accomuni l'uso del digitale. Nella fattispecie, il Movimento 5 Stelle ha utilizzato quello che potremmo definire il voto online, cioè attraverso internet, e comodamente da casa; la regione Lombardia invece ha utilizzato quello che potremmo definire voto elettronico, sostituendo nei seggi le schede cartacee con un tablet ("voting machine", facilmente traducibile come apparecchio per il voto) che raccoglieva e registrava i voti. In entrambi i casi non sono mancate le polemiche sulle modalità e poi sui risultati (operativi) del voto, ma purtroppo in Italia non abbiamo la possibilità di avere un racconto veramente imparziale e veritiero di come sono andate le cose, per cui, non avendo avuto esperienza diretta in nessuno dei due casi, mi astengo da ogni commento; quello che però voglio sottolineare è che tutti i guai che sono apparsi sui giornali sono plausibili, cioè tecnicamente possibili. E partendo da questi, colgo l'occasione per fare le mie riflessioni sull'argomento, il quale inevitabilmente, ed auspicabilmente, diventerà un tema per il futuro del nostro paese (o forse, speriamo, già lo è).

La questione va affrontata sotto diversi aspetti.

Per primo affrontiamo quello della modalità del voto.
Rifacciamoci a quanto detto prima: si potrebbe votare da casa, quindi usando internet, o rimanere ancorati ai seggi, ancorché digitali. I vantaggi della prima modalità sono evidentemente la comodità per il cittadino (in particolare, non essere vincolati ad un luogo specifico, cioè la residenza anagrafica) e l'immediatezza dei risultati, d'altro canto i problemi di sicurezza (vedi sotto) sarebbero amplificati, in particolare per la verifica dell'identità. La seconda avrebbe enormi vantaggi in termini di sicurezza, evitando che vengano utilizzati dispositivi insicuri come sono i nostri computer e smartphone, a scapito della necessità di provvedere agli apparati e al personale necessario per ogni seggio.
Personalmente ritengo che l'opzione "online" sia assolutamente l'obiettivo a cui puntare, ma anche il seggio digitale sarebbe una prima rivoluzione comunque positiva.
Inoltre, c'è da considerare l'aspetto "operativo": cioè come il cittadino effettivamente esprime il voto, aspetto tutt'altro che secondario in un Paese dove le competenze digitali sono mediamente disastrose. Ma, contrariamente a quanto potrebbero aspettarsi i 2 o 3 assidui lettori, questo non lo considero un problema: infatti immagino un sistema di voto la cui "user experience" (espressione che è difficile rendere in italiano, ma che potrebbe suonare "come l'utente interagisce con il sistema") sia talmente semplice da non richiedere nessun tipo di preparazione, esattamente come avviene oggi con il voto cartaceo. Possibile ciò? Certo, basta che chi sviluppa il sistema di voto sia opportunamente indirizzato e controllato (e capace).

Il secondo aspetto è quello della sicurezza, vista anche la delicatezza del tema.
Partiamo da un presupposto: tutte le tecnologie necessarie a garantire un voto secondo i principi della nostra Costituzione, esistono già. Purtroppo non sono in grado di dire se possano portare ad un effettivo risparmio, poiché esse sono, in generale, molto costose, e non è secondario ricordare che sono in mano ad aziende per lo più straniere, quindi di fatto le spese andrebbero ad innalzare il PIL di qualcun altro. Comunque sia, ecco i rischi di irregolarità che io riesco a prevedere:

  • Impersonificazione fraudolenta
  • Voti multipli
  • Interferenze nella trasmissione dei dati (cioè: modifica del dato, o impedimento della trasmissione)
  • Registrazione non anonima
  • Modifica dei voti successiva alla registrazione
  • Elaborazione errata dei risultati

Certamente, di tutti in punti, il primo è il più delicato, ed il più difficile da impedire nella modalità "online"; e inevitabilmente, dovendo aumentare i livelli di sicurezza a livelli ultra-paranoici, entra in gioco la collaborazione attiva del cittadino, e quindi la sua consapevolezza dei rischi e delle modalità con cui deve proteggere la sua identità digitale. Quindi, se volete votare da casa o dallo smartphone, fatevene una ragione: serve imparare!

L'ultimo aspetto, che in realtà è il problema dei problemi, e riguarda gli ultimi tre punti della lista, è il controllo. Qualunque sia la modalità di voto scelta, fare un software che raccolga, registri ed elabori i voti in modo corretto, è certamente possibile. Ma come possiamo esserne sicuri? Qui la faccenda si complica: è necessario un organismo che verifichi il software, non solo nel momento dello sviluppo, quando il codice (sorgente) è umanamente comprensibile, ma anche e soprattutto nel momento in cui è in esecuzione, per evitare che qualcuno possa sostituire i file con altri modificati che nascondano funzionalità o comportamenti diversi da quelli voluti. Inoltre, è necessario controllare anche i tecnici che devono gestire il sistema informatico, per impedire che interferiscano, in virtù dei loro "poteri" su di esso, sulla regolarità delle operazioni (vedi sopra). Ma dove lo troviamo in Italia un organismo del genere che sia realmente indipendente? E se anche riuscissimo a trovarlo, sarebbe dotato dei poteri necessari in caso di problemi? Purtroppo temo che ad un certo punto saremo comunque costretti a fidarci di qualcuno, analogamente a come in realtà accade oggi con il voto tradizionale.

Infine, e per puro diletto, propongo un approccio architetturale per la base dati che ovviamente deve occuparsi di mantenere i dati. Personalmente, la dividerei in due parti. La prima dovrebbe esclusivamente raccogliere i voti, così come sono stati espressi, senza nessun tipo di elaborazione. Insieme ai programmi che la gestiscono, se ben progettata potrebbe di fatto mantenersi praticamente immutabile nel tempo, poiché basterebbe per ogni elezione inserire solo i dati delle liste, dei candidati, dei collegi, etc. La seconda parte, invece, sarebbe quella dedicata all'elaborazione dei risultati delle votazioni; data la fastidiosa tendenza dei nostri governanti di cambiare legge elettorale ad ogni starnuto, dovrebbe essere progettata per essere estremamente flessibile, o addirittura essere modificata ad ogni elezione, per rispettare le nuove regole. Questa seconda parte avrebbe il privilegio esclusivamente di lettura (non modifica) sulla prima base dati, magari solo per quelli della singola votazione. Ma non sono io ad occuparmi di questa questione, quindi...

Aggiornamento: a riprova della delicatezza della questione sicurezza dell'identità, in questo articolo (in inglese) viene raccontato ciò che sta succedendo in Estonia, e viene anche citato il fatto che l'identità elettronica viene utilizzata per il voto.

mercoledì 20 settembre 2017

Controcorrente: il mining in cambio della mia privacy

Giorni fa ho segnalato attraverso mio hashtag twitter #ilvecchiolupodimare la notizia che il più noto sito di ricerca di torrent (The pirate bay, appunto) utilizzava all'insaputa dei suoi utilizzatori una parte del processore ospite per fare il mining delle criptovalute. Ammetto di essere piuttosto ignorante sull'argomento criptovalute, comunque i concetti fondamentali che servono a capire la questione sono:
  • le criptovalute sono monete elettroniche, virtuali, non regolamentate né controllate da organismi governativi ed economici tradizionali
  • tuttavia hanno un valore corrispondente nelle valute normali, ed un loro mercato (cioè il loro valore corrispondente aumenta o diminuisce in continuazione)
  • il mining è l'elaborazione necessaria alla creazione di una nuova "porzione" di valuta (equivalente al conio di una nuova moneta)    
Per farla breve, poiché il mining è un'operazione che richiede enormi risorse di elaborazione, che ovviamente costano denaro sonante, il sito in questione guadagna soldi (virtuali, ma con corrispondente valore reale) usando invece le risorse dei suoi utilizzatori, anche se in questo caso (ripeto) a loro insaputa.

Sullo stesso argomento ho trovato un altro interessante articolo, che mette in evidenza un altro aspetto (che avevo intuito da solo, credetemi): cioè la possibilità che questo tipo di guadagno, da parte di chi offre un servizio gratuito (in questo caso anche illegale...), possa sostituire quello legato alla pubblicità, e quindi anche alla raccolta dei nostri dati per personalizzarla.

Agli albori di internet (fine anni '90), rimasi affascinato dal progetto SETI@home: si tratta di un software che permette di partecipare, attraverso un concetto di elaborazione distribuita, all'analisi dei segnali elettromagnetici provenienti dallo spazio, e raccolti da radiotelescopi sparsi in tutto il mondo, per la ricerca di segnali di origine non naturale (e che quindi potessero provenire da civiltà aliene tecnologicamente avanzate). Il principio è quello di partecipare, ognuno con le sue risorse, ad una causa comune, e scientificamente rilevante, diminuendone i costi.
Proviamo a sostituire al principio "nobile" quello più concreto della giusta mercede di chi lavora per offrirci i servizi che tanto utilizziamo giornalmente.

Concentrandomi solo sul lato tecnico della questione, la mia riflessione è stata questa:
  1. un processore di un personal computer lavora normalmente meno del 10% del tempo; quindi c'è un margine di almeno il 90% che è semplicemente inutilizzato
  2. se potessi, evitare volentieri di rinunciare alla privacy per accedere ai servizi (falsamente) gratuiti
  3. anche se riconosco che molti di questi servizi lo meriterebbero, mi viene difficile pensare di pagare soldi veri per poterli utilizzare

Per cui mi dico, e vi propongo: non potrebbe essere il tempo di inattività del nostro processore la moneta con cui pagare i servizi che ci vengono offerti sula rete? Con l'ulteriore vantaggio che se il mining avviene solo quando utilizziamo il servizio, anche il "pagamento" sarà proporzionale all'effettivo utilizzo.

Certo, di questioni su cui porre molta attenzione prima che questa diventi una pratica reale, ce ne sono. La prima, ovviamente, la libertà di scelta: se non voglio il mining, posso continuare ad utilizzare i metodi tradizionali. Poi, porre un limite all'utilizzo del processore (mica voglio averlo al 100% tutto il giorno...). Ancora, la sicurezza di non avere accessi illegittimi ai miei dati (è pur sempre il mio computer). Infine, bisogna avere l'assoluta certezza della legalità dell'operazione e della finalità di mining.
Ma queste questioni sono superabili, se c'è la volontà degli operatori di porre in atto questa possibilità; e gli operatori investiranno solo se vedranno un reale interesse da parte dell'utenza, cioè noi. Io sono pronto: e voi, ci state?

Attendo risposte.

AGGIORNAMENTO
Anche SafeBrowse colta con le mani nel sacco a fare mining all'insaputa dell'utente.
Interessante, nell'articolo, la parte delle possibili controindicazioni al mining sui personal computer.

AGGIORNAMENTO 2
Qualcuno ha fatto i conti in tasca a Bitcoin, ma anche alle altre criptovalute: serve tanta energia, che ha notevole impatto sull'ambiente. Che resta, come anche i soldi (veri) spesi per il mining; mntre la criptovaluta, chissà...

sabato 16 settembre 2017

Proteggiamo i nostri dati: la cifratura

Ogni storia di spionaggio che si rispetti prevede che i protagonisti si scambino messaggi attraverso codici, intellegibili solo agli interessati. Il caso più famoso, anche perché venuto alla ribalta in tempi relativamente recenti, riguarda Enigma, cioè la macchina utilizzata dalla marina militare tedesca durante la seconda guerra mondiale, e lo sforzo intellettuale e tecnico degli inglesi per decifrare i messaggi.

Forse non tutti sanno che il risultato di questo sforzo fu quello che viene considerato il primo computer della storia. Dal che si deduce che il computer è nato proprio per questa funzione: cifrare e decifrare.

Mantenere segrete informazioni era una volta prerogativa delle questioni militari e politiche ; poi sono arrivate le questioni economiche; ed ai tempi di internet la cosa può, anzi deve, riguardare tutti noi (inclusa, ahimé, la questione dei ransomware!). In definitiva, tutto si riduce a questo: un soggetto interessato a sapere cosa fa un altro soggetto, perché sapendolo ne ricava un qualche vantaggio. Concentrandosi solo sul caso di noi utenti digitali, il soggetto interessato è chiunque voglia utilizzare i nostri dati personali a fini commerciali: lo abbiamo ribadito più volte. Le leggi sulla privacy ci tutelano solo fino ad un certo punto (per usare un eufemismo...), e comunque per usufruire dei servizi internet, siamo costretti a fornire tutta una serie di dati (di cui al 90% non siamo nemmeno consapevoli); ma tutto ciò è inevitabile. Tuttavia ci sono altri dati che non siamo costretti a divulgare (per fortuna), e che dall'altra parte sono oggetto della infinita "curiosità" della rete. Qualche esempio? Gli estratti conto del nostro conto corrente bancario (che contengono dati sensibilissimi: il nostro saldo, o al contrario il nostro debito; l'ammontare delle nostre entrate e la distribuzione delle nostre uscite). Oppure le nostre foto private (che nel caso delle celebrità, finiscono immancabilmente per essere pubblicate). Ma per tutti questi casi, basta ricorrere alla cifratura "fai da te".

Cifrare i propri file non è operazione difficile: esistono diversi modi e molti programmi a disposizione tra cui scegliere. Però è necessario capire bene alcuni concetti fondamentali.
  1. Il dato cifrato è illeggibile a chiunque, compreso il proprietario del dato.
  2. La cifratura però è reversibile, cioè dal dato cifrato si può tornare all'originale.
  3. Perché la reversibilità sia possibile solo al legittimo proprietario del dato, si deve utilizzare una chiave che per definizione deve essere in possesso solo del proprietario.

In pratica: qualsiasi metodo utilizziamo per cifrare i nostri dati, dobbiamo scegliere una chiave che sia conosciuta esclusivamente da noi. Questo perché chiunque sia in possesso di quella chiave, è in grado di decifrare i dati. Normalmente la chiave è una parola (cioè una password), ma in realtà può anche essere il contenuto di un file. Badate bene: in quest'ultimo caso, il file può anche essere pubblico; ma poiché al mondo esistono miliardi di miliardi di file diversi, la vera informazione da tenere riservata è quale sia questo file. Va da sé che perdere o anche solo modificare il file comporta l'impossibilità di decifrare i dati...

I programmi di cifratura usano 2 modalità principali: o cifrano il singolo file (il che corrisponde anche a poter differenziare la chiave per ogni file da cifrare), oppure fare un unico contenitore dove mettere tutti i file che vogliamo (in questo caso basta una sola chiave). Personalmente preferisco la seconda modalità.

Qualcuno potrebbe chiedersi (o chiedermi): ma a che scopo tutta 'sta fatica? Beh, l'utilizzo principale che io vedo è quello di poter utilizzare con tranquillità i servizi cloud: anche se qualcuno riuscisse a evitare tutti i controlli ed ad accedere alla mia area privata (ricordate che il cloud altro non è che il computer di qualcun altro), dovrebbe ancora trovare il modo di decifrare i dati. Oppure, in caso di computer condiviso, si evita di lasciare leggibili i nostri dati a tutti gli altri utilizzatori. Non serve essere spie o malviventi per proteggere i nostri dati!

sabato 9 settembre 2017

La forza del pizzino

In principio fu l'SMS. Quando ancora i cellulari non erano smartphone, portarono la grande rivoluzione della messaggistica istantanea, anche se limitata nel numero di caratteri. Bisognava scriverli con la tastiera numerica, il mitico sistema T9; e fu necessario imparare a trovare negli involontari strafalcioni il senso realmente voluto. Ma il punto vero era poter inviare e ricevere brevi messaggi testuali in mobilità, cioè ovunque fossimo, purché avessimo con noi il telefono cellulare. Era la prima alternativa alla telefonata, che costava ancora parecchio. E poi grazie agli MMS, addirittura ci si poteva trasmettere foto o filmati (pessimi).

Poi arrivò lo smartphone perennemente connesso ad internet, ed il principio degli SMS e MMS si trasferì nelle chat, intanto perché gratuite, e poi perché mano mano si arricchivano di nuove possibilità (messaggi vocali, conversazioni di gruppo, le emoticon grafiche...).

Il rovescio della medaglia arrivò quando si iniziò a scoprire che le chat venivano usate dalle organizzazioni terroristiche per organizzare attentati, oltre a tenere i "normali" contatti tra gli affiliati. Cosa, peraltro, che ha permesso alle forze dell'ordine di poter tenere sott'occhio i criminali ed a sventare chissà quanti possibili colpi, od a scoprire i colpevoli in seguito.

Già, ma allora perché i mafiosi continuano ad utilizzare i "pizzini"? Risposta breve: i mafiosi non sono stupidi.

Il pizzino è ormai preistorico, eppure continua ad essere usato perché evidentemente i pregi superano i difetti. Difetto è che, essendo fisico, e non virtuale come un SMS, ha bisogno di essere spostato da qualcuno o qualcosa; d'altra parte, se questo qualcuno è fidato, si ha la certezza che il pizzino non finisca nelle mani sbagliate o venga visto da occhi estranei. Si può dire altrettanto per le nostre chat? Beh, la virtualità ci permette di ottenere il risultato voluto ignorando molti aspetti che nel caso della fisicità del pizzino sono invece fondamentali: per esempio, la posizione del ricevente, e la fiducia nel corriere. Il corriere, attenzione, non è "internet", concetto in realtà estremanente astratto: è il molto più concreto fornitore del servizio di messaggistica, il quale ha un centro elaborazione dati, dei dipendenti, una sede legale, un conto in banca e degli azionisti spesso con ben pochi scrupoli. Però ha anche l'obbligo di fornire tutto il supporto necessario alle forze dell'ordine quando gli viene richiesto (questa cosa è esplicitata nelle privacy policy, basta leggerle...); quindi ecco che il corriere, nel caso dei mafiosi, non è fidato. E i terroristi di cui sopra? Mi sa che non hanno la stessa intelligenza...

Lasciamo perdere i criminali di ogni sorta e torniamo a noi. Che non abbiamo (spero!) nulla da temere dalle forze dell'ordine, ma abbiamo i nostri piccoli segreti da mantenere tali. Prima di affidarli alle chat, dovremmo chiederci cosa potrebbe succedere se venissero portati a conoscenza di estranei o (peggio) proprio delle persone a cui non vogliamo farli conoscere. Una volta che il messaggio (in realtà, qualsiasi dato) ha lasciato il nostro dispositivo ed è in viaggio attraverso internet, ne perdiamo il controllo: non sappiamo chi ne ha accesso, quante copie ne vengono fatte, dove vengono memorizzate, etc; ma soprattutto, il ricevente legittimo potrebbe a sua volta reinviare il nostro messaggio verso altri, o semplicemente farlo leggere, e così via, in un inarrestabile processo. Nulla di diverso, in realtà, da quanto succedeva da ragazzi quando confidavamo al nostro migliore amico un "segreto", con l'impegno di non dirlo a nessuno... ma almeno, potevamo sperare che col tempo venisse dimenticato!

lunedì 31 luglio 2017

Per chiudere Il Cerchio...

Qualche giorno fa un amico (il solito, ma ho saputo non più unico, assiduo lettore di questo blog) mi ha chiesto se avevo visto il film "The circle", dicendomi: è un film per te. Non sapendo nulla del film, gli ho chiesto quale fosse l'argomento, e lui, senza spoilerarmi rivelarmi nulla, mi ha detto quel tanto da incuriosirmi, concludendo: "è inquietante".

Bene, adesso l'ho visto anch'io. Ora, cercando ovviamente nei limiti del possibile di non spoilerare rivelare nulla a mia volta, non posso fare a meno di commentarlo. Comunque, chi volesse avere notizie supplementari riguardo al film, può trovarle qui.

Il contesto è quello di una grande azienda di servizi informatici per il grande pubblico, riconducibile, neanche velatamente, ad un'azienda reale (basta vedere il logo...) ma con contaminazioni anche delle altre grandi della Silicon Valley e affini; e dell'uso pervasivo che viene fatto dei social network, della condivisione dei dati e della privacy. Ebbene, il ritratto che ne viene fuori l'ho trovato un pelo esagerato; ma appunto, solo un pelo. In pratica, buona parte di quello che viene raccontato attraverso le vicende personali della protagonista sono riconducibili, mutatis mutandis, a situazioni reali, che toccano quotidianamente tutti noi. Ma la cosa più interessante del film è il modo in cui queste situazioni inquietanti vengono presentate come se fossero invece miglioramenti della nostra vita; ed il fatto che la maggior parte delle persone, crede, ed accetta, che sia così. La protagonista, manco a dirlo (è pur sempre un film) riesce ad uscire da questa logica, e con un magistrale colpo di scena finale ribalta tutta la situazione.
Non è certo un film memorabile, ma nell'ottica dell'educazione al mondo digitale lo ritengo un ottimo modo di presentare ai giovani, ed anche ai meno giovani, ciò che succede dietro le quinte dello sfavillante mondo iperconnesso, in una maniera certamente meno noiosa che non leggere i pipponi del sottoscritto.

martedì 25 luglio 2017

La partizione smarrita (breve storia quasi felice)

Lo scorso sabato ero alle prese con le ultime attività prima della conclusione dell'operazione #AbbandonoWindows; in particolare, sul disco principale, quello da estrarre e mettere in un box USB, avevo deciso di eliminare una partizione che conteneva dati ormai inutili (vecchie immagini di Windows, e comunque salvate sul disco esterno) per allargarne un'altra in sofferenza di spazio. Il problema è che dopo l'operazione le partizioni eliminate erano 2: l'altra era, guardacaso, quella con tutti i miei dati. E sono assolutamente certo di non aver selezionato per sbaglio anche l'altra partizione, anche perché non era permesso.
Non mi sono fatto prendere dal panico, anche perché io non predico bene per razzolare male: i backup, li faccio! Per cui mi sono potuto lasciare andare ad una semplice inc*******a epocale (se una certa sede di Seattle non è crollata sotto i miei accidenti, vuole dire che è costruita proprio bene... 😁).

In realtà, mi sono subito posto l'obiettivo di recuperare la partizione, poiché i dati ed il filesystem non erano stati toccati: bastava ripristinare la tabella delle partizioni. Per far ciò, in prima istanza mi sono affidato ad un programma per Windows, in Trial ma che prometteva funzionalità completa: vero per la scansione, ma per il ripristino pretendeva l'acquisto della licenza (modalità legittima, ma estremamente fastidiosa...); e comunque avrei potuto solo copiare i file da un'altra parte. Allora mi sono affidato a linux: è bastato il primo risultato della ricerca per trovare lo strumento adatto (TestDisk) e scoprire che era disponibile in SystemRescueCD, che avevo già pronto sul drive USB per le emergenze. Detto, fatto: avviato, lanciato, fatta la scansione veloce, ma i parametri trovati non mi convincevano; con la scansione completa, anche se durata 3 ore, trovo i parametri giusti, et voilà, la partizione è tornata magicamente al suo posto con tutti i dati dentro.

Le morali della storia sono:
  • Serve Linux per far funzionare o sistemare Windows;
  • In ogni caso, serve lo strumento giusto, specializzato, e non un megarisolutore galattico di tutti i guai informatici;
  • Recuperare situazioni apparentemente disperate qualche volta è possibile, e neanche troppo difficile, a condizione che sia abbiano le giuste competenze ed informazioni.
Voglio tornare su quest'ultimo punto per rimarcare che sono riuscito a riconoscere i parametri giusti da ripristinare solo perché avevo ben chiara quella che doveva essere la situazione corretta: se non fosse stato così, avrei avuto altissime probabilità di sbagliare, e fare un disastro (avrei perso l'intero disco). Se invece che al mio disco fosse successo a qualcun altro, avrei potuto certamente indicare lo strumento da utilizzare, ma non avrei mai, se non in casi semplicissimi, riconoscere la situazione corretta da ripristinare, semplicemente perché questa è giocoforza conoscenza esclusiva del proprietario del disco. Ma ahimé, sono certo che nel 99% dei casi il proprietario del disco non avrebbe nemmeno saputo di che stavo parlando, e si sarebbe aspettato da me il miracolo. Purtroppo non è così che funziona.

mercoledì 19 luglio 2017

#AbbandonoWindows Parte seconda - ChromeOs domato

Tranquilli, avvertivo nell'aria la trepidante attesa di sapere come finiva la storia... sguardi interrogativi... domande accennate... piccoli accenni gettati lì... 😁 ma ahimè, il tempo da dedicare al mio progetto è stato molto meno del previsto, da cui il colpevole ritardo. Comunque sia, eccomi qua.

Per facilitare il racconto, riporto quanto scritto nel post precedente, quello introduttivo, come obiettivi che mi ripromettevo:
  • Browser internet e un paio di social (e questo blog, ovviamente...)
  • Qualche basilare documento 
  • Ascoltare musica, guardare video
  • Gestire foto e filmati della fotocamera
  • Usare un contenitore crittografato per memorizzare i miei dati "sensibili"
Per il primo, come d'altra parte già accennato nell'aggiornamento del suddetto post, è bastata l'accensione: la prima, che includeva aggiornamenti e setup (connessione wifi e account Google), è durata 6 (sei) minuti. E ho detto tutto.

Per gli obiettivi successivi, mi serviva l'accesso ai miei dati, ovviamente ancora dentro al PC Windows; per non precipitare, ho scelto provvisoriamente di accedere via rete (in futuro, ormai vicinissimo, il disco del PC finirà in un box USB). Orrore: ChromeOs non gestisce le condivisioni SMB??? Nessun problema: accesso al Chrome Web Store, rapida ricerca, installazione; totale, un minuto circa. Vado sul PC per attivare la condivisione, poi torno sul ChromeBox e configuro il "server" remoto: fatto, vedo tutto. E provo per prima cosa di vedere le mie foto: eccole, appena un po' lento il caricamento ma siamo via rete, quindi per ora va bene così. E i video? Un visualizzatore c'è ma hai visto mai... e così scopro che esiste VLC come estensione di Chrome! Altro minutino e siamo a posto. L'unico guaio è l'audio: abituato a una scheda (anche se d'epoca) e casse SoundBlaster, quello che vien fuori da mio monitor (via HDMI) fa schifo, ma almeno si sente.

Quindi per la visualizzazione tutto ok; ma per me "gestire" significa poter fare modifiche basilari, come taglio e rotazione, sia di immagini che di video; e qui casca l'asino: trovare roba del genere come estensione di Chrome, non è aria... ed inoltre il client per il mio password manager scopro essere in sola lettura! Passo in Developer Mode, come previsto delle app Android ancora nessuna traccia, per cui se voglio farci veramente qualcosa, serve un Linux "vero".

Prima opzione: boot da USB. 3 settimane di tentativi, e ancora non ne sono venuto a capo, nonostante tutti i forum e le guide dicano che è possibile. Primo cartellino giallo!
Seconda opzione: la scopro cercando di capire cosa fare, e in un forum trovo un riferimento a un progetto chiamato Crouton: qui purtroppo devo uscire dal semplice-adatto-a-quasi-tutti ed entrare nel tecnico-smanettone-che-più-non-si-può. Si tratta in pratica di installare una distribuzione linux (tra quelle supportate, che sono solo Ubuntu e Debian) con la tecnica del chroot. Un primo tentativo fatto con Ubuntu mi fa capire una serie di cose, grazie a questo il secondo con Debian va alla grande: in una mattinata ho un desktop Gnome che gira in una finestra di ChromeOS! Ora mi sento libero: e comincio ad installare (basta prendere mano con apt...). Tempo un'altra ora, ho installato VeraCrypt, Avidemux, XnView e KeyPassXC, cioè le versioni Linux dei software che uso di più su Windows. Ho vinto.

Ultimamente poi mi si è rotto il tablet, ma non ne sento troppo la mancanza perché a velocità il box non lo batte nessuno: si accende in 1 (uno) secondo, poi basta il tempo di mettere la password e appare Chrome già pronto all'uso. E posso anche usarlo a letto, visto che ho mouse e tastiera wireless (è la vista il problema...). Con il vecchio PC il confronto prestazionale è semplicemente impietoso.

Ok, ma senza smentire quanto appena espresso, non è tutt'oro quello che luccica: oltre al già citato problema del boot USB, il box fa a cazzotti col mio monitor (cioè, la qualità dei font è bassa, e non ho ancora capito perché), le opzioni sono molto scarse, le app e le estensioni danno solo funzionalità basilari. Per ovviare è servito un approccio decisamente molto più tecnico rispetto a quanto sperassi e volessi. Ma il progetto non è ancora concluso, in autunno ci riproverò (sempre sperando nel supporto alle app Android... Google continua a dire che arriverà). E poi devo ancora provare i documenti, ma dentro Gnome c'è LibreOffice, non prevedo problemi. Alla prossima!